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Published in Articoli piattaforma chiosco (archivio),
on 17/01/2007
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حين تشجع مبادرات للسلام.. مواجهات فلسطينية مسلحة

07/01/07

di Bilal al-Hasan (giornalista palestinese)

Le attività internazionali volte a trovare una soluzione alla questione palestinese si susseguono febbrili come nei preparativi di un mondiale di calcio. Ma invece che in delle partite di calcio, i diversi Paesi del mondo si sfidano a vicenda nell'escogitare nuove proposte, e nel convocare conferenze internazionali, al punto che i palestinesi si sentono mozzare il fiato dal susseguirsi di tutte queste iniziative. Accade a volte che il malato, di fronte alla cura propostagli dal medico, si trovi a dubitare ed a chiedersi se ciò che gli viene somministrato sia una medicina o piuttosto un veleno.
Iniziativa di pace europea, proposta di pace israeliana, piano di pace americano, conferenza sperimentale in Spagna…ed in tutta questa folla di iniziative si fa strada la Cina. Perfino la Cina, che di solito si tiene alla larga dal conflitto arabo-israeliano, ha ospitato due delegazioni non ufficiali, una palestinese ed una israeliana, che hanno dialogato per tre giorni a Pechino sotto il patrocinio del ministero degli esteri cinese, forse per addestrare i diplomatici cinesi e prepararli a giocare un ruolo nel prossimo futuro. E non mancano le voci su una nuova iniziativa araba, che dovrebbe essere l'evoluzione di quella proposta al vertice di Beirut del 2002. L'evoluzione riguarda ovviamente i due articoli che sono stati rifiutati da Israele: l'articolo sul diritto al ritorno dei profughi, in merito al quale viene chiarito che il ritorno coinvolgerà soltanto il futuro Stato palestinese, e non lo Stato di Israele; e l'articolo che riguarda il ritiro entro i confini del 1967, per chiarire che questo ritiro non riguarderà gli insediamenti intorno a Gerusalemme (ovvero circa l'80% degli insediamenti attuali).
Questa ondata di iniziative farebbe quasi pensare che qualcosa di serio si stia muovendo intorno alla questione palestinese. L'attenzione internazionale indubbiamente esiste, ed è in fase di espansione. Ad essa hanno contribuito la Francia, l'Italia e la Spagna, con il sostegno della Germania. Quanto al fatto che questa attenzione sia qualcosa di serio, e possa portare a qualche risultato, è una questione che quantomeno deve essere discussa. Non si sta qui mettendo in dubbio la serietà europea, quanto piuttosto il rifiuto americano – insieme al rifiuto israeliano – di qualsiasi iniziativa da parte dell'Europa, il ché fa sě che tali iniziative vengano stroncate sul nascere.
Quanto all'evoluzione della proposta araba, affinché essa venga incontro alle posizioni israeliane, si tratta di pura immaginazione, poiché la possibilità di un riavvicinamento fra le due posizioni è pressoché inesistente. Gli arabi infatti non possono accogliere la richiesta israeliana di sbarazzarsi del diritto al ritorno dei profughi palestinesi, e non possono riconoscere il carattere esclusivamente ebraico dello Stato di Israele. Essi sanno che la questione del "Transfer", ovvero del trasferimento di ciò che resta degli arabi all'interno di Israele (1 milione e 300mila  persone), è un'opzione che rimane dietro l'angolo e che ha numerosi sostenitori in Israele, anche fra i deputati ed i ministri, come pure all'interno dei partiti politici. Su costoro Washington non esercita alcuna pressione, né li obbliga a riconoscere in anticipo lo Stato palestinese, mentre invece obbliga i palestinesi a riconoscere in anticipo lo Stato israeliano. Allo stesso modo gli arabi non possono rinunciare al principio del ritiro di Israele entro i confini del 1967, poiché tale questione non riguarda soltanto gli insediamenti densamente abitati, ma anche Gerusalemme, sulla quale Israele si rifiuta di aprire una trattativa. Gerusalemme è ormai circondata dagli insediamenti, ed è completamente isolata dal resto della Cisgiordania. A ciò si aggiunga che la situazione degli insediamenti e la situazione di Gerusalemme rappresentano ormai un ostacolo geografico che impedisce la costituzione di uno Stato palestinese territorialmente unito, ed impone la creazione di un'entità palestinese divisa in tre cantoni.
