La disperazione, matrice del terrorismo algerino

13/04/2007

Orizzonti bloccati. Gioventù disperata. Vita politica inesistente…Il doppio attentato suicida che ha provocato una carneficina mercoledì ad Algeri – 33 morti e 222 feriti secondo l’ultimo bilancio – nel cuore stesso del potere algerino, contro il palazzo del governo, non ha nulla di sorprendente. C’erano t-utti gli ingredienti per una simile tragedia. Dopo essersi appena ripresi dal “decennio di sangue” che ha visto scontrarsi islamici armati e forze di sicurezza (con un bilancio di 100.000 morti almeno e di 7.000-18.000 dispersi, secondo le fonti), gli algerini si ritrovano catapultati nell’incubo del terrorismo, coinvolti in una ripresa generale della violenza.
Indiscutibilmente, il metodo impiegato dal Gruppo Salafita per la Predicazione ed il Combattimento (GSPC) – l’unico dei gruppi armati algerini ancora attivi, recentemente affiliatosi ad al-Qaeda – costituisce una svolta. Tranne in un’occasione negli anni ’90, l’Algeria non aveva mai subito degli attentati suicidi.
Così, è forte la tentazione di incriminare la politica di riconciliazione nazionale condotta dal presidente Bouteflika dopo il suo arrivo al potere nel 1999, ed in particolare il referendum del settembre 2005, che ha offerto un’amnistia generale ai terroristi pentiti del “decennio rosso”. Tremila detenuti hanno ottenuto la libertà dopo l’anno scorso, mentre 300 combattenti armati hanno approfittato dell’occasione abbandonando la latitanza per reintegrarsi nella vita civile. 
C’è un legame tra la clemenza presidenziale, più o meno imposta ad una popolazione largamente indifferente o rassegnata, e gli attentati kamikaze di mercoledì? Alcuni giornali algerini discutono apertamente della questione, appena 48 ore dopo. Molti vedono in questa brusca e spettacolare ricomparsa del terrorismo in Algeria la prova o la conferma che il capo di Stato sia stato fuorviante dando prova di mansuetudine. “Ecco a cosa porta troppo lassismo”, sottolineano con amarezza. 
Per quanto imperfetta sia la politica di riconciliazione nazionale voluta da M. Bouteflika, e per quanto siano ambigue le sue motivazioni profonde – ciò non spiega la carneficina di mercoledì.
Certamente alcuni « pentiti » che erano stati graziati hanno potuto decidere, in questi ultimi mesi, di riprendere il combattimento e tornare nelle file del GSPC. Ma il loro numero è senza dubbio esiguo. Coloro che hanno scelto di farsi esplodere davanti al palazzo del Governo a Bab Ezzouar, mercoledì, devono essere delle nuove reclute. Questi combattenti di nuovo stampo non appartengono alla generazione del Fronte Islamico di Salvezza (FIS) e del suo braccio armato, l’AIS. Hanno poco a che vedere con coloro che hanno combattuto contro le forze di sicurezza algerine negli “anni di sangue”. Giovani per la maggior parte, i kamikaze algerini dell’11 aprile sono il prodotto dei canali satellitari televisivi del Golfo. Nutriti di immagini della guerra in Iraq, in Palestina, nel sud del Libano ed in Afghanistan, non hanno altri riferimenti. Si prendono gioco degli anziani mujahidin algerini. Ben lungi dal vedere in essi gli eroi della guerra di liberazione del proprio Paese, li considerano dei mantenuti o dei mafiosi. I soli che meritano la grazia ai loro occhi sono morti. I loro modelli? Degli uomini capaci di tener testa all’onnipotente America, come Bin Laden o Nasrallah (il leader degli Hezbollah libanesi), che ammirano così come esecrano George Bush ed i responsabili algerini, colpevoli ai loro occhi di servilismo nei confronti della Casa Bianca.
[…] Disoccupazione, ingiustizia, malavita, povertà, umiliazioni… Coloro che fanno parte della nomenclatura tentano di fermare questi fenomeni in tutti i modi. Il fenomeno degli “harraga”, i clandestini che su imbarcazioni precarie si avventurano in una traversata pericolosa e spesso mortale del Mediterraneo, è in vertiginoso aumento. L’ovest del Paese non ha più il monopolio di questo fenomeno. Dopo un anno, le regioni orientali sono altrettanto colpite da questi tentativi di emigrazione forzata.
Se la disperazione è così profonda in Algeria, è perché le prospettive di cambiamento sono nulle. Ciascuno sa che la vita politica è una farsa ad Algeri. Le elezioni legislative del 17 maggio dovrebbero esserne nuovamente la prova. Il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), dilaniato da liti intestine, ed il Raggruppamento Nazionale Democratico (RND), guscio vuoto al servizio del potere, certamente metteranno le mani sullo scrutinio del voto, che sarà disertato, come d’abitudine, dal 70% della popolazione (ufficialmente solo dal 35%).
Nessuna sorpresa al varco dunque. […] Un’unica piccola incertezza: il punteggio che otterrà il Raggruppamento per la Cultura e la Democrazia (RCD, partito della Cabilia), che ha deciso di partecipare a queste elezioni legislative e che non esclude di integrarsi nella coalizione di governo. L’RCD beneficerà della quota inizialmente prevista per Abdallah Djaballah, capo del partito islamico El-Islah, scartato dalla competizione, forse poiché rischiava di “fare ombra” all’FNL? L’ipotesi non è assurda.
Sia come sia, gli islamici non hanno più il loro spazio in Algeria oggi, così come non l’hanno avuto negli scorsi 15 anni. Non c’è alcuna soluzione politica in vista, con tutti i pericoli che ciò comporta. Persino coloro che sono vicini al potere, presto o tardi, si ritrovano emarginati. Così l’Algeria rischia di ritrovarsi in una situazione analoga a quella del dicembre 1991 (che aveva visto il FIS vincere il primo turno delle legislative). Il vecchio potere vince, ma lo fa nel modo più maldestro, neutralizzando ogni velleità democratica in formazione.
Risultato: il risentimento e la frustrazione aumentano. Non esiste, in Algeria, una relazione di fiducia tra il governo ed i governati. Gli uni e gli altri si osservano da lontano con sospetto. Vige la regola dell’ “ognun per sé”, gli uni, per il meglio, gli altri per il peggio. Non è sorprendente, in queste condizioni, che i più poveri finiscano, presto o tardi, al fianco degli islamici estremisti. Cos’hanno da perdere in fondo? In questo terreno, fatto di giovani pronti a tutto, il GSPC ed Al-Qaeda hanno di che attingere. Una simile riserva non sembra destinata ad esaurirsi a breve…

Florence Beaugé è una giornalista esperta di questioni algerine

Titolo originale:

Le désespoir, matrice du terrorisme algérien

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