08/02/2008
Quando lo scorso gennaio Bush compì il suo lungo viaggio in Medio Oriente, spese appena cinque ore nel Sinai per incontrare il presidente egiziano Mubarak, dopo aver dedicato la propria attenzione per diversi giorni ai “sultani del petrolio” nel Golfo. Questa visita di “rimprovero” sembrò sufficiente a confermare la natura del rapporto strategico fra il Cairo e Washington.
Bush era appena partito, quando Mubarak venne a trovarsi in una posizione ancora più difficile. Il presidente egiziano aveva promesso che non avrebbe lasciato che venissero affamate centinaia di migliaia di palestinesi, ma nel frattempo non era in grado di sfamare milioni di egiziani. La fame in Egitto non ha bisogno di un assedio, della chiusura dei confini, e dei massacri collettivi quotidiani per colpire.
Inserire l’argomento della povertà crescente in Egitto in una trattazione riguardante i cambiamenti della politica estera egiziana, ed i suoi rapporti con gli Stati Uniti, potrebbe sembrare inappropriato. Le scelte politiche dell’Egitto, ed i rimproveri o gli encomi rivolti da Washington al Cairo, di solito riguardano questioni legate alla sicurezza ed alla geopolitica, prima fra tutte l’esigenza di salvaguardare la sicurezza di Israele e degli Stati Uniti.
L’importanza di tali questioni è senza dubbio molto grande, ma limitarsi soltanto ad esse impedisce di descrivere correttamente ciò che accade nella regione mediorientale, giacché il problema della dipendenza egiziana diventa soltanto una questione di governanti – persone che portano avanti un’agenda estera senza prestare attenzione agli interessi economici e di classe del proprio paese, i quali sono lasciati a se stessi pur essendo quelli che, in fin dei conti, determinano la capacità di un paese di formulare decisioni indipendenti e di giocare un ruolo incisivo in politica estera.
Nel rapporto fra l’Egitto e gli Stati Uniti, il valore degli aiuti elargiti da Washington al Cairo di solito viene interpretato legandolo a determinate posizioni politiche assunte dal regime egiziano, come la partecipazione alla prima guerra del Golfo, il contributo dato all’assedio palestinese, o le pressioni esercitate nei confronti della Siria affinché ponga fine alla crisi libanese.
Ma la storia degli aiuti americani all’Egitto (perlomeno quelli non militari) conferma che il Cairo ha pagato e continua a pagare un prezzo economico, oltre che politico. Intendiamo riferirci in particolare a quegli aspetti che determinano le linee generali di questo sostegno economico (ed alla capacità dell’Egitto di liberarsi, sul lungo periodo, da questa dipendenza).
Ciò non impedisce che a volte, per raggiungere determinati obiettivi politici e di sicurezza, vengano apportate delle modifiche, anche importanti, ai programmi di sostegno economico. L’eventualità di una riduzione degli aiuti economici all’Egitto, ultimamente, è stata attribuita da alcuni alla posizione adottata dal Cairo su molte questioni arabe e regionali. Se si accetta questo punto di vista, sembra che qualsiasi posizione egiziana che si opponga a Washington diventi una posizione molto “onerosa”.
Tuttavia, i documenti ufficiali confermano che questa riduzione era stata decisa in precedenza, e fa parte di una trasformazione importante della politica di Washington nei confronti dell’Egitto, attraverso un piano decennale deciso nel 1998. Tale piano ha lo scopo di accelerare il processo che dovrebbe agganciare l’Egitto al sistema economico neoliberista che si attaglia agli interessi del capitale americano ed egiziano.
Secondo i documenti del Congresso americano e dell’ambasciata americana al Cairo, nel 1998 gli aiuti economici americani all’Egitto vennero ridefiniti in base al principio di una sostituzione progressiva di questi aiuti con un rapporto di tipo tipicamente commerciale, un’operazione definita “From Aid to Trade”.
Questo piano prevedeva la progressiva riduzione (ad una media di 40 milioni di dollari l’anno) degli aiuti economici – che inizialmente raggiungevano gli 800 milioni di dollari su base annua – fino a raggiungere la metà del loro valore iniziale entro il decimo anno dalla formulazione del piano (ovvero entro quest’anno). Ciò è accaduto realmente, ad eccezione del 2003, ovvero dell’anno in cui ebbe luogo l’invasione dell’Iraq, quando l’Egitto ricevette un aumento degli aiuti sotto forma di un ulteriore contributo “una tantum”, per un valore di 250 milioni di dollari.
Ancora una volta, questi aiuti erano condizionati all’applicazione, da parte dell’Egitto, di una serie di “riforme” economiche, più radicali rispetto al passato. Vennero emendate le leggi sul lavoro al punto da minacciare le garanzie sociali per i lavoratori. Le nuove leggi miravano fra l’altro a facilitare la creazione di società private ed a ridurre i dazi doganali sulle importazioni, in misura maggiore rispetto a quanto prescritto dalle leggi della World Trade Organization (WTO).
Il ruolo centrale che gli americani hanno avuto nel definire i dettagli di queste riforme non è affatto nascosto. Il presidente della camera di commercio americana in Egitto, Jamal Muhrim, annunciò nel 2006 che “una percentuale che va dal 70 all’80 % dei suggerimenti che abbiamo dato al governo egiziano è stata applicata”.
