04/03/2008
La disoccupazione è l’enigma per eccellenza dell’epoca moderna, soprattutto nel mondo arabo, ed è un fenomeno complesso che ha una serie di implicazioni: economiche, politiche, sociali, psicologiche. Numerosi fattori entrano in gioco in questo fenomeno.
Le cause della disoccupazione
1) La dimensione economica della disoccupazione: il problema è legato al tipo di economia su cui si basa la nostra società araba, che in buona misura resta tuttora una società tradizionale e contadina, non collegata ai settori economici contemporanei che producono lavoro e beni di consumo, come il settore della grande industria, il moderno settore dei servizi, ed il settore tecnologico. E’ questa la realtà sociale araba, malgrado il sensibile sviluppo che alcuni paesi arabi hanno registrato in questi settori. A ciò si aggiunga la dipendenza economica dei paesi arabi dai centri del capitalismo mondiale, essendo tuttora la nostra economia essenzialmente un’economia di consumo.
Inoltre, bisogna considerare alcune scelte liberiste della nostra politica economica, che ha accolto in maniera acritica – e senza pensare alle conseguenze sul piano nazionale – i diktat degli ambienti capitalistici occidentali, impegnandosi in campagne di privatizzazione, aprendosi senza condizioni ai capitali stranieri, ed applicando il sistema del libero mercato al posto della pianificazione economica. Tutto ciò è stato fatto senza avere coscienza dell’impreparazione della nostra economia a prendere parte all’aspra competizione mondiale. Ad esempio, gli Stati Uniti ed alcuni paesi occidentali, non sentendosi in grado di competere con alcuni prodotti cinesi e giapponesi, hanno negoziato la regolamentazione delle esportazioni di questi due paesi. E che dire, allora, delle nostre deboli economie? Non avrebbero dovuto fare altrettanto?
Queste scelte economiche non ponderate non produrranno altro che nuovi eserciti di disoccupati. Alcune classi privilegiate potranno arricchirsi, ed alcuni limitati settori economici potranno svilupparsi, ma le deficienze strutturali resteranno in piedi e si aggraveranno ulteriormente, fino a quando non potremo disporre di un’economia nazionale moderna, e relativamente forte ed indipendente.
2) La dimensione politica della disoccupazione: il problema è legato anche alle scelte politiche che sono state adottate a livello economico e sociale. Gli orientamenti capitalistici si sono storicamente dimostrati inadeguati alle caratteristiche della nostra società tradizionale e feudale, ed al predominio dell’economia delle lobby, delle rendite, dei privilegi, della corruzione, e del clientelismo, aggravando le differenze di classe, la povertà, e la disoccupazione. Per non parlare poi del fatto che le grandi società hanno inghiottito le piccole e medie imprese. Le statistiche sui licenziamenti, sulla chiusura delle imprese e degli stabilimenti sono sufficienti a comprendere la gravità della situazione economica nazionale, e lasciano intravedere guasti ancora peggiori.
Non è poi oggettivamente possibile escludere dal discorso i fattori legati alla politica internazionale, dai quali emerge che l’Occidente ha messo in crisi le economie del Sud monopolizzando le ricchezze ed i mercati mondiali, ed imponendo le proprie politiche economiche egemoniche a senso unico, esclusivamente al servizio di grandi interessi strategici, e senza applicare i valori democratici e i diritti dell’uomo alla sfera economica internazionale. L’applicazione di questi valori avrebbe consentito di trarre un comune beneficio dalle ricchezze e dai mercati mondiali, riducendo di conseguenza i problemi economici e sociali dei paesi del Sud.
3)La dimensione psicologica, sociale e culturale della disoccupazione: la disoccupazione a sua volta contribuisce al radicamento di una complessa serie di problemi a livello individuale, sociale e culturale. Assistiamo infatti alla diffusione della povertà, alla rottura dei legami familiari e sociali, al problema dell’analfabetismo, del crimine, della corruzione, alla diffusione dei suicidi e dei problemi psicologici, ed all’affermazione di quei modelli politici ed economici che favoriscono gli arrampicatori sociali senza scrupoli.
