Il dibattito intorno allo stato islamico

19/01/2008

Nel modo di definire i lineamenti e le caratteristiche dello stato e del suo rapporto con la sfera politica si nasconde uno degli elementi principali che contribuiscono a delineare la distinzione fra laicisti ed islamici, sulla base delle controversie diffuse nel pensiero contemporaneo. Spesso ciò porta a definire tutti coloro che vedono una stretta connessione fra religione e politica come “fondamentalisti”. Ma questa logica impone che, per altro verso, tutti coloro che ritengono che religione e politica debbano essere strettamente separate vengano definiti fondamentalisti nella direzione opposta!

Forse il maggior paradosso che caratterizza questa polemica è che essa ha luogo fra due schieramenti che si trovano ai margini del potere reale, il quale dal canto suo propende a volte per l’uno, a volte per l’altro, facendo del laicismo e dell’islamismo una gran confusione! Nel mondo arabo, infatti, gli stati esistenti non sono né islamici, nel senso – inteso da molti – di una piena applicazione della sharia, né laici nel senso del termine a tutti noto, che prevede una separazione fra religione e stato per cui lo stato non controlla la religione, e la religione non sfrutta lo stato ai propri fini. Per non parlare, poi, del fatto che separare la religione dalla quotidianità della politica è impossibile, come la realtà mondiale – soprattutto dopo l’11 settembre – ci conferma.

Fra stato religioso e stato islamico
Gli islamici hanno fatto ricorso alla distinzione fra “stato religioso” e “stato islamico”, sulla base del retaggio riformista di Muhammad Abduh (dotto religioso, giurista e riformatore egiziano [1849-1905]; viene considerato il fondatore del pensiero islamico moderno (N.d.T.) ), secondo il quale l’autorità deve essere “civile”, e non “religiosa” o teocratica” nel senso negativo che questi concetti hanno ereditato dallo stato religioso di tipo “ecclesiastico”, sulle cui rovine sorse il laicismo. Tuttavia, al-Mawdudi (filosofo e pensatore musulmano pakistano (1903-1979); fondò in Pakistan il partito Jamaat-e-Islami (N.d.T.) ), ed il movimento Hizb al-Tahrir (movimento panislamico sunnita fondato nel 1953, attivo in diversi paesi arabi e dell’Asia Centrale, ma anche in Europa (N.d.T.) ) non hanno trovato difficoltà a definire il regime da essi vagheggiato come “stato religioso” o “stato della fede”. Dal canto suo, Radwan al-Sayyid (pensatore ed intellettuale libanese; è professore di Studi Islamici all’Università Libanese (N.d.T.) ) sostiene che lo “stato islamico” – nella forma in cui si è sviluppato nel pensiero degli islamici arabi moderni e contemporanei, da Hassan al-Banna, a Sayyid Qutb, ad al-Qaradawi – è uno stato religioso, in quanto è il risultato di una prescrizione divina, ed ha uno scopo essenziale: applicare la sharia.

I tentativi di definire il modello dello stato islamico
Hassan al-Banna (leader politico e religioso egiziano, vissuto fra il 1906 ed il 1949; fu il fondatore dei Fratelli Musulmani (N.d.T.) ) propose un’idea di stato inteso come premessa per la fondazione del califfato. Dal canto suo, al-Mawdudi aveva scritto a proposito dello stato islamico come di un “regime totalizzante”, prima che nell’uso dei contemporanei l’espressione venisse a coincidere con quella di “regime totalitario”, cosa che ultimamente ha spinto al-Qaradawi (predicatore e giurista egiziano, divenuto famoso anche grazie ad un popolare programma di al-Jazeera (N.d.T.) ) a preferire lo slogan “Islam: un messaggio onnicomprensivo”. In un articolo intitolato “L’immagine dello stato e l’ombra del califfato”, il ricercatore siriano Abdel Rahman al-Hajj ha sostenuto che la confusione fra i due concetti di stato e di califfato è tuttora molto presente, e che la difficoltà a dare una definizione teorica di regime politico islamico risale a questa confusione.

Tuttavia il problema non può essere ridotto soltanto a questa ambiguità. Altri hanno infatti sostenuto che il pensiero politico islamico è caratterizzato da carenze metodologiche poiché in esso prevale la tendenza selettiva e riduzionista, a scapito di una visione complessiva ed integrata dei fenomeni politici. Esso si sofferma ad esempio sull’analisi dei comportamenti individuali dei compagni del Profeta e dei califfi “ben guidati” (i primi quattro califfi dell’Islam (N.d.T.) ) ignorando i principi generali che guidavano le loro azioni, e le circostanze sociali e psicologiche che condizionavano le loro decisioni. Il pensiero politico islamico moderno è inoltre caratterizzato da una tendenza artificiosa ed innaturale ad utilizzare l’eredità politica del passato nella rappresentazione dello stato moderno, senza l’apporto di alcuna evoluzione, e senza inserire tale eredità in una teoria coesa e coerente.