Nel corso della prima guerra del Golfo, ritroviamo lo stesso modello di erogazione di aiuti subordinati alla revisione radicale delle politiche economiche. Negli anni 1990-1991, a seguito del condono di metà del debito estero dell’Egitto come ricompensa per la sua partecipazione alla guerra di liberazione del Kuwait, emerse che tale condono era subordinato ad alcune condizioni molto onerose. Il governo egiziano dovette compiere alcuni passi senza precedenti in direzione della liberalizzazione dell’economia egiziana. Questi passi prevedevano fra l’altro la riduzione delle sovvenzioni statali finalizzate al contenimento dei prezzi dei generi alimentari. Il sostegno statale al contenimento dei prezzi scese dal 13 % del 1983 al 2 % del 1993.
Tuttavia, sembra che la mano nascosta del libero mercato non abbia dato all’Egitto gli stessi vantaggi ottenuti dagli Stati Uniti. Le importazioni egiziane provenienti dagli Stati Uniti aumentarono, senza che aumentassero anche le sue esportazioni. Ciò portò ad un deficit annuale nella bilancia commerciale fra i due paesi che nell’ultimo decennio ha raggiunto un valore di 1,5 miliardi di dollari. Si tratta di un valore pari a circa una volta e mezzo il valore degli aiuti che vennero stabiliti nel 1998, senza contare le successive riduzioni di questi aiuti.
Le riforme economiche suggerite dagli Stati Uniti hanno reso l’Egitto maggiormente dipendente dall’economia mondiale (ed in particolare dagli Stati Uniti), e più rispettoso dei bisogni di tale economia che non dei bisogni della società egiziana. Comprendere le implicazioni di questo progetto economico può aiutare a far luce sugli sviluppi che hanno avuto luogo all’interno dell’Egitto, e sui suoi rapporti con gli Stati Uniti (a tale proposito si può consultare anche la rassegna stampa intitolata “Il ruolo perduto dell’Egitto” (N.d.T.) ).
L’invito di Washington ad adottare la “democrazia”e ad emendare la costituzione in Egitto non è solo un vuoto slogan utilizzato per giustificare le politiche di Bush in Iraq, ma è uno strumento per ristrutturare il regime in modo da dare maggiori competenze al potere esecutivo. L’obiettivo è quello di consolidare le riforme senza suscitare eccessive proteste, come invece avverrebbe se ci si basasse esclusivamente sulla figura del presidente del paese (Mubarak attualmente, Sadat in passato) per far passare tali politiche.
Sul fronte interno, le motivazioni di alcune politiche di Mubarak rivolte contro i suoi avversari sono divenute più chiare. La ristrutturazione economica dell’Egitto nei due decenni passati ha determinato, e continua a determinare, un progressivo passaggio di poteri dalla classe burocratica e militare – che costituiva il fondamento del regime di Mubarak padre – alla classe imprenditoriale che ha stretti legami con Mubarak figlio.
Il compito di Mubarak padre è dunque diventato quello di conciliare la salvaguardia dei fondamenti burocratici del suo regime con l’esigenza di sostenere la classe imprenditoriale al fine di facilitare la trasmissione ereditaria del potere al figlio Gamal, accontentando allo stesso tempo Washington. Per ottenere un certo margine di manovra, Mubarak ha annientato quasi del tutto l’opposizione liberale (i due partiti “Wafd” e “al-Ghad”), che poteva costituire un soggetto alternativo in grado di rappresentare gli interessi della classe imprenditoriale di cui Mubarak figlio si erge a difensore.
Di conseguenza, la scelta a disposizione dell’amministrazione americana si riduce a due sole opzioni. Washington è costretta a scegliere fra la famiglia Mubarak e i Fratelli Musulmani, il cui attivismo politico è mantenuto dal presidente egiziano entro limiti molto ristretti. (Riuscirà il figlio Gamal a conciliare queste contraddizioni nel caso in cui dovesse salire al potere?).
La lotta per il potere in Egitto può dunque essere letta essenzialmente come uno scontro fra diverse componenti della classe più ricca e della classe media. Mentre l’attenzione di queste classi si divide fra l’esigenza di garantire i propri interessi e la concentrazione sulle questioni regionali (il conflitto arabo-israeliano), ad uscire sconfitti da questa lotta sono i diritti degli operai, dei contadini, e delle classi povere (senza la cui rinascita non può esservi alcuna rinascita per l’Egitto).
L’azione politica e sindacale di queste classi manca di una chiara consapevolezza degli obiettivi di queste riforme e del ruolo chiave che l’elite egiziana gioca al loro interno. L’opposizione agli effetti catastrofici di queste riforme – effetti che vengono percepiti quotidianamente (si veda ad esempio l’articolo: “La crisi del pane in Egitto: la scintilla di una possibile esplosione sociale?” (N.d.T.) ) – non è supportata da una strategia ben delineata. Essa si riduce ad alcune mobilitazioni spontanee, e talvolta violente, di operai e di contadini, come quelle verificatesi soprattutto negli ultimi tempi.
Questo è quello che accade nel migliore dei casi. Nel peggiore, questa miseria si traduce nella fuga attraverso il Mediterraneo – per andare a trovare la morte, o per finire dispersi sulle spiagge dell’Europa – oppure nell’infatuazione per i movimenti religiosi, e per i conflitti e per l’odio che da essi scaturiscono (e che spesso si traducono nel rinnovarsi degli episodi di violenza fra musulmani e copti).
Hisham Safi al-Din è un giornalista libanese residente in Canada
Titolo originale:
عصا الاقتصاد وتبعيّة مصر للولايات المتّحدة: الوجه المنسيّ للصراع




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