Dobbiamo rilevare, inoltre, che il sistema dell’istruzione è rimasto per decenni slegato dal mercato del lavoro e dall’economia, così come quest’ultima è rimasta slegata dalla ricerca scientifica e tecnologica. Il risultato è che non produciamo manodopera qualificata in grado di adattarsi alle nuove economie, di innovare e di produrre. Tuttavia, è necessario chiarire qual è la natura del rapporto fra il sistema educativo ed il mercato del lavoro, visto che solitamente la responsabilità della disoccupazione viene attribuita al primo. Ciò è vero in una certa misura, vista l’arretratezza dei metodi di insegnamento. Ma d’altra parte, il mercato del lavoro nazionale è davvero in grado di accogliere i laureati e i diplomati provenienti dalle scuole e dalle università? Tutti conoscono le caratteristiche delle imprese nei nostri paesi: un’organizzazione tradizionale che non si basa su un moderno sistema di formazione, caratterizzata dalla debolezza del capitale e della competitività, dalla preponderanza dei sistemi familiari e clientelari, delle rendite e dei piccoli monopoli, dall’evasione fiscale e dalla corruzione, un sistema in cui le imprese non investono nella ricerca scientifica e non finanziano le istituzioni preposte all’istruzione, e dove non vi è diversificazione degli investimenti. E non si possono neanche trascurare le responsabilità dello stato, il quale si è progressivamente ritirato dal mondo del lavoro, sia in qualità di datore di lavoro sia in qualità di propulsore del settore pubblico e degli investimenti – ruoli che lo stato ricopriva ampiamente prima di adottare l’economia capitalista e liberista.
Le soluzioni: eliminare la dipendenza
Per dare soluzione al flagello della disoccupazione è necessario superare tutti i difetti e i guasti che abbiamo fin qui ricordato, e fondare un’economia moderna, forte, e indipendente, rivedendo le scelte sbagliate in materia di liberalizzazione incontrollata dei mercati e di arretramento dello stato a favore del capitale. Inoltre è necessario legare il mondo dell’istruzione a quello dell’economia e viceversa, ristabilire l’indipendenza delle decisioni politiche, mettere a punto strategie miranti alla creazione di posti di lavoro ed al contenimento della crescita demografica, combattendo allo stesso tempo l’economia delle rendite, dei sistemi clientelari e dei monopoli, sia nel settore pubblico che in quello privato. E’ necessario ristabilire la legalità e lo stato di diritto, la giustizia sociale e l’uguaglianza. Ci auguriamo che nelle nostre società si affermino i valori di giustizia e di democrazia, ed il rispetto dei diritti umani in ogni campo, in modo da garantire a tutti – singoli individui, istituzioni, e stati – i propri diritti, e la propria dignità nel vivere comune.
La situazione peggiore a livello mondiale
La disoccupazione è uno dei problemi più gravi che i paesi arabi si trovano di fronte. Nel mondo arabo vi sono i più alti tassi di disoccupazione del mondo. Secondo un rapporto della commissione economica della Lega Araba, il tasso di disoccupazione nei paesi arabi oscilla fra il 15 ed il 20 %. Statistiche fornite dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) affermano che il tasso medio di disoccupazione nel mondo è pari al 6,2 %, mentre nel mondo arabo è pari al 12,2 %, ed aumenta ad una media del 3 % annuo. Secondo questi dati, il numero di disoccupati nel mondo arabo raggiungerà i 25 milioni di persone nel 2010. Ciò fa sì che il problema della disoccupazione sia tra le maggiori sfide che le società arabe devono affrontare, soprattutto se si tiene conto che circa il 60 % degli abitanti del mondo arabo ha un’età inferiore ai 25 anni.
