La Striscia di Gaza fra il crimine dell’assedio e gli errori di Hamas

01/03/2008

Israele ha la responsabilità primaria di ciò che sta accadendo nella Striscia di Gaza a seguito dell’assedio imposto al popolo palestinese, e continuerà anche in futuro a portare il peso delle tragedie e dei crimini subiti da questo popolo da quando ha avuto inizio l’occupazione. Israele ha la responsabilità di aver adottato una politica di punizione collettiva ai danni di un popolo inerme, in base al pretesto che alcuni uomini di Hamas lanciano razzi primitivi su uno degli insediamenti israeliani.

La responsabilità dell’occupazione israeliana non sta solo nell’aver usurpato la terra e nell’aver disperso un popolo, ma anche nell’essersi posta al di sopra della legge e della legalità internazionale, nel non aver rispettato le risoluzioni delle Nazioni Unite, e nell’essersi arrogata il diritto di uccidere gratuitamente civili innocenti.

Tuttavia, non è corretto parlare esclusivamente delle responsabilità esterne senza considerare anche le colpe interne, che vanno distribuite fra i governanti e le forze politiche palestinesi. Solo così possiamo fornire un’immagine realistica che potrà contribuire a far fronte alle sfide esterne, e potrà aiutare il cittadino arabo a ritrovare fiducia dopo i ripetuti fallimenti dei progetti palestinesi.

Hamas ha rappresentato uno di questi progetti: un progetto intellettuale e politico che scommetteva sul fronte arabo, cercando di stimolare gli elementi di forza presenti al suo interno, allo scopo di far fronte alle sfide esterne e di opporsi all’assedio israelo-americano imposto al popolo palestinese.

Questo progetto teorico – che Hamas aveva presentato alla vigilia delle elezioni legislative che poi avrebbe vinto ottenendo la maggioranza assoluta – non gli ha impedito di cadere in numerosi errori che è ormai tempo di riconoscere, se Hamas vuole rimanere un movimento di resistenza in grado di influenzare la piazza araba e palestinese.

Il primo di questi errori è quel paradosso causato dalla nomina di Ismail Haniyeh alla carica di primo ministro di un’autorità politica sotto occupazione – o di un governo senza stato – una nomina accompagnata dal rifiuto di riconoscere gli accordi di Oslo, ovvero quegli stessi accordi in base ai quali egli era giunto alla presidenza del consiglio. In questo caso, Hamas avrebbe dovuto scegliere di rimanere una fazione della resistenza che rifiuta il processo negoziale pacifico e che tenta di ottenere concessioni grazie alla resistenza politica o armata, oppure di entrare definitivamente nell’arena politica e di pagarne il prezzo, tenendo a mente la situazione regionale ed internazionale, senza portare avanti un discorso ambiguo che rifiuta il processo politico di Oslo grazie al quale era giunto al potere.

In secondo luogo Hamas, dopo essere giunto al vertice della cosiddetta “Autorità Palestinese”, non ha saputo confrontarsi con il mondo esterno. Ha condannato le posizioni americane ed occidentali che rifiutavano di riconoscerlo e di dialogare con esso, ritenendosi un movimento legittimamente eletto dal popolo palestinese. Da un punto di vista morale e politico Hamas aveva ragione, tuttavia è altrettanto vero che ciò non poteva tradursi in una condizione vincolante per gli Stati Uniti, che sono noti per la loro assoluta parzialità a favore di Israele e per il loro pieno appoggio alle posizioni israeliane.

Hamas avrebbe dovuto considerare la situazione regionale ed internazionale come un dato di fatto, e non come qualcosa che – alla luce delle circostanze attuali – può essere cambiato. Ciò è vero a maggior ragione visto che Hamas non ha compiuto sforzi sufficienti a formulare un progetto di liberazione nazionale con un orizzonte umanitario che lo aiutasse a rompere l’assedio israelo-americano nei suoi confronti, un progetto in cui apparisse in maniera evidente che la sua intransigenza era più che altro un’intransigenza calcolata e combinata con i valori del mondo, come ha fatto – in un contesto differente – la nuova sinistra dell’America Latina. Quest’ultima, a differenza di Hamas, è riuscita a formulare un progetto politico ed intellettuale che va contro gli Stati Uniti, ma che è caratterizzato allo stesso tempo da un orizzonte umanitario e politico chiaro e comprensibile al mondo, anche se non sempre condiviso da quest’ultimo.

