Preso nella trappola della sua vittoria, Hamas cerca di evitare l’isolamento totale della striscia di Gaza

22/06/2007

Quasi frastornati dalla facilità con la quale il potere è stato conquistato nella striscia di Gaza, i dirigenti del Movimento di resistenza islamico “Hamas” si interrogano sul modo di gestire questa vittoria. Evidentemente, questa azione di forza non è piaciuta a nessuno, in particolare a Ghazi Hamad, vecchio portavoce del governo di unità nazionale, a disagio in questa nuova situazione. “Noi non vogliamo controllare la striscia di Gaza. Non siamo che un solo popolo. Vogliamo restare uniti”, ha detto. “Bisogna trovare una soluzione. Bisogna parlarsi, provare a preservare l’interesse nazionale, trovare delle procedure, tutti i mezzi possibili perché non ci si può permettere di mantenere questo stato di fatto.” Nervoso, impacciato, Ghazi Hamad riconosce che “anche per Mahmoud Abbas, la situazione non è facile”.

Ma il presidente dell’Autorità Palestinese rifiuta ogni dialogo e accusa Hamas di averlo voluto assassinare. Non sarà facile porre rimedio al danno fatto. Dunque gli islamici brancolano nel buio, non smettono di riunirsi, cercano dei rimedi e sperano nei buoni uffici del mondo arabo e dei “fratelli” islamici affinché si trovi una soluzione, e affinché la frattura creatasi improvvisamente tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza non si allarghi maggiormente. “E’ necessario fare qualcosa rapidamente. Non vogliamo un governo di Hamas per una popolazione di Hamas. Qui non ci sarà uno Stato palestinese”, si affretta a sottolineare Alaa Al-Aradj, vecchio ministro dell’economia.

Totalmente disorientati per quello che sta loro succedendo, come lo erano stati dopo la loro vittoria elettorale del 25 gennaio 2006, i capi islamici non sanno più come fare di fronte a questa nuova situazione. “Bisogna fare di tutto per evitare l’isolamento, trovare una via d’uscita politica”, si preoccupa Salah Al-Bardawil, presidente del gruppo parlamentare di Hamas al Consiglio legislativo palestinese (il parlamento). Da parte sua Basem Naim, ministro della gioventù e dello sport, riconosce che sono stati fatti degli errori, che “l’immagine di Hamas è stata offuscata, ma che la sicurezza e il benessere della popolazione sono la cosa più importante” e che, su almeno uno di questi punti, la pacificazione è tornata nella striscia di Gaza.
 
Reazione spontanea
E’ perché tutti si trovano d’accordo nel dire che la situazione non poteva durare in quel modo, e che la decisione che è stata presa, di prendere il controllo sulle forze di sicurezza avverse è stata imposta da un aumento, giudicato intollerabile, di disordini di ogni tipo. “Quella è stata una reazione spontanea, una reazione emotiva. Non c’è stato un piano preparato. E’ stata liberata la città dal caos e dall’anarchia”, afferma Ahmed Youssef, consigliere politico del primo ministro Ismail Haniyeh.

Ma oggi, che fare di questa vittoria imbarazzante? Ci vorrà ancora del tempo per sapere come Hamas metabolizzerà le sue nuove responsabilità, e per sapere quali strutture saranno messe in gioco. Ahmed Youssef crede che Mahmoud Abbas abbia violato la “Legge fondamentale” che fa le veci della Costituzione, e che non abbia intenzione di procedere verso elezioni anticipate. “Perché farne altre, dal momento che non sono stati rispettati i risultati delle ultime?” si interroga, “Inoltre, verranno dati molti soldi a Fatah perché le vinca, e le elezioni saranno falsate”. Per il momento, non è stata fornita nessuna risposta sul modo in cui Hamas risponderà alla situazione prodotta, e su come eviterà di essere ancora più ostracizzato e sempre più dipendente dagli aiuti internazionali. “Noi siamo un popolo sotto assedio. Israele deve assicurare i nostri bisogni vitali, e noi contiamo sui nostri fratelli arabi affinché non ci lascino soli”, si rassicura Ahmed Youssef.

Ufficialmente, nessuno riconosce, all’interno di Hamas, che si è andati troppo in fretta, e che si sarebbe dovuta dare una ulteriore possibilità al governo di unità nazionale. Il momento non è ancora arrivato per l’autocritica. Tuttavia, per Ibrahim Ibrach, professore di scienze politiche all’università Al-Azhar di Gaza afferma: “Hamas è prigioniero della trappola della sua vittoria. Non sa cosa farne, e comincia a domandarsi se non si sia tirato la zappa sui piedi. La questione che si pone è di sapere se non abbia fatto il gioco di Israele e degli Stati Uniti dato che in Cisgiordania, la situazione dei suoi militanti è diventata molto critica”. Secondo questo analista, “la situazione è senza dubbio irreversibile e stiamo per assistere, poco a poco, alla costituzione di un mini-Stato islamico. Gli indizi sono numerosi”.

“Falso!” replica Salah Al-Bardawil. “Noi non siamo dei talebani. Non applicheremo la sharia. Vogliamo salvaguardare i diritti dell’uomo”. Ahmed Youssef si indigna che si possa paragonare i palestinesi, “un popolo aperto e giusto”, a degli integralisti arretrati. “Noi non siamo degli estremisti”, dichiara: “noi rispettiamo la democrazia, il pluralismo, la libertà di espressione. Qui, non è l’ ‘Hamastan’, è il ‘Democratistan’. Non c’è mai stato il problema di uno Stato islamico”. Una sola preoccupazione anima i nuovi padroni di Gaza: rassicurare, per rinnovare il dialogo. Giovedì sera, le brigate Ezzedin Al-Qassam hanno organizzato una conferenza stampa di fronte alla casa di Mahmoud Abbas e l’hanno fatta visitare ai giornalisti al fine di dimostrare che nessun danno, nessun saccheggio era stato compiuto nella casa del presidente… che non è più, tuttavia, il presidente della striscia di Gaza.

Michel Bôle-Richard è corrispondente di Le Monde da Gerusalemme

Titolo originale:

Pris au piège de sa victoire, le Hamas cherche à éviter l’isolement total de la bande de Gaza

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