Secondo gli islamici, lo stato – nella sua concezione moderna – è una “merce occidentale importata”, giunta nel mondo islamico insieme alle potenze coloniali. I governanti poggiano il proprio potere su questo tipo di stato, essendosi impadroniti dei suoi strumenti. Ma da ciò discende anche che l’espressione “stato islamico” è una deviazione dal pensiero religioso tradizionale, che denota la forte influenza che il pensiero islamico contemporaneo ha subito da parte del pensiero nazionalista moderno. E’ stato quest’ultimo a dare al concetto di stato un’importanza tale da farne “l’idolo della società”, come sostiene Burhan Ghalioun (intellettuale siriano residente a Parigi; è direttore del Centro Studi sull’Oriente Contemporaneo (CEOC) di Parigi (N.d.T.) ) il quale distingue fra il concetto di “regime politico all’interno dell’Islam” ed il concetto di “stato islamico”.

Dal canto suo, Mohammad Salim al-‘Awa (pensatore islamico egiziano, è segretario dell’Unione Internazionale degli Ulema Musulmani (N.d.T.) ) fa notare che nel Corano e nella Sunna (la tradizione che raccoglie gli atti e i detti del Profeta Muhammad (N.d.T.) ) non esiste alcun testo che faccia riferimento allo stato islamico in maniera chiara e priva di difficoltà di interpretazione, e sostiene che lo stato sarebbe un sinonimo della parola “sharia”, in merito alla quale esistono invece testi che non danno adito ad interpretazioni contrastanti. Abdel Moneim Abul Futuh (esponente di spicco dei Fratelli Musulmani (N.d.T.) ) ritiene che lo stato islamico, nel corso della sua storia, abbia avuto caratteristiche ben precise, e lo definisce come quello stato all’interno del quale la maggioranza degli cittadini è di fede musulmana. Come tale, esso esiste nella realtà, ed è – secondo lui – uno stato “civile” e non religioso, governato da personalità civili con diverse specializzazioni. Nonostante ciò, esso è islamico nei suoi orientamenti economici ed ideologici.

Rashid al-Ghannushi (leader del partito islamico tunisino “al-Nahda”; vive in esilio a Londra (N.d.T.) ) ritiene che lo stato islamico sia un sistema politico e sociale definito dal fatto di attenersi all’autorità del testo rivelato e della Sunna – considerati come la suprema fonte del diritto – e dal fatto di fare riferimento al principio della Shura come fonte di legittimazione, ovvero al principio in base al quale la comunità è ritenuta la fonte di legittimazione del governo e dei governanti (il principio della Shura [che letteralmente vuol dire ‘consiglio’ o ‘consultazione’], è un elemento centrale nel dibattito sulle riforme politiche all’interno del pensiero islamico contemporaneo; si tratta di un principio presente all’interno del Corano stesso, che gioca un ruolo considerato da molti come “parallelo” al ruolo giocato dal principio democratico all’interno del pensiero politico occidentale (N.d.T.) ).

Lo stato islamico e lo stato moderno
Esaminando le definizioni e le concezioni fin qui esposte, sembra emergere che gli islamici abbiano superato la fase in cui il concetto di stato islamico si avvicinava essenzialmente ad un modello ideale, definito tramite una serie di negazioni piuttosto che per mezzo di coordinate specifiche, e si siano dedicati al tentativo di “islamizzare” il concetto di “stato moderno”, o di inventare un modello composito che abbia un carattere “civile” ed “islamico” al tempo stesso. Da qui segue la confusione e la difficoltà di distinguere fra stato islamico e califfato islamico, e fra il concetto di “stato moderno” e il modello di “stato regionale” attualmente esistente. Da qui discendono anche gli interrogativi connessi a questo tema: il carattere islamico dello stato è legato al fatto che i suoi abitanti sono musulmani o alla natura del suo sistema di governo? E qual è il significato del carattere islamico dello stato? Esso è il contrario della miscredenza? O è l’applicazione della sharia?

La polemica intorno alla quale si è concentrato il discorso islamico nelle circostanze storiche che lo hanno generato, e che poi hanno determinato il crollo del califfato e l’inizio dello scontro con il laicismo, ha influenzato la natura delle sue concezioni interpretative, portando ad una “diaspora” concettuale nel corso dei dibattiti sul multipartitismo e sulla Shura. I concetti che questa polemica ha sviluppato sono inappropriati ed inadeguati, in relazione ad un loro possibile ritorno all’interno del terreno concettuale islamico, poiché le loro radici non affondano più in esso.

Invece di creare un modello concettuale islamico al quale riferire le altre categorie concettuali, è avvenuto l’esatto contrario, ovvero è il modello islamico che è stato definito sulla base di un confronto con il liberalismo, avvenuto in una maniera superficiale e semplificatoria che è stata imposta dalle polemiche politiche ed ideologiche, e non dai principi della conoscenza e di uno studio equilibrato.

Motaz el-Khatib è uno scrittore e ricercatore siriano

Titolo originale:

الدولة الإسلامية وجدالاتها

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