01/03/2007
La questione legata alla legittimità dei Fratelli Musulmani ed al loro rapporto con il regime è tornata ad essere al centro della vita politica egiziana. Nelle ultime settimane sono state arrestate decine di esponenti dell’organizzazione, di qualsiasi grado e posizione, a cominciare da alcuni fra i più importanti uomini d’affari egiziani e da alcuni membri della segreteria della Guida Suprema, l’organo più importante del gruppo. Se il momento in cui è stata lanciata questa campagna di arresti suggerisce un legame con la manifestazione di protesta (di tipo paramilitare) organizzata dagli studenti affiliati ai Fratelli Musulmani presso l’Università di al-Azhar due mesi fa, l’estendersi a macchia d’olio di questa retata – che ha coinvolto molte regioni del Paese, andando a colpire Fratelli di qualsiasi estrazione – fa ritenere che vi sia dietro qualcosa di ben più grande della manifestazione degli studenti di al-Azhar.
L’evoluzione del rapporto – del resto sempre instabile – fra il governo egiziano ed i Fratelli Musulmani sembra sul punto di giungere ad un livello di scontro totale, come quello che l’Egitto conobbe negli anni ’50 e ’60, e che ha lasciato un’impronta amara e dolorosa nella memoria egiziana.
A partire dalla metà degli anni ’70 un complesso insieme di equilibri e di considerazioni politiche e di sicurezza ha avuto un ruolo centrale nel definire la natura del rapporto fra il potere ed i Fratelli Musulmani. Con l’ascesa del gruppo, divenuto nel corso dell’ultimo quarto di secolo la principale forza politica di opposizione, il regime ha dato l’impressione di voler fissare i limiti della difficile convivenza con la Fratellanza Musulmana: da un lato ha negato al gruppo il permesso di costituire un partito politico legalmente riconosciuto, dall’altro lo ha tollerato come una realtà di fatto. Come pretesto per il mancato riconoscimento legale dei Fratelli Musulmani è sempre stato addotto il testo costituzionale che impedisce la creazione di partiti politici su base religiosa. Inoltre, la tolleranza nei confronti delle attività del gruppo, sia a livello organizzativo che sindacale e politico – inclusa la sua partecipazione alle elezioni parlamentari – ha sempre avuto limiti ben precisi, determinati dalle circostanze politiche interne e da alcuni fattori internazionali. Di volta in volta i Fratelli Musulmani sono stati colpiti da campagne repressive limitate che hanno preso di mira le loro attività all’interno delle associazioni di categoria e delle associazioni studentesche. Inoltre il numero di seggi che è stato permesso loro di ottenere nel corso delle elezioni per il Consiglio del Popolo (il Majlis al-Shaab, una delle due camere del Parlamento egiziano, composta da 444 deputati eletti dal popolo e 10 nominati dal Presidente (N.d.T.) ) è sempre stato limitato, malgrado la loro popolarità e l’abilità delle loro campagne elettorali.
Sul piano estero, è ormai convinzione diffusa che la stagione delle pressioni americane, ed occidentali in generale, volte ad ottenere maggiori libertà politiche in Egitto e negli altri Paesi arabi, sia ormai finita. Il legame che, dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001, l’amministrazione americana pose fra le dittature politiche e l’emergere di orientamenti terroristici all’interno delle società arabo-islamiche, e, per altro verso, il nesso fra democrazia e libertà da un lato, e la pace con lo Stato ebraico e la modernizzazione di matrice occidentale dall’altro, hanno lasciato il passo ad una visione più pragmatica. La causa principale che ha portato a questo cambiamento è il fatto che in ogni Paese arabo o islamico in cui sono state permesse elezioni libere o semilibere negli anni passati – dalla Turchia all’Iran, al Pakistan, al Libano, all’Arabia Saudita, all’Egitto, alla Palestina – è stata registrata una vittoria schiacciante o comunque un’ascesa sensibile di forze politiche di ispirazione islamica, e soprattutto di quelle forze che hanno espresso una netta opposizione alle politiche americane. Ma l’influenza americana non è stata sfidata soltanto su questo piano, ma anche sul piano della crescente debolezza dei regimi amici, e della loro sempre minore capacità di garantire un orientamento politico in linea con le politiche americane. E’ ormai chiaro che Washington sta tornando ai suoi tradizionali rapporti con i regimi arabo-islamici alleati, ovvero alla politica di lasciare ampio margine di manovra ai regimi nel trattare con le forze politiche interne.
