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Published in Articoli piattaforma chiosco (archivio),
on 17/01/2007
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Once bitten

11/01/2007

di Mustafa Barghouti (membro del Consiglio Legislativo palestinese)

Proprio in questo momento e' utile dare uno sguardo alla natura dell'attuale conflitto in Palestina.  L'idea generale e' semplice. I palestinesi stanno combattendo per uno Stato pienamente indipendente su tutte le terre occupate nel 1967, inclusa Gerusalemme, e stanno chiedendo il riconoscimento dei diritti dei rifugiati palestinesi.  Nel frattempo Israele, che vuole creare un sistema di apartheid e di dominazione, sta cercando di convincere i palestinesi ad accettare uno Stato con dei confini temporanei, senza Gerusalemme ed altre aree, e senza l'indipendenza. La recente decisione di Israele di costruire un nuovo insediamento nella valle del Giordano e' esemplare di questa politica. Giungeremo ad una soluzione definitiva e complessiva del conflitto, o solo ad una soluzione temporanea simile a quella degli Accordi di Oslo? Questa e' la grande domanda che si stanno facendo oggi i palestinesi. Cio' che vuole Israele e' un accordo transitorio di lunga durata. Gli israeliani vogliono forzare i palestinesi a rinunciare a  grandi porzioni della Cisgiordania, a Gerusalemme,  ed al diritto al ritorno dei rifugiati, come parte di una soluzione provvisoria. Ma una simile soluzione probabilmente sarà permanente, e  non temporanea. Inoltre Israele vuole che l'Autorita' Palestinese rimanga inefficace e limitata nella sua sovranita'. Vuole che l'ANP  funga da suo guardaspalle,  mentre invece Israele conserverebbe tutto il potere economico e politico, oltre al controllo sulla sicurezza. Israele sta premendo per una soluzione provvisoria  poiche' non vuole assolutamente che i palestinesi benificino delle opportunita' che derivano dalla sconfitta degli Stati Uniti in Iraq, in Afghanistan e nel resto del Medio Oriente. Con il rapporto Baker-Hamilton che invita a trovare una soluzione al problema palestinese, e con la comunita' internazionale che è sempre piu' critica nei confronti delle politiche israeliane,  sembra che il vento stia girando.  Chi avrebbe potuto immaginare che  Jimmy Carter, un ex presidente americano, avrebbe concluso che vi è un regime di apartheid in Palestina che è peggiore di quello verificatosi in Sud Africa? La pressione su Israele sta aumentando, come e' stato reso evidente dalla richiesta – portata avanti dall'Italia, dalla Francia e dalla Spagna – di una conferenza internazionale, e di una soluzione definitiva al conflitto.  L'Europa esige una soluzione definitiva per porre fine al problema palestinese, ed Israele, che ne è pienamente consapevole, sta prendendo tempo.  Israele sta cercando di indebolire il cammino verso una pace "vera" in Medio Oriente.   In particolare, sta cercando di impedire ai responsabili statunitensi di cambiare la politica americana in un modo che possa risultare favorevole ai palestinesi. 
Ecco cosa sta  facendo Israele. Prima di tutto sta cercando di rappresentare lo scenario palestinese  come parte di una battaglia tra il bene e il male, una battaglia tra coloro che appartengono al cosiddetto "asse del male" ed i "moderati". In secondo luogo, Israele sta cercando di rappresentare il conflitto tra Fatah e Hamas come uno scontro di potere per il controllo dei territori occupati. Tutto ciò non può andare avanti. I palestinesi hanno bisongo di una leadership nazionale unificata che possa essere capace di gestire il conflitto e  fermare l'assedio. 
In terzo luogo, Israele sta cercando di portare Fatah e Hamas a negoziare,  attraverso degli agenti internazionali, delle soluzioni parziali o temporanee. Anche questo dovrebbe essere fermato. Fatah e Hamas dovrebbero discutere le proprie differenze su un accordo definitivo piuttosto che sprecare il loro tempo su chi debba negoziare un accordo parziale.  E' essenziale per tutti i partiti palestinesi, denunciare ogni accordo che sia limitato e non accettare mai uno Stato con confini temporanei. I palestinesi hanno bisogno di una posizione e di una strategia unica […].

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