L’interpretazione russa della questione iraniana

27/10/2007

La visita del presidente Vladimir Putin all’Iran ha destato un’attenzione ed una preoccupazione del tutto inusuali. Fin da quando era stato confermato che la Guida Suprema iraniana Ali Khamenei avrebbe incontrato il presidente russo – che in questo modo si apprestava a diventare il primo leader “non musulmano” ricevuto dalla Guida, oltre ad essere il primo leader russo che giunge a Teheran dopo la visita di Stalin del 1935 – questo viaggio aveva assunto un’importanza incontestabile.

L’importanza di questo evento sta nelle ragioni che lo hanno preceduto e nelle conseguenze che ne deriveranno. Ciò che lo ha preceduto può essere riassunto in tre sviluppi essenziali:

1) L’annuncio di Putin che dopo la fine del suo mandato presidenziale continuerà la sua attività politica. I conoscitori delle questioni russe interpretano questo annuncio come una dichiarazione di voler assumere la guida del governo, rimanendo così l’uomo forte all’interno del potere in Russia.

2) L’aver ospitato una delegazione americana di alto livello guidata dal segretario di stato Condoleezza Rice; l’incontro ha messo a nudo il permanere delle divergenze fra il punto di vista americano e quello russo in merito a diverse questioni comuni di natura strategica, soprattutto lo scudo missilistico.

3) L’incontro fra Putin ed il presidente francese Nicolas Sarkozy, considerato oggi come la stella nascente nel firmamento della politica europea, e quello con il cancelliere tedesco Angela Merkel, la rappresentante del paese con cui la Russia ha rapporti più stretti rispetto a qualsiasi altro paese europeo. I due, pur essendo più vicini a Washington di quanto non lo fossero i loro predecessori Jacques Chirac e Gerhard Schroeder, sono desiderosi di proseguire e sviluppare un “dialogo con la Russia”.

In altre parole, il viaggio di Putin a Teheran aveva lo scopo di cogliere un successo che gli permettesse di conservare il suo ruolo politico all’interno del suo paese, oltre a quello di migliorare la posizione ed il prestigio della Russia agli occhi degli Stati Uniti. Ma la via per giungere ad un simile risultato sta nel focalizzarsi su una posizione vicina alla posizione complessiva dell’Europa, che è intransigente nei confronti dell’Iran, ma al tempo stesso è molto prudente rispetto al ricorso alla violenza o ad un assedio soffocante, in base a diverse considerazioni strategiche e finanziarie. I leader europei – ed il più chiaro a questo proposito si è dimostrato Sarkozy – non si oppongono all’idea di minacciare gli ayatollah di fare ricorso ad un attacco militare, nella speranza che tali minacce spingano questi ultimi a fare delle concessioni che eliminino la necessità di giungere realmente ad un simile attacco.

Con il suo tentativo di avvicinarsi alla posizione complessiva dell’Europa occidentale, Putin cerca di ottenere due obiettivi che insieme dovrebbero aiutarlo a rimanere ai vertici della politica del suo paese, ed allo stesso tempo far rimanere il suo paese ai vertici della politica mondiale: da un lato allettare gli europei con la possibilità di conservare una posizione relativamente indipendente da quella americana, dall’altro dare l’idea agli Stati Uniti di essere in grado di strappare un importante compromesso a Teheran, che potrebbe riportare Mosca in una posizione di forza nei suoi rapporti con l’America.

Nelle sue mosse Putin si basa su una teoria composita su cui possiamo soffermarci, in mezzo ad una serie di posizioni e di atteggiamenti sparsi, in modo da leggere la visione russa nella maniera seguente:

1) Il nocciolo della questione non sta realmente nel problema dell’arma nucleare, anche se siamo arrivati al punto che il presidente americano George Bush ha minacciato una “terza guerra mondiale” se Teheran dovesse entrare in possesso di quest’arma. Le minacce di Bush, secondo questa visione, possono essere inserite nell’ambito di un “tira e molla” fra Washington e Mosca, in cui va annoverata anche la decisione dei 5 paesi del bacino del Caspio (Russia, Iran, Azerbaigian, Kazakistan, e Turkmenistan) di non concedere l’uso del proprio territorio per un’eventuale aggressione a qualcuno di questi stati. Tanto più che le valutazioni più ottimistiche sulle capacità di sviluppo di Teheran stimano in tre anni il periodo di tempo minimo prima del quale l’Iran non sarà in grado di produrre l’arma nucleare. Inoltre la Russia, che considera l’Iran insieme alla Turchia come il suo vicino più diretto in prossimità dei suoi confini meridionali, ha ancora più timore degli Stati Uniti rispetto all’eventualità che gli ayatollah si impadroniscano di un’arma simile. Come può essere ammissibile una cosa simile, in un epoca che si caratterizza per la facilità di diffusione delle armi di distruzione di massa, e per l’ascesa di identità religiose ed etniche, fra cui l’identità cecena musulmana?

2) L’arma nucleare non è che un pretesto rispetto alla questione essenziale che è rappresentata dall’influenza iraniana e dai suoi pericoli per l’Occidente, e non solo per gli Stati Uniti. Essendo ormai assodato che le due guerre in Afghanistan ed in Iraq hanno beneficiato in primo luogo Teheran, poiché hanno eliminato due regimi nemici ai suoi confini, è altrettanto evidente che il consolidarsi e l’espandersi della posizione iraniana in Iraq minaccia tutto il Golfo. Uno sviluppo di questo genere farebbe dei soldati americani nell’area un ostaggio di Teheran, ma soprattutto farebbe degli ayatollah la prima autorità, se non l’unica, allorché si tratta di fissare il prezzo del greggio.