Sul piano interno, fra le varie teorie in circolazione vi è quella che spiega l’attuale campagna governativa contro i Fratelli Musulmani con i loro preparativi volti ad annunciare la creazione di un partito politico. Ma più di un responsabile dell’organizzazione ha affermato che sotto questo profilo non sta accadendo nulla di insolito, visto che la Fratellanza non ha mai smesso di discutere questa questione. In ogni caso, è difficile ipotizzare un legame fra questa faccenda e l’offensiva governativa, poiché perfino se i Fratelli Musulmani avanzassero la richiesta di fondare un partito politico, le autorità semplicemente non accoglierebbero tale richiesta. Dunque nulla cambierebbe rispetto alla situazione attuale. […] Ma se questa teoria manca di fondamento, non sembra avere maggiore credibilità la teoria che lega la campagna contro i Fratelli Musulmani ai tentativi di far giungere alla presidenza Gamal Mubarak, il figlio dell’attuale presidente – tentativi di cui si parla da anni negli ambienti politici egiziani. Infatti, se lo scenario di una successione al potere ha di per sé un fondamento, esso tuttavia non ha alcun legame con i Fratelli Musulmani. Tale questione infatti non tocca nessuna delle forze politiche egiziane, ma riguarda piuttosto il rapporto con la piazza egiziana e con la struttura del regime repubblicano.
L’attuale offensiva governativa potrebbe anche non avere una ragione specifica. L’Egitto sta infatti attraversando una fase di passaggio estremamente delicata la quale, non soltanto spinge a prendere provvedimenti che destano stupore sul piano interno, ma ha anche un influsso negativo sulla politica estera del Paese. Fin dalla nascita del regime repubblicano, è l’esercito egiziano che ne garantisce la stabilità, pur senza giocare un ruolo politico diretto come quello che gioca, ad esempio l’esercito turco attraverso il Consiglio per la Sicurezza Nazionale in Turchia. Tuttavia l’Egitto di oggi sembra trovarsi in difficoltà a causa della posizione occupata dalle istituzioni militari all’interno della struttura del regime repubblicano. Questa questione è legata certamente, almeno in una delle sue implicazioni, alla possibilità che Gamal Mubarak succeda al padre. Ma oltre a questo interrogativo vi è anche quello legato ai fondamenti su cui si basa il patto di concordia nazionale egiziana. L’annuncio fatto dal presidente egiziano dell’inizio di una ampio processo di revisione della Costituzione indica con chiarezza che perfino i vertici dello Stato sono ormai consapevoli della necessità di rivedere le basi su cui si fonda il regime repubblicano, a prescindere dalla reale serietà dell’orientamento riformatore e degli emendamenti proposti.
A questo interrogativo ne è legato un altro, relativo alla posizione che l’Islam ricopre all’interno della struttura repubblicana del Paese. L’Islam a cui ci riferiamo in questo caso non è l’Islam inteso come semplice fede religiosa, ma anche come fonte di autorità politica e legislativa. L’Egitto sta attraversando una fase di passaggio perché il dibattito interno a cui sta assistendo è il dibattito legato alle grandi questioni che determinano la stabilità ed il futuro degli Stati. La situazione dei Fratelli Musulmani sta al centro di questo dibattito. In questa affermazione non vi è alcuna esagerazione. Infatti, quando si parla della forza politica più importante e più radicata nel Paese – ed è una forza che non viene considerata come forza politica legittima – vuol dire che si sta parlando delle questioni fondamentali dello Stato, del governo, e della vita politica.
