Israele – il Kosovo è già qui

21/02/2008

La dichiarazione di indipendenza del Kosovo ha suscitato preoccupazioni in alcuni ambienti israeliani. Il giorno in cui anche gli arabi di Galilea inizieranno a reclamare la propria indipendenza potrebbe non essere troppo lontano. Negli ultimi anni molti di loro si sono isolati, sia psicologicamente che fisicamente, dallo stato ebraico-democratico di Israele.

I musulmani del Kosovo rappresentano l’assoluta maggioranza della popolazione, e la stessa cosa vale per gli arabi di Galilea. Numerosi ebrei hanno abbandonato la Galilea, soprattutto dopo l’ottobre del 2000, e solo in pochi vanno invece ad aggiungersi alla scarsa popolazione ebraica del posto, malgrado una serie di incentivi finanziari. Gli eventi del Kosovo hanno riportato alla memoria le migliaia di persone che hanno partecipato alle violenze di Wadi Ara nel 2000, bloccando le maggiori arterie del traffico ed impedendo l’accesso agli insediamenti comunitari ebraici, in un’esplosione di disordini che coincise con la guerra del terrore di Yasser Arafat.

Riaffiorano velocemente i ricordi sull’uso di armi da fuoco in alcuni casi, e sulle operazioni di cellule sotterranee e terroristiche accanto ai kamikaze mandati da Gaza, Giudea e Samaria.

Manifestazioni in cui la bandiera palestinese è levata in segno di protesta (come ad esempio in occasione dell’anniversario della morte di Arafat) sono diventate cose di ordinaria amministrazione nei campus israeliani ed in particolare all’Università di Haifa. In Galilea e a Haifa intellettuali arabi e personalità pubbliche hanno redatto alcuni documenti conosciuti come “la Visione”, in cui rifiutano Israele in quanto stato ebraico e patria del popolo ebraico.

Prima del vertice di Annapolis, i delegati di tutte le organizzazioni arabo-israeliane si erano riuniti a Nazareth ed avevano deciso, di comune accordo, di invitare Mahmoud Abbas a non cooperare con Ehud Olmert ed a non riconoscere Israele come stato ebraico. Una delegazione di membri arabi della Knesset era stata mandata ad incontrare i negoziatori palestinesi per assicurarsi che il messaggio fosse pervenuto. Se gli stessi cittadini arabi di Israele si oppongono con veemenza al riconoscimento di Israele come patria ebraica, aveva detto il membro della Knesset Ahmed Tibi ad Abu Ala (Ahmed Qurei), come potete voi, rappresentanti del popolo palestinese, anche solo considerare tale eventualità?

I governi israeliani si sono rassegnati alle flagranti ed esplicite azioni separatiste degli arabi di Galilea, e ciò non fa altro che alimentare il fenomeno. Shimon Peres, designato da vari governi a supervisionare misure sostanzialmente finalizzate ad aumentare la presenza ebraica nella Galilea, ha parlato molto ma ha fatto ben poco. La correttezza politica (tradottasi ad esempio nella decisione di fermare la campagna “Giudaizzare la Galilea”) è stata la sua linea di condotta.

Tutte le autorità, comprese le forze dell’ordine, si sono rassegnate di fronte ai numerosi atti criminali (“delinquenza giovanile”, è così che il capo della polizia del distretto settentrionale chiama il fenomeno delle pietre lanciate contro veicoli ebraici, soprattutto vicino allo svincolo di Hamonvil), come l’occupazione di terre statali e la costruzione illegale che ha raggiunto la portata di decine di migliaia di fabbricati.

Il Kosovo è già qui, anche senza una dichiarazione di indipendenza formale. Osservando la condotta del governo nelle zone periferiche e la sua risposta ai razzi Qassam nel sud, ci si può rendere conto di quanto sia futile aspettarsi che esso si svegli e combatta contro coloro che stanno sfidando la sovranità israeliana in Galilea.

I leader di questa politica separatista all’interno della comunità arabo-israeliana sanno molto bene che l’apatia e la mancanza di fiducia in sé stessi caratterizza anche l’approccio degli enti statali (la polizia, i tribunali, la “Israel Lands Administration”, il fisco nonché il ministero degli interni) nei confronti degli arabi. Questo stato di cose contribuisce solo ad accrescere l’impulso a logorare ulteriormente l’autorità e la sovranità israeliana.

Diversamente dai kosovari nei Balcani, i quali sono soddisfatti della propria provincia separatista e non rivendicano la proprietà del resto del territorio serbo, gli arabi di Galilea, e certamente l’ala settentrionale del Movimento Islamico, rivendicano la proprietà – politica e territoriale – di tutto Israele. Il “metodo ‘Salami’” paga.

Nel deserto del Negev, i beduini stanno rilevando vaste distese di terra senza quasi nessun ostacolo, mentre il governo “nullafacente” di Israele risponde con la creazione di comitati per “risolvere” le questioni territoriali. L’ultimo creato è quello presieduto dal giudice Eliezer Goldberg, che si sta riunendo ora.

Questa inerzia probabilmente continuerà, con lo stato sionista che finanzia, attraverso l’istruzione, la sanità, la previdenza sociale ed altri beni dello stato trasferiti ai cittadini, una popolazione che sta di fatto istituendo uno stato palestinese all’interno dello stato sovrano di Israele – separato, ovviamente, dallo stato palestinese per cui gli arabi stanno premendo in Giudea e Samaria.

Israel Harel è un editorialista del quotidiano israeliano “Haaretz”; è stato presidente del Consiglio degli Insediamenti in Giudea e Samaria (Yesha)

Titolo originale:

Kosovo is already here

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