24/05/2007
All’indomani di elezioni legislative caratterizzate da un altissimo astensionismo, l’Algeria si ritrova priva di un vero orizzonte politico, sospesa fra un regime preoccupato solo della propria sopravvivenza e le inquietudini di una società che non trova spazio per esprimersi. E’ questa l’impressione di Florence Beaugé, corrispondente di Le Monde per i Paesi del Maghreb
Per farsi intendere, gli algerini hanno scelto il silenzio. Rifiutando in grande maggioranza di recarsi alle urne, il 17 maggio, per rinnovare i loro deputati, essi non hanno tuttavia risposto agli inviti al boicottaggio lanciati dall’organizzazione di al-Qaeda nel Maghreb. Hanno in realtà manifestato il loro rifiuto ad assicurare in misura maggiore la parvenza di democrazia che è loro imposta da anni: istituzioni vuote di senso e di potere, multipartitismo di facciata, responsabili politici ridotti allo stato di burattini… Mai la popolazione algerina aveva manifestato un tale disinteresse per una consultazione elettorale dai tempi dell’indipendenza del Paese: il 35,55% di partecipazione al voto, secondo i rapporti ufficiali. In realtà, senza dubbio, ancora meno (tra il 12% e il 20%).
Il potere ha recepito il messaggio che gli è stato inviato? Dopo aver ascoltato Yazid Zerhouni, il ministro dell’interno, mentre si felicitava con voce monocorde, per due ore di seguito venerdì 18 maggio ad Algeri, del successo di queste elezioni legislative, possiamo dubitarne. Difficile sapere se il ministro credesse realmente a ciò che stava dicendo o se non cercasse piuttosto di salvare le apparenze, di fronte alla stampa algerina ed internazionale. Zerhouni potrà mai comprendere, in ogni caso, l’ironia della situazione quando ha celebrato “la maturità politica” di cui avrebbero dato prova i cittadini algerini in occasione di queste elezioni?
Su questo punto, il ministro non si sbaglia. La società algerina non è immatura. “E’ ben informata sugli standard minimi di una vita politica seria. Non comprenderlo non porterebbe che a delle delusioni”, sottolinea K. Selim, editorialista del Quotidien d’Oran. “Il sistema esistente è interamente organizzato su una logica di conservazione e soprattutto di sfiducia nei riguardi di una società che si è ribellata nel 1988 e che ha “mal votato” (in favore degli islamici) nel dicembre del 1991. E non sembra pronto ad uscire da questa fissazione che lo spinge a decidere esso stesso in rappresentanza degli algerini”.
Il potere resta infatti ossessionato dalla vittoria del Fronte Islamico di Salvezza (FIS), avvenuta ormai sedici anni fa. Non ha smesso, da allora, di modellare la scena politica a sua immagine, conservando artificiosamente un’apparenza di multipartitismo – la nuova Assemblea popolare nazionale (APN), infarcita di più di una ventina di formazioni differenti, alcune microscopiche, simile ad un vero mosaico – a colpi di divieti, di eliminazioni o, al contrario, di raggruppamenti forzati.
L’ultimo esempio in ordine di tempo di queste manipolazioni poco lungimiranti: la sparizione del partito El-Islah dal panorama politico. Attraverso delle manovre amministrative, il potere ha eliminato da due mesi Abdallah Djaballah, il capo carismatico di questo partito islamico autorizzato, che tuttavia non è membro dell’Alleanza presidenziale. Nella nuova APN, El-Islah (guidato da un altro leader, senza legittimità) non dispone di più di tre seggi, contro i quarantatre che aveva in precedenza. Però Djaballah conserva una certa popolarità tra l’elettorato islamico in Algeria. Al contrario del suo “fratello nemico”, il Movimento della società per la pace (MSP, ex-Hamas), questo islamico duro e puro, dal comportamento austero, non ha mai accettato di entrare nel governo ed ha sempre espresso delle posizioni critiche nei confronti del potere.
El-Islah non ha senza dubbio torto ad affermare che è stato scartato perché faceva ombra al FLN e che il suo leader Djaballah era ormai una figura troppo visibile sulla scena politica algerina. Ma escludere Djaballah non l’ha fatto sparire. Dato che i canali satellitari del Golfo, soprattutto al-Jazeera, si prodigano per offrirgli il loro spazio. La sua esclusione suscita una grande frustrazione in Algeria, in seno all’elettorato islamico. E’ un problema analogo a quello dell’ex FIS, ormai al bando, ma i cui capi storici, Abassi Madani (esiliato in Qatar) e Ali Benhadj (rimasto ad Algeri), conservano la loro aura. Coscienziosamente annunciati in anticipo, gli spostamenti di Ali Benhadj nelle moschee di Algeri sono seguiti con un fervore discreto ma reale da numerosi fedeli, spesso giovani.
Apparizioni improvvise
Graziato – e dunque libero di muoversi come molti altri islamici – dalla “riconciliazione nazionale” ormai un anno e mezzo fa, Ali Benhadj, sembra tentato di mettere fine al ritiro che il potere gli ha imposto, in questi ultimi tre anni, dopo la sua uscita di prigione. Il numero due dell’ ex-FIS fa sempre più frequentemente delle apparizioni improvvise qui e là – a Blida, Algeri o altrove -, lascia sprofondare nell’imbarazzo o nella collera coloro ai quali rende visita apertamente…
Sedici anni dopo la sospensione del processo elettorale, il potere algerino non può che constatare questo: il trattamento autoritario nei confronti degli islamici è uno smacco. L’elettorato islamico rifiuta di lasciarsi attirare dai partiti del potere. Da qui il baratro che separa i partiti dalla società, da qui soprattutto la crisi della rappresentanza politica in Algeria. Nell’inverno del 1995 era apparsa una proposta di soluzione: il “Contratto di Roma”. Siccome preconizzava dei veri meccanismi legali per chiunque accedesse al potere, ed insisteva sulla questione delle libertà, è stato rifiutato dal potere. Ma l’Algeria, se vuole progredire, potrà evitare in eterno di stabilire un vero contratto tra il potere e le forze politiche reali?
Attualmente il “sistema” è soprattutto preoccupato di sopravvivere. I giochi di ombre si moltiplicano, allorché la salute del presidente Bouteflika peggiora. Il popolo algerino è tenuto nell’ignoranza riguardo al reale stato di salute del suo presidente, cosa che si aggiunge al clima di incertezza e preoccupazione. Ufficialmente Boutlefika è in piena forma: e’ “infaticabile”, ha affermato, il 18 maggio, il capo del governo Abdelaziz Belkhadem, contro ogni evidenza.”L’entourage del presidente arriva quasi a sostituirlo. Ma ciò che non arriva a fare è mascherare le sue assenze prolungate”, ammette un membro del potere.
Sottoposto a trattamenti ripetuti – che lo rinforzano un po’ -, preoccupato per la salute di sua madre oramai novantunenne, più che per la propria, Bouteflika non governa più veramente l’ Algeria. Altri se ne incaricano in sua vece. Lo fanno nella confusione, senza la lucidità e la capacità di anticipazione che il Paese richiede. L’Algeria è in uno stato di ebollizione sociale. Le rivolte si susseguono, dal nord al sud e da est a ovest, a volte anche per una settimana intera. Privati di veri rappresentanti, i giovani algerini non conoscono che la sommossa come mezzo di espressione. La scintilla minaccia dopo tanto tempo di infiammare il Paese. Basterà un niente…
Florence Beaugé è una giornalista esperta di questioni algerine
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