La campagna di arresti su vasta scala contro i Fratelli Musulmani non necessita di un pretesto o di una giustificazione particolari. Infatti ogniqualvolta si prolunga la transizione di un qualsiasi regime politico, essa si trasforma in una crisi. E l’Egitto politico di oggi sta effettivamente attraversando una crisi reale, che si traduce in emendamenti costituzionali che contraddicono lo spirito dell’epoca e le richieste della gente, in una generalizzata perdita di convinzione, nella perdita di peso politico a livello regionale, e nelle campagne di arresti nei confronti di esponenti delle principali forze politiche di opposizione.
Coloro che studiano la storia dei Fratelli Musulmani in Egitto possono osservare un rapido sviluppo del discorso intellettuale e politico portato avanti dall’organizzazione. All’inizio la Fratellanza chiedeva la creazione dello Stato islamico, senza avere una chiara concezione di cosa ciò significasse, né a livello costituzionale né sul piano dei rapporti con lo Stato moderno. Ma il grande dibattito che ha accompagnato l’ascesa delle correnti politiche islamiche nel mondo arabo, nel corso degli anni ’70 ed ’80, ha portato i Fratelli Musulmani ad affermare la natura civile dello Stato islamico, spogliandolo della sua natura religiosa. Nella metà degli anni ’90 l’organizzazione ha promulgato due documenti a proposito, rispettivamente, del ruolo della donna nella società politica islamica, e del pluralismo politico e della pacifica alternanza al potere. Questi due documenti rappresentarono la naturale premessa ad un altro salto in avanti nel pensiero politico della Fratellanza, rappresentato dall’adozione del concetto di “Stato civile di ispirazione islamica”, in cui è il popolo che ha il diritto di interpretare la natura ed i confini di questa “ispirazione”, e ciò che essa significa a livello costituzionale e politico. Questo grande sviluppo nel pensiero politico dei Fratelli Musulmani ha enormemente contribuito alla nascita di un polo di attrazione intellettuale nell’ambito del dibattito politico egiziano sui grandi interrogativi che la società egiziana ha di fronte a sé.
Ma l’offensiva governativa contro i Fratelli Musulmani solleva anche altri interrogativi, riguardo alle cosiddette forze di opposizione legalmente riconosciute. Il concetto di opposizione legalmente riconosciuta è un concetto tipicamente arabo che indica l’esistenza di forze politiche di opposizione classificate in maniera diversa. Alcune sono autorizzate, altre sono illegali. Queste ultime sono illegali e non autorizzate sebbene abbiano un loro peso, ed un radicamento a livello popolare che a volte – come nel caso egiziano – supera di gran lunga quello dei partiti legalmente riconosciuti. Ciò che gli osservatori del panorama politico egiziano hanno potuto rilevare è che nelle scorse settimane i partiti di opposizione autorizzati non hanno adottato un’adeguata posizione in difesa della democrazia, della libertà, e della legalità. Essi sono sembrati quasi conniventi con le autorità e con la loro campagna lanciata contro i Fratelli Musulmani, sostenendo provvedimenti ingiustificati ed illegali. Non è la prima volta che i partiti dell’opposizione egiziana adottano posizioni del genere, mentre il Paese si trova a combattere una difficile battaglia per difendere i diritti acquisiti in materia di libertà, e per ampliarli ulteriormente. Tali posizioni non vanno a vantaggio né delle conquiste democratiche né dei partiti politici autorizzati. L’unica cosa che va a vantaggio di entrambi è agire per difendere la legalità e le libertà di tutti gli egiziani, e di tutte le forze politiche.
Bashir Moussa Nafie è uno storico ed editorialista palestinese
Titolo originale:
مصر.. الإخوان المسلمون.. والمعارضة الشرعية




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