L’Arab Labour Organization (ALO) ha definito l’attuale situazione della disoccupazione nei paesi arabi come “indiscutibilmente la peggiore al mondo”, una situazione che “si appresta a superare ogni soglia di allarme”. Le economie arabe dovrebbero investire circa 70 miliardi di dollari, innalzare il tasso di crescita economica dal 3 al 7 %, e creare non meno di 5 milioni di posti di lavoro all’anno, per riuscire a superare questo grave problema, accogliendo coloro che faranno il loro primo ingresso nel mondo del lavoro, ed assorbendo allo stesso tempo una parte degli attuali disoccupati. Secondo l’Arab Strategy Forum, i governanti arabi dovrebbero riuscire a creare fra gli 80 ed i 100 milioni di posti di lavoro entro il 2020, visto che l’attuale forza lavoro nel mondo arabo ammonta a 120 milioni di persone, a cui si aggiungono annualmente 3.400.000 lavoratori. Il rapporto dell’ALO afferma che ormai non vi sono più paesi arabi immuni dalla disoccupazione, come invece si credeva anni fa. Il discorso riguarda in particolar modo i paesi del Golfo Persico. Il tasso di disoccupazione in Arabia Saudita – il maggiore di questi paesi per estensione e per capacità di accogliere ed impiegare lavoratori provenienti anche dall’estero – ha raggiunto il 15 %. In Qatar siamo all’11,6 %. Negli altri paesi arabi la situazione non è molto differente.
Senza dubbio, vi sono differenze fra le diverse regioni del mondo arabo, ma in ogni caso il tasso di disoccupazione rimane molto elevato, ed è in crescita anche in quei paesi che gli studi economici definiscono come adatti agli investimenti, come l’Egitto ed il Marocco. Per non parlare poi di quei paesi che non offrono un ambiente propizio agli investimenti, a causa dell’instabilità politica. E’ il caso della Somalia, dell’Algeria, del Libano, dello Yemen, e poi dei paesi occupati, come l’Iraq e la Palestina, dove il tasso di disoccupazione secondo alcune statistiche raggiunge il 60 %. Ma la disoccupazione si sta diffondendo anche nei paesi produttori di petrolio, che possono disporre di enormi risorse finanziarie, come il Qatar, gli Emirati Arabi, e l’Arabia Saudita. Si tratta di un fenomeno che investe sia le aree metropolitane che le aree rurali, e che coinvolge diverse fasce sociali, ma che colpisce soprattutto i giovani che si affacciano per la prima volta sul mercato del lavoro.
I governi arabi stanno moltiplicando gli sforzi per contrastare questo fenomeno, ed infatti negli ultimi anni abbiamo assistito a numerose iniziative volte a trovare soluzioni a questo problema drammatico. Tuttavia, fino ad oggi non si è riusciti a trovare soluzioni strutturali. Al contrario, la crisi si va aggravando di anno in anno, di pari passo con l’aumento del numero di disoccupati. Lo sviluppo economico in atto, che è accompagnato dalla crescente disoccupazione e dalla povertà sempre più diffusa dei lavoratori, testimonia il fatto che la ricchezza va a concentrarsi nelle mani di pochi a spese della maggioranza. Ed è qui che emerge la gravità della crisi di cui soffre il mondo arabo nel settore dell’occupazione. Questa crisi è strutturale, e non può essere risolta semplicemente attraverso alcuni provvedimenti tampone, senza prendere in considerazione il sistema economico capitalistico attualmente predominante. Questo sistema ha tratto vantaggio dal crollo del sistema socialista, e dallo sfruttamento delle moderne tecnologie, oltre che da alcune istituzioni finanziarie e da alcuni paesi egemoni, per imporre il proprio modello di sviluppo liberista al mondo arabo, il quale ha adottato politiche di apertura a senso unico nei confronti delle economie industrializzate e delle multinazionali, con cui non è in grado di competere, e di cui non è in grado di contrastare le politiche nella regione.
Mohammad Sadouki è un accademico marocchino
Titolo originale:




Delicious

