22/06/2007
Quando i coloni e l’esercito israeliano si ritirarono dalla Striscia di Gaza, nell’estate del 2005, la liberazione di questo territorio di 362 km2 è stata salutata come un’immensa opportunità offerta a questo rifugio sovrappopolato da più di 1 milione e 450.000 mila abitanti. Fiorirono i progetti più mirabolanti. Alcuni immaginavano di farne una “nuova Singapore”. Per Shimon Peres, oggi presidente di Israele, i palestinesi avrebbero potuto dimostrare ciò di cui sono veramente capaci. C’era il problema di ricostruire il porto e l’aeroporto distrutti dagli israeliani, di sviluppare la zona industriale vicino al passaggio di Erez, di creare dei complessi turistici, di far fruttare le serre abbandonate dai coloni…
Il sogno non dura a lungo. Dall’ottobre 2005, Israele rifiuta di allentare la stretta su questo territorio, considerato come un rifugio per i terroristi, e già chiuso completamente da una barriera di sicurezza. Molto prima della seconda Intifada, alla fine del settembre 2000, il flusso dei lavoratori palestinesi che si recavano in Israele era già considerevolmente diminuito, prima di essere ridotto a niente.
E’ stato necessario che Condoleezza Rice, segretario di Stato americano, esercitasse tutto il suo peso per strappare agli israeliani un accordo (15 novembre 2005) che regolamenti la circolazione delle persone al valico di Rafah. Quanto al passaggio delle merci, a Karni, vengono accettate diverse modalità di sicurezza. Ma le operazioni di trasferimento sono sempre lasciate al libero arbitrio degli israeliani, che aprono o chiudono solo alcuni o la totalità della ventina di valichi secondo il loro ben volere, difendendosi sempre dietro i perenni imperativi della sicurezza.
Al nord il terminal di Erez si trasforma in una frontiera invalicabile per gli abitanti di Gaza, mentre la zona industriale adiacente, devastata dalle incursioni militari israeliane, non è niente più che una vasta zona di macerie. Con l’arrivo al potere di Hamas, fine gennaio 2006, vengono imposte delle restrizioni ancora più draconiane.
Impoverimento record
Dopo il sequestro del caporale israeliano Gilad Shalit (25 giugno 2006), questi punti di passaggio diventano quasi ermetici. Le valvole si aprono giusto quel tanto che serve per non asfissiare totalmente Gaza. Il porto che doveva essere costruito con le macerie delle case dei coloni, non ha mai visto la luce, e la libertà di pesca è stata considerevolmente ridotta. Numerosi pescherecci sono stati mitragliati dalla marina israeliana che sorveglia il fronte marittimo.
La sola porta aperta – qualche chilometro di frontiera con l’Egitto, a Rafah – è chiusa da un muro, una “no man’s land”, e una strada di vigilanza. Gli israeliani non la controllano più. E’ là che i palestinesi scavano dei tunnel per fare contrabbando d’armi, di munizioni e di droga.
Di fatto, la striscia di Gaza è prigioniera di una rete chiusa a doppio giro. Gli abitanti di Gaza vivono in un ghetto dal quale non hanno alcuna possibilità di scappare. Oramai la situazione economica va a rotoli, e l’impoverimento raggiunge livelli record, con l’imposizione di sanzioni nei confronti dell’Autorità Palestinese da parte della comunità internazionale e di Israele, che ha il controllo sulle entrate fiscali, e sull’approvvigionamento di acqua e di elettricità.
Ufficialmente, 14.000 persone sono riuscite a uscire da quello che è corretto chiamare un “cul-de-sac”. Resta una posta in gioco drammatica: come evitare l’asfissia di circa un milione e mezzo di esseri umani, senza tener conto di Hamas?
Michel Bôle-Richard è corrispondente di Le Monde da Gerusalemme
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