L’America, il Golfo, ed il nuovo ruolo russo

26/04/2007

Non vi è dubbio che le alleanze militari e di sicurezza fra i Paesi del Gulf Cooperation Council (GCC) abbiano delle giustificazioni sotto tutti i punti di vista, soprattutto se ci basiamo sugli eventi della storia che ci insegnano che il più forte mangia il più debole, o in alternativa si intromette nelle sue questioni interne con lo scopo di provocare crepe nella sua struttura di sicurezza, in modo da portare, col tempo, ad un cambio di regime, o alla possibilità di introdurre nella società i valori e le ideologie del Paese più forte.
Per la stessa ragione vi sono delle motivazioni che giustificano la presenza della “protezione” americana, e prima ancora di quella britannica, in modo che elementi sovvertitori presenti fra i Paesi confinanti si astengano dal propagandare le loro ideologie e dal saccheggiare le ricchezze di questi Stati, eventualmente sobillando colpi di Stato e rivoluzioni interne (il riferimento è rivolto in particolare all’Iran, visto da molti arabi del Golfo come una minaccia all’identità ed alla sopravvivenza stessa dei loro Paesi (N.d.T.) ). Questa paura è rimasta dominante nella memoria locale per secoli.
Tuttavia nel mondo della politica non esistono principi, ed i cambiamenti e le trasformazioni giocano un ruolo importante nelle relazioni fra Stati. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, l’America è diventata l’unico polo in grado di tenere in mano le sorti del mondo, e di regolare le questioni mondiali a proprio piacimento, classificando ciascun Paese come “paradiso” o “inferno”, talvolta trasformando l’uno nell’altro, e distinguendo i suoi abitanti come appartenenti all’asse del “bene” o all’asse del “male”, sulla base del livello di gradimento che le politiche altrui incontravano a Washington.
E siccome gli Stati Uniti sono fra i più bravi al mondo nell’imporre la propria presenza militare – soprattutto sul territorio altrui – sono anche quelli che ci guadagnano maggiormente dalle condizioni vessatorie che la loro presenza impone. Anzi, sono essi stessi a stabilire la forza e la debolezza di tali condizioni in base ai propri interessi strategici, sebbene questi interessi talvolta impongano loro di essere i primi a violare queste condizioni, ed a volte, di calpestare i principi stessi della democrazia americana!
Nella regione del Golfo si sono verificati nello scorso decennio cambiamenti sostanziali. Si sono levate voci che chiedevano di rompere il vincolo di amicizia che lega gli Stati Uniti ai Paesi del Golfo, di tagliare il cordone ombelicale con Washington, soprattutto a seguito delle posizioni americane rispetto alle questioni arabo-islamiche, ed in particolar modo rispetto alla questione palestinese ed alla situazione in Iraq.
Questo Paese si è assunto il compito di “sorvegliare” il petrolio del Golfo, garantendo che esso affluisse verso i mercati americani. La sorte avversa ha voluto che gli Stati Uniti deludessero le speranze dei liberali nel Golfo, dopo che l’ex segretario di stato Colin Powel aveva promesso loro la democrazia e le riforme politiche, e dopo che il nuovo segretario di stato Condoleezza Rice aveva confermato tali promesse. E diciamo che “sono state deluse le speranze dei liberali nel Golfo”, mentre costoro sono di fatto messi al bando, non solo dai regimi, ma anche da diverse fasce della società, e dai religiosi che li tacciano di “miscredenza” e di “ateismo”, e li accusano di voler rivoluzionare la società nei suoi costumi e nelle sue tradizioni, soprattutto per quanto riguarda l’alternanza al potere, la liberazione della donna e l’adozione della democrazia.
L’America applica il regime democratico al massimo grado all’interno dei propri confini. Ma con gli altri Paesi del mondo ripartisce questa democrazia a seconda del bisogno ed in base agli interessi che la legano a questi Paesi. In America il mandato presidenziale ha una durata di 4 anni, ed è rinnovabile una sola volta, dopodichè si consuma il divorzio definitivo con la Casa Bianca. Ma nelle regioni che sono al centro dei suoi interessi, l’America non si preoccupa di chi è presidente, e per quanto tempo rimane in carica. Non si turba se egli rimane al potere 30 o 40 anni. Allo stesso modo, l’America non discute la corruzione o la cattiva amministrazione, o se viene repressa la libertà di opinione, o vengono calpestati i diritti umani.
[…] Dunque come possono i liberali aver fiducia nelle intenzioni degli Stati Uniti? Essi si trovano lacerati fra l’arretratezza delle loro società e le pressioni americane nei confronti dei loro governi affinché rafforzino la loro cooperazione con Washington. Questa doppiezza di comportamento da parte dell’America costituisce l’ultimo chiodo piantato nella cassa da morto dei liberali. Essa li lascia inermi, tra la morsa dei regimi e l’odio dei religiosi.

