Bush se ne va, l’Iran resta

15/01/08

L’impressione prevalente è che le parole di fuoco scagliate dal presidente George W. Bush contro l’Iran, dal Palazzo degli Emirati Arabi ad Abu Dhabi, non abbiano affatto rasserenato i cuori dei responsabili degli Emirati presenti a questa occasione “storica”, né quelli dei responsabili degli altri paesi del Golfo.
Gli abitanti del Golfo stanno vivendo grandi ansie e preoccupazioni – in gran parte intimamente nascoste, e non espresse pubblicamente – nei confronti del vicino iraniano il cui ruolo regionale si è accresciuto a loro spese, dall’Afghanistan a Gaza, passando per l’Iraq, il Libano, e la Siria. Ad accrescere le loro preoccupazioni hanno contribuito le aspirazioni nucleari di Teheran, la sua costante corsa al riarmo, ed i suoi tentativi di esportare la rivoluzione iraniana con nuovi mezzi, più astuti ed efficaci. Diversi paesi del Golfo hanno storie contrastate con il vicino iraniano: gli Emirati Arabi non dimenticano le loro tre isole occupate, il Bahrein vive con il costante timore che l’Iran implicitamente lo consideri un’isola persiana, l’Arabia Saudita sperimenta quotidianamente la competizione con la repubblica iraniana per la leadership islamica e per la supremazia regionale.
Tuttavia, le speranze e le preoccupazioni sono una cosa, e la realtà è un’altra – sulle due sponde del Golfo che gli arabi chiamano “Arabo” e gli iraniani “Persico”, e che è caratterizzato da un miscuglio inestricabile di elementi arabi ed iraniani.
Sulla sponda orientale del Golfo, quella iraniana, vi sono arabi sciiti che sfuggirono all’oppressione che dovettero subire sull’altra sponda, e che tuttavia conservano tuttora la loro lingua, e la loro appartenenza etnica e tribale.
Sulla sponda occidentale vivono iraniani sunniti che cercarono scampo dalla tirannia che li opprimeva sulla sponda orientale, e che tuttavia continuano a parlare persiano e sono orgogliosi della loro appartenenza nazionale. Negli Emirati Arabi vi è una estesa comunità iraniana, per la maggior parte composta da sunniti, che tuttavia non nascondono mai la loro nazionalità d’origine. Essi hanno prodotto una elite istruita che è perfettamente integrata negli Emirati, ed il cui ruolo va ben al di là dell’ambito commerciale ed economico, per affermarsi anche a livello politico. E’ sufficiente conoscere i nomi delle grandi famiglie che hanno influenza e ricchezza in questo paese per riconoscerne la vera identità nazionale. Esse hanno contribuito a rendere gli Emirati il più importante partner commerciale dell’Iran, creando più di 10.000 società nel solo Emirato di Dubai.
Lo stesso discorso si applica al Bahrein, dove vive una maggioranza sciita che mantiene stretti legami politici con il regime di Teheran, malgrado sia composta esclusivamente da arabi.
In Kuwait esiste una minoranza sciita la cui influente elite ha fatto sentire la propria voce a livello mediatico e politico, oltre che economico, di fronte ad ogni azione ostile da parte americana nei confronti dell’Iran. Sulle stesse posizioni si trova l’elite della maggioranza sunnita, i cui interessi vitali sarebbero minacciati da qualsiasi nuova esplosione nel Golfo.
Nel Sultanato dell’Oman, la setta ibadita mantiene legami storici con la sponda orientale dello Stretto di Hormuz, che nessun cambiamento di regime a Teheran è riuscito ad alterare, e che nemmeno le guerre e le gravi divisioni sorte nella regione hanno potuto spezzare.
Quanto al Qatar, questo piccolo paese ha trovato a Teheran una sponda ed un sostegno quando si guastarono i suoi rapporti con il fratello maggiore saudita. Il Regno Saudita, dal canto suo, ci penserebbe mille volte prima di scatenare il caos nel Golfo, e di fomentare una discordia confessionale che potrebbe andare a spese della sua stabilità interna (visto, fra l’altro, che anche all’interno di questo paese è presente una cospicua minoranza sciita (N.d.T.) ).
L’intricata composizione demografica, il comune timore dell’esplosione delle tensioni confessionali, gli interessi commerciali condivisi, la paura per i possibili danni alla produzione ed all’esportazione del petrolio, sono tutti fattori che fanno sì che i responsabili dei paesi arabi del Golfo non si rallegrino di fronte agli altisonanti e minacciosi discorsi di Bush. Essi, infatti, si rendono conto che la politica americana nella regione rappresenta per loro il pericolo più grave. I paesi del Golfo presero parte con tutte le loro energie alla guerra americana contro la presenza sovietica in Afghanistan, diedero fondo alle loro finanze nella guerra di Saddam contro l’Iran, e per ben due volte offrirono la loro copertura politica all’invasione americana dell’Iraq. Tuttavia, la regione non ha raggiunto alcuna stabilità, ed i palestinesi non hanno recuperato un palmo della loro terra. Inoltre, questa politica ha portato l’Iran ad essere la potenza che è oggi grazie ai regali inaspettati che Washington gli ha concesso sia in Iraq che in Afghanistan. Bush è giunto nel Golfo portando con sé la solita vecchia politica di contenimento nei confronti di Teheran, ma gli è sfuggito il fatto che lui è sul punto di andarsene, mentre l’Iran resterà.

Amin Kammourieh è un analista politico libanese; scrive abitualmente sul quotidiano “al-Nahar”

Titolo originale:


راحل…
وإيران باقي
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