La povertà nelle strade di Algeri alimenta il terrorismo

13/12/2007

Larbi Charef è cresciuto in un sordido quartiere di Algeri, accanto ad altri attentatori suicidi, con nessuno dei vantaggi degli studenti universitari che ha fatto saltare in aria giovedì. Ex-detenuto, aveva 30 anni.
Il suo complice era gravato da problemi ancor più seri, secondo i reportage locali. Rabah Bechla, che ha distrutto l’edificio delle Nazioni Unite con una bomba piazzata nel suo furgone, era un uomo di 64 anni gravemente ammalato di cancro, che aveva perso due figli in nome della causa islamica. Secondo alcune voci, gli erano rimasti solo pochi giorni di vita.
Per gli esperti, Charef è un esempio da manuale di militante islamico in una regione instabile.
Era nato in una famiglia povera nella parte orientale della città, aveva effettuato due pellegrinaggi alla Mecca, trascorso del tempo in prigione, era disoccupato; alla fine si era fatto strada in un campo di ribelli nelle montagne orientali dell’Algeria, secondo un ritratto messo insieme dalle interviste concesse dai suoi familiari e dai responsabili della sicurezza.
“La povertà è il terreno di coltura, la prigione il fertilizzante” ha affermato un diplomatico occidentale, che si interessa di terrorismo in Nord Africa. Egli ha definito Charef, per molti versi, come il “classico profilo” del terrorista.
I responsabili della sicurezza sottolineano il fatto che esistono combinazioni infinite di circostanze personali e di fattori sociali che possono condurre alla militanza. Si sono concentrati sul secondo attentatore suicida, che secondo il bilancio ufficiale avrebbe ucciso 34 persone, sebbene medici e soccorritori ritengano che la stima dei morti vada raddoppiata.
Bechla non era di Algeri ma della parte occidentale dell’Algeria, vicino alla città di Reghaia.Si era arruolato nel movimento islamico militante nel 1996, ed entrambi i suoi figli erano morti per “la causa” in scontri con le forze di sicurezza, secondo il quotidiano El-Chourouk di martedì scorso.
Se il ruolo di Bechla nell’attentato suicida è stato un fatto isolato, Charef ha seguito un sentiero ben noto; egli interessa in modo particolare gli specialisti che tentano di spiegare il ritorno alla ribalta del gruppo che ha rivendicato gli attentati di questa settimana, “al-Qaeda nel Maghreb Islamico”. Gli esperti della sicurezza sostengono che l’affiliazione al gruppo – precedentemente chiamato “Gruppo Salafita per la Predicazione ed il Combattimento” (GSPC) – un tempo ridotta a poche centinaia di adepti, ora potrebbe avere superato le 1.000 unità.
Descritto dai suoi parenti – molto scossi – come un giovane educato e religioso, Charef è cresciuto a Oued Ouchayeh, un quartiere povero in cui sono nati molti illustri attentatori suicidi, incluso quello che prese di mira gli uffici del primo ministro nell’aprile scorso.
Quattro anni fa la sua famiglia si trasferì in un altro quartiere, Hai Megnouch, una disordinata baraccopoli con file di case di cemento non ultimate. Seduto sulla soglia di una di queste abitazioni, uno scheletro di mattoni e ferro, Mouloud Charef, il padre dell’attentatore, ha ricordato la breve vita del figlio con un’espressione apparentemente calma, che però non riusciva a nascondere il dolore sul suo volto.
“Era davvero un bravo ragazzo, andava sempre a scuola, era rispettoso”, dice Charef, un uomo magro con una barba grigia ordinata ed il copricapo musulmano. “Non capiamo, nessuno sa cosa gli sia successo”.
Cresciuto in una famiglia di otto figli, Charef ha lasciato la scuola superiore con un anno di anticipo per lavorare in un negozio all’ingrosso, facendo consegne in alcune farmacie; nel 2004 venne arrestato dalla polizia ed accusato di essere membro di una rete di supporto logistico legata al gruppo salafita, noto all’epoca come GSPC, aggiunge suo padre.
“Ammise di aver dato due scatole di paracetamolo al gruppo” ha detto, riferendosi ad un antidolorifico.
Ha trascorso due anni in prigione e quel periodo – dicono amici e parenti – cambiò Charef.
“Era più calmo quando tornò a casa” ricorda suo cugino Mohammad. “Chissà chi avrà conosciuto in carcere; ci sono molti membri del FIS in prigione” ha aggiunto riferendosi ai membri del Fronte Islamico di Salvezza, un partito illegale.
Nel marzo 2006 venne rilasciato beneficiando del programma di riconciliazione nazionale che dava l’amnistia agli ex-terroristi e ai detenuti legati al terrorismo, nel tentativo di guarire le ferite causate dalla guerra civile negli anni ’90. Ma nonostante un diploma di scuola superiore ottenuto mentre era in prigione, non riuscì a trovare lavoro. Ad un certo punto tentò di mettersi in proprio, vendendo gelati nel quartiere, ma l’impresa fallì.
Lo scorso dicembre disse alla propria famiglia che avrebbe lasciato il paese per cercare lavoro altrove. “Da quel giorno non lo abbiamo più sentito” ha detto suo padre. “Credevo fosse in Spagna, finché la polizia non ha bussato alla mia porta giovedì notte per mostrarmi la sua patente di guida bruciata e dirmi ciò che aveva fatto.”
I giornalisti locali credono che Charef abbia passato l’ultimo anno della sua vita fra le montagne orientali del paese, addestrandosi con i militanti islamici.
I responsabili della sicurezza dicono che per i militanti la prigione è un fertile terreno di reclutamento. E che si è fatto un abuso del programma di riconciliazione nazionale.
Al secondo piano della casa della famiglia di Charef, l’unico piano che è stato completato e che è un appartamento ordinato con tappeti colorati sul pavimento, la madre di Charef, Malika, guarda il letto spoglio in cui il figlio ha dormito fino all’anno scorso. “La riconciliazione nazionale è una buona cosa, ma quando metti dei giovani in prigione per due anni, c’è bisogno di un’azione supplementare, loro hanno bisogno di una guida.”

Katrin Bennhold è corrispondente da Parigi per l’International Herald Tribune; partendo da una formazione economica, si è interessata al problema dell’integrazione degli immigrati musulmani in occasione della rivolta degli immigrati di seconda generazione nelle banlieues francesi

Titolo originale:

Poverty in the streets of Algiers, breeding ground for terrorism

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