Per contro, la Russia nell’ultimo periodo ha dato il via ad un nuovo corso che l’ha tirata fuori dall’isolamento in cui era caduta dopo il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991. Questo nuovo orientamento è stato sancito dalle visite compiute dal presidente Vladimir Putin nella regione del Golfo, soprattutto tenuto conto che la Russia è il secondo produttore mondiale di petrolio ed il primo produttore di gas naturale. Naturalmente la Russia è interessata alla sicurezza ed all’esistenza di un equilibrio nel mondo; per non parlare poi della sua potenza militare – e soprattutto nucleare – , della sua tecnologia spaziale, e del suo radicamento nella storia e nelle culture del mondo.
In queste ripetute visite di responsabili russi nei Paesi della regione del Golfo potrebbero esserci dei chiari segni di un nuovo ruolo della Russia. Forse questi viaggi intendevano anche inviare alcuni messaggi a Washington, suggerendo in qualche modo che gli Stati del Golfo, in base al principio di sovranità, hanno il diritto di stabilire rapporti di fiducia con altre potenze che non siano gli Stati Uniti! Da parte nostra, non possiamo ignorare il conflitto storico intorno alle principali questioni mondiali che ha sempre caratterizzato il rapporto fra l’America e la Russia, e non possiamo dimenticare che quest’ultima si è spesso schierata a favore delle questioni arabe nelle riunioni internazionali, contrapponendosi agli Stati Uniti, alle loro politiche invariabilmente favorevoli ad Israele, ed al loro disprezzo per i diritti degli arabi e della Palestina. Non possiamo non osservare le divergenze che esistono fra la visione degli Stati Uniti e la visione russa a proposito delle questioni che riguardano la regione mediorientale, e dobbiamo rilevare che la visione russa non si differenzia molto da quella araba. Possiamo addurre come prova di ciò la posizione che ha assunto la Russia rispetto all’invasione dell’Iraq! Ricordiamoci che la Russia dispone del diritto di veto al Consiglio di Sicurezza, a da esso gli arabi potrebbero trarre vantaggio quando si tratterà di discutere le questioni che li riguardano.

Da quanto detto segue che è necessaria una nuova visione americana nei confronti della regione del Golfo, una visione che differisca radicalmente da quella precedente, e che non abbia più l’arroganza di proteggere il Golfo in base alla pretesa che non esiste un’alternativa all’America. Dal canto loro, i Paesi della regione – dopo aver sperimentato il “paradiso” degli Stati Uniti nelle principali questioni che riguardano la nazione araba, ed in particolare nell’Iraq martoriato – perché non sperimentano il “fuoco infernale” della Russia? Questo fuoco potrebbe rivelarsi “fresco” e protettivo! E questa esperienza potrebbe aprire porte che gli Stati Uniti avrebbero voluto tener chiuse per sempre.

Ahmad Abdul Malek è stato direttore degli affari dell’informazione del Gulf Cooperation Council (GCC); è stato inoltre direttore del quotidiano qatariota “al-Sharq”

Titolo originale:

أميركا والخليج والدور الروسي الجديد

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