3) La preoccupazione di Washington rispetto all’influenza iraniana è essenzialmente legata all’approccio unipolare al mondo che domina Washington dalla fine della Guerra Fredda, specialmente dopo gli eventi dell’11 settembre 2001. E’ una faccenda che può essere trattata in maniera oggettiva, a condizione che gli Stati Uniti accettino il principio di una collaborazione con altre potenze internazionali e regionali che si accontentano di una posizione subordinata in questa partnership. Si può dedurre ciò guardando al successo ottenuto dagli sforzi collettivi (a cui hanno preso parte la Russia, la Cina, il Giappone, e la Corea del Sud, oltre agli Stati Uniti) volti ad appianare il problema nucleare della Corea del Nord. E perfino a proposito dell’Iran, la collaborazione irano-americana nella guerra afghana – che precedette il discorso dell’ “asse del male” ormai a tutti noto, e dall’esito disastroso – denota l’esistenza di orizzonti di riavvicinamento possibili ed aperti.

In conclusione, da ciò che si può comprendere della posizione russa, segue che una forma di sicurezza collettiva in cui Mosca giochi un ruolo di mediazione fra l’Occidente e l’Oriente è l’unica che può rassicurare l’Iran sul futuro del proprio regime così come può tranquillizzare l’Occidente a proposito delle intenzioni iraniane. Essendo la Russia – che è parzialmente “occidentale” e parzialmente “orientale” – l’attore più qualificato a giocare questo ruolo di “ponte”, una concezione di questo genere è l’unica che può dare qualche garanzia di riuscire a contenere la situazione irachena, che è temuta da Mosca tanto quanto è temuta dalle potenze occidentali. Soltanto un simile assetto potrebbe garantire un clima sufficientemente tranquillo per risolvere problemi che cominciano con il ritiro americano dall’Iraq (quando sarà il momento), e che potrebbero non finire con la gestione del conflitto mediorientale alla vigilia della “conferenza d’autunno” (la conferenza di pace che dovrebbe tenersi ad Annapolis, negli Stati Uniti, a novembre (N.d.T.) ), passando per il Libano e per la sua situazione incandescente. E’ superfluo dire che le nuove tensioni fra la Turchia ed i curdi iracheni, e di conseguenza anche con l’intero stato iracheno, denotano la facilità con cui l’intera regione potrebbe esplodere, ed il suo urgente bisogno di un meccanismo che abbia un minimo di saldezza per risolvere i suoi conflitti.

Per contro, è fondamentale che Putin, per completare le condizioni necessarie al suo successo, abbia inviato alla leadership iraniana un duplice messaggio che contiene una rassicurazione sul futuro del regime, ed il riconoscimento di un ruolo a Teheran e di una sua quota di influenza nella regione, soprattutto in Iraq, a condizione che questo ruolo e questa influenza siano disciplinati dalla forma concordata  che la comunità internazionale vorrà dare ad entrambi. E’ forse in questa direzione che va l’annuncio di Putin che sarà completato l’impianto nucleare di Bushehr, che era stato oggetto di incomprensioni di ordine “finanziario” fra i due paesi. Ma questo messaggio dovrebbe anche aver accennato alla rovina ed alla distruzione che potrebbero essere causate dalla decisione di Teheran di non collaborare. Infatti Putin, che ha espresso la propria opposizione al piano di colpire militarmente l’Iran, non può garantire a tempo indeterminato che un simile attacco non abbia luogo.

Dopo la visita di Putin a Teheran, a conferma delle valutazioni appena fatte, possiamo citare i seguenti fatti: subito dopo il suo ritorno da Teheran il presidente russo ha incontrato Ehud Olmert rassicurandolo sulle possibilità nucleari iraniane, a cui la Russia si oppone, così come gli ha confermato che Mosca si impegna a garantire la sicurezza di Israele. Ma importanza ancora maggiore hanno le ripercussioni sulla vita politica a Teheran, che hanno fatto seguito alla visita del presidente russo. Quando il negoziatore iraniano Ali Larijani ha dichiarato che Putin aveva presentato una proposta volta a rompere l’inerzia a proposito della questione nucleare, il presidente Ahmadinejad ha negato l’esistenza di una simile proposta. Dopo questa polemica indiretta, il vice ministro degli esteri Said Jalili ha preso il posto di Larijani, mentre l’agenzia ufficiale iraniana riportava le parole del portavoce del governo Gholam Hossein Elham, secondo il quale Larijani si era dimesso diverse volte, e solo le sue ultime dimissioni erano state infine accettate!

Resta da dire che la visione russa, di cui abbiamo provato qui a dare un’interpretazione, deve far fronte a tre sfide: l’Occidente si fiderà di Putin al punto da riconoscergli questo ruolo di mediazione? Teheran gli concederà quanto egli desidera, a prescindere dalle minacce di Bush che potrebbero avere come obiettivo proprio il ruolo di Putin invece della posizione iraniana? E poi vi è l’interrogativo centrale: la questione sta effettivamente nel ruolo dell’Iran, piuttosto nell’arma nucleare?

Hazem Saghieh è un intellettuale ed analista politico libanese; autore di numerosi libri, scrive abitualmente sul quotidiano panarabo al-Hayat

Titolo originale:

القراءة الروسية للمسألة الإيرانية

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