24/05/2007
Come si è potuto constatare all’epoca dello scoppio della guerra in Iraq, l’adesione, nel 2004, di 8 Paesi usciti dal vecchio blocco sovietico, ha rafforzato, all’interno dell’Unione europea, ciò che si potrebbe chiamare il partito filoamericano. I nuovi arrivati si reputano infatti membri di un insieme “euro-atlantico” che poggia su una profonda solidarietà tra Europa e Stati Uniti.
Quando essi diedero il loro sostegno pubblico a George Bush, Jacques Chirac, ci ricordiamo, disse loro che avevano perduto un occasione per tacere. Questo avvertimento non impedì loro di continuare a mostrare simpatia per Washington. Tentando di riallacciare il legame transatlantico, indebolito dall’intervento americano in Iraq, Angela Merkel ratifica, in nome dell’Europa, un “riallineamento” che il nuovo presidente Nicolas Sarkozy, non mancherà di approvare.
Ma l’influenza dei vecchi Stati comunisti ha un’altra conseguenza sulla politica dell’Unione, complementare alla precedente: contribuisce all’irrigidimento delle relazioni con Mosca, di cui il summit di Samara tra l’UE e la Russia ha appena dato una nuova prova. E’ finito l’asse Chirac-Schröder-Putin. E’ piuttosto il tempo del rinnovamento delle tensioni tra i dirigenti europei e il capo del Cremino.
Le dispute si moltiplicano, i malintesi si accumulano, la diffidenza aumenta. Tre Paesi dell’Unione sono in conflitto aperto con Mosca: la Polonia, in ragione dell’embargo russo sulle sue esportazioni di carne, l’Estonia, dopo i disordini suscitati dallo spostamento di un monumento alla gloria dell’Armata Rossa, la Lituania, per l’interruzione delle forniture di petrolio attraverso l’oleodotto di Droujba.
La Russia, si fa notare a Bruxelles, non ha mai veramente accettato che i suoi vecchi satelliti si separassero da lei. Non comprende perché l’Unione europea sposi la loro causa con intransigenza lasciando che i piccoli Stati, come scriveva il 14 maggio sull’International Herald Tribune un esperto russo, Sergueï A. Karaganov, “dettino la loro legge a Berlino, Parigi o Roma”. Abile a dividere per regnare, Mosca preferisce trattare con i grandi Stati piuttosto che con Bruxelles.
Gli Europei hanno deciso di fare fronte comune. “I Russi devono abituarsi all’idea che i nuovi Stati membri fanno parte dell’Unione allo stesso titolo degli altri”, afferma un diplomatico. Certamente i dirigenti dell’Unione, dalla cancelliera Angela Merkel, al presidente della Commissione, José Manuel Barroso, rifiutano che la Polonia con il sostegno dei Paesi baltici, blocchi l’apertura dei negoziati per un nuovo accordo con la Russia, ma giudicano imperativo che l’Europa resti unita contro Vladimir Putin.
Il problema, crede Katinka Barysch, economista al Centre for European Reform, è che non è sufficiente invitare i Ventisette a “parlare con una sola voce”. Bisogna che si intendano su una posizione comune. Oramai esistono delle “reali differenze tra gli atteggiamenti e gli obbiettivi dei diversi Stati membri”. L’Unione deve trovare il modo di armonizzare i loro approcci. Per Katinka Barysch, gli Europei hanno bisogno di aprire un dibattito “leale e in una prospettiva futura” sulla loro politica riguardo alla Russia per giungere ad una “chiara definizione” delle loro richieste e delle loro aspettative.
La difficoltà, nota Yves Pozzo di Borgo, senatore (UDF), in un recente rapporto (Unione europea-Russia: quali relazioni?), è di “definire un modello di cooperazione specifica” che tenga conto dei particolarismi di uno Stato la cui ambizione non è di entrare nell’Unione europea. Come convincere la Russia a rispettare i diritti umani se essa considera ogni riferimento a dei “valori comuni” come un’ingerenza inaccettabile nei suoi affari interni?
Thomas Ferenczi è direttore aggiunto della redazione di Le Monde; è stato corrispondente da Mosca e da Bruxelles
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