Per tutte queste ragioni è impossibile che l'iniziativa araba si incontri con le realtà che Israele intende imporre come condizioni preliminari alle trattative.
Per le stesse ragioni possiamo mettere da parte le iniziative europee. Di conseguenza restano sul tavolo solo l'iniziativa americana e quella israeliana. Ma ad un esame più attento scopriamo che le due iniziative sono in realtà una sola, ovvero l'iniziativa preparata dal segretario di stato americano Condoleezza Rice dopo essersi consultata con gli israeliani, e che ora la Rice si appresta a presentare ai palestinesi ed agli arabi.
I dettagli del piano americano sono stati rivelati dall'edizione del 25/12/2006 del quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth. Il piano, presentato come "la nuova politica dell'amministrazione americana in Medio Oriente", è orchestrato in tre fasi, che riportiamo qui di seguito in maniera letterale:
- Prima fase: iniziative portate avanti da Israele per rafforzare l'autorevolezza del presidente Mahmoud Abbas/Abu Mazen e per creare un'atmosfera che permetta di far progredire i contatti fra le due controparti. Il quotidiano chiarisce che l'incontro di qualche giorno prima fra Olmert e Abu Mazen è avvenuto in applicazione del primo articolo del piano.
- Seconda fase: prevede una serie di passi per rafforzare il movimento "Fatah". Il giornale aggiunge: "In questa fase gli esperti del ministero degli esteri parlano di un confronto interno palestinese, con la possibilità di uno scontro armato, che come risultato porterà – secondo quanto essi sperano – alla formazione di un governo palestinese che riconosca Israele".
- Terza fase: trattative fra il presidente Abu Mazen e Israele, a seguito delle quali nascerà uno Stato palestinese con confini temporanei. I risultati delle trattative saranno sottoposti ad un referendum nei territori (non viene citata la parola "occupati").
Questo è il piano americano, che non possiamo certo definire un "piano di pace", poiché il risultato a cui vuole pervenire – uno Stato dai confini temporanei – è rifiutato dall'ANP, sia a livello della presidenza che a livello del governo. Quanto alla tattica impiegata per giungere a questo risultato, essa non è altro che una guerra civile palestinese, ovvero ciò che il piano definisce "un confronto interno palestinese, con la possibilità di uno scontro armato". A ciò si aggiunga che il piano non contiene nulla di nuovo, se non appunto l'incitazione alla guerra civile ed allo scontro armato tra Fatah e Hamas, allo scopo di "strangolare" quest'ultimo.
L'iniziativa europea non va nella direzione americana, poiché resta fondata sulla Conferenza di Barcellona del 1991. Essa cerca di gestire i nuovi sviluppi proponendo, secondo quanto detto dal primo ministro spagnolo Zapatero, una iniziativa in 5 punti: un cessate il fuoco immediato, la formazione di un governo palestinese che goda di un riconoscimento internazionale, lo scambio dei prigionieri, la convocazione di una conferenza internazionale per la pace, e l'invio di forze internazionali di interposizione, soprattutto nella Striscia di Gaza.
Non appena è stata annunciata questa iniziativa, ha immediatamente incontrato il rifiuto americano, con grande disappunto della leadership francese, la quale ha rivelato che Washington aveva accolto con favore gli sforzi di Parigi, e che i principali punti dell'iniziativa erano stati discussi proprio con Washington poco prima della fine della guerra in Libano.
[…] Dunque gli Stati Uniti si sono mostrati accomodanti con gli europei quando avevano bisogno di loro durante la guerra in Libano, per poi sbattere loro la porta in faccia quando la guerra era finita. La ragione principale di ciò sta nel fatto che Washington non vuole una soluzione ragionevole del conflitto arabo-israeliano, ma aspira soltanto ad una soluzione che vada bene ad Israele […].

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