Hamas non è riuscito a trarre molto profitto dalla trasparenza, dalla sincerità, e dalla buona reputazione di cui godono molti dei suoi leader, e non è riuscito a frenare la propria ira contro l’Autorità Palestinese quando ha deciso con la forza delle armi il conflitto politico con quest’ultima, versando il sangue di altri palestinesi.

Il terzo punto è rappresentato dalla filosofia del progetto di resistenza espresso da Hamas. La resistenza non è fatta soltanto di principi e di valori elevati, ma anche e soprattutto di mezzi e strumenti appropriati, definiti alla luce della situazione locale, regionale, ed internazionale. Numerose esperienze di liberazione nazionale nei paesi del terzo mondo furono caratterizzate dal successo quando si opposero ai colonizzatori con strumenti adeguati all’epoca in cui vivevano. Una di queste esperienze caratterizzate dal successo l’abbiamo vissuta qui in Egitto negli anni ’50.

Certamente Hamas rappresenta una situazione completamente diversa dalle altre esperienze. La Striscia di Gaza non è certo un paese di grande estensione come l’Iran, e Hamas non può certamente usufruire dei rifornimenti di armi e del sostegno estero di cui gode Hezbollah in Libano. Infine, la Striscia di Gaza dipende completamente da Israele per il sostentamento della sua popolazione, e non ha un solo sbocco che comunichi direttamente con il mondo esterno. Tutto ciò rende praticamente impossibile il successo del progetto di resistenza di Hamas, soprattutto dopo che quest’ultimo è entrato in un conflitto armato con l’Autorità Palestinese.

La verità è che il problema non sta certamente nella scelta della resistenza nella sua forma politica e popolare, ma negli strumenti della resistenza armata i cui costi in questo momento sono molto maggiori dei benefici auspicati per il popolo palestinese e per i diritti che legittimamente rivendica.

Dopo l’11 settembre, il mondo ha cominciato a considerare i movimenti di liberazione armati come Hamas alla stessa stregua di al-Qaeda, ritenendoli tutti movimenti terroristici. L’America e le grandi potenze sono state felici di condannare la vittima invece del boia. I razzi che cadono a casaccio nei dintorni di Sderot sono divenuti oggetto di condanna a livello mondiale, mentre invece dare quotidianamente la caccia agli esponenti di Hamas, uccidere centinaia di palestinesi, ridurne alla fame altre migliaia, è diventato un fatto normale, ed è considerato una forma di autodifesa da parte di Israele.

Certamente Hamas non riuscirà a cambiare gli equilibri internazionali, e la situazione geografica della Striscia di Gaza non darà alcuna possibilità di successo al suo progetto di resistenza armata. Dunque, non è più di alcuna utilità il discorso morale di Hamas che condanna il “doppio standard” dell’Occidente come se fosse una scoperta, e non una realtà con cui bisogna confrontarsi prima di compiere qualsiasi passo le cui conseguenze ricadono sul popolo palestinese.

Purtroppo, Hamas non ha cercato di riflettere sul suo progetto politico dopo aver preso il controllo di Gaza. Il crimine rappresentato dall’assedio e la crisi dei valichi di frontiera hanno rivelato l’incapacità di Hamas di assumersi la responsabilità di difendere il popolo palestinese. Il movimento islamico palestinese è divenuto ostaggio di politiche incoerenti e confuse che, se dovessero protrarsi, porteranno il popolo palestinese – e lo stesso Hamas – verso una catastrofe certa.

Hamas deve recuperare la sua spinta propulsiva di gruppo di resistenza nel senso politico e popolare del termine, senza rinunciare alla resistenza armata. Ma la sua missione deve essere quella di una forza che controbilancia gli orientamenti moderati dell’Autorità Palestinese, e che riequilibra le pressioni che spingono verso il compromesso. In questo modo la Palestina potrà diventare come ogni altro paese del mondo (compresi gli Stati Uniti e Israele), in cui vi sono radicali e moderati, falchi e colombe, che però sono in grado di convivere nonostante le divergenze, e si confrontano pacificamente, e non con le armi.

Se Hamas vuole davvero farsi garante delle vite dei palestinesi innocenti e delle loro legittime rivendicazioni, deve compiere un passo indietro rispetto all’illusione che a Gaza vi sia un’autorità che governa, e deve dare a Mahmoud Abbas la possibilità di fare ritorno nella Striscia.

Amr al-Shobaki è un analista politico egiziano; è ricercatore presso l’ “al-Ahram Center for Political and Strategic Studies”, con sede al Cairo

Titolo originale:

قطاع غزة بين جريمة الحصار وأخطاء حماس

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