Stati Uniti e mondo islamico: alla ricerca del rispetto reciproco

20/02/2008

Una nuova e fruttuosa tendenza in Medio Oriente è la proliferazione di “armi di conversazione di massa”, rappresentata ad esempio dalle continue conferenze regionali che si tengono in luoghi come Doha, Dubai, Abu Dhabi e altre città che aspirano al titolo di “capitale della parola”. Alcune di queste riunioni sono utili e illuminanti, compresa la quinta riunione consecutiva che è stata tenuta a Doha in questo fine settimana, patrocinata sia dalla Brookings Institution di Washington che dal ministero degli esteri del Qatar.

Essendo un evento annuale, questa assemblea di diverse centinaia di attivisti impegnati, provenienti dagli Stati Uniti e dal mondo islamico, ci permette di seguire l’evoluzione dei sentimenti e degli atteggiamenti in entrambi questi mondi. Una costante, che si è rivelata tale anche quest’anno, è il fatto che la maggior parte dei responsabili che ricoprono cariche pubbliche negli Stati Uniti sono degli enormi vigliacchi e ipocriti di prima categoria, quando si tratta di affrontare questioni arabo-israeliane in maniera onesta – per via del loro timore di apparire davvero imparziali, cosa che nell’ottica distorta della cultura politica americana vuol dire che si verrà tacciati di essere filo-arabi o anti-semiti. Perciò, da codardi, si piegano e fanno come tutti i politici, cioè agiscono secondo la convenienza piuttosto che secondo i principi. Ciò non è sorprendente, solo perennemente rattristante.

Dal lato arabo-islamico, lo sconforto è causato dall’immobilità delle strutture di potere che esistono nella maggior parte dei paesi a maggioranza islamica. Milioni di attivisti e persone comuni sono paralizzati di fronte a queste strutture di potere – incapaci di spronarle verso una democrazia credibile, ed insoddisfatti dei sistemi di pesantissimo controllo dall’alto. Poiché un’enorme impotenza politica caratterizza la maggior parte del mondo islamico, decine di milioni di cittadini insoddisfatti hanno cercato di accrescere il loro peso politico aderendo a movimenti islamici di grande diffusione: Hamas, Hezbollah, i Fratelli Musulmani, ed altri. Essi offrono una forma alternativa di identità politica, assicurano servizi e sicurezza pubblica, ed anche l’azione dei cittadini.

E’ per questo che le relazioni fra gli Stati Uniti e il mondo islamico – definito in senso lato – sono attualmente a un punto morto. Gli americani hanno avuto un ripensamento nel sostenere la democrazia nella nostra regione perché temono le vittorie elettorali degli islamici, e gli arabo-musulmani vedono nell’esitazione americana una conferma della loro profonda mancanza di sincerità e della loro ipocrisia. Un tema affascinante del “US-Islamic World Forum” di quest’anno era l’importanza della chiarezza nelle percezioni e nelle priorità di entrambi i mondi. Alcune tendenze di massima effettivamente prevalgono, in queste società assai differenti; quella che ho trovato più affascinante è stata la divergenza tra l’enfasi posta dai musulmani sul “rispetto” e quella posta dagli americani sugli “interessi”.

Un nuovo sondaggio, molto interessante, condotto dall’organizzazione “Gallup”, e riguardante società e paesi che contano complessivamente un miliardo di musulmani, ha chiaramente riaffermato ciò che noi, che viviamo nelle società a maggioranza musulmana, abbiamo da lungo tempo riconosciuto come un fatto saliente: più di tutto, i musulmani detestano la “mancanza di rispetto per l’Islam” in Occidente, e criticano la politica estera americana, non i valori americani. L’attaccamento alle norme democratiche – e persino la definizione di democrazia—sono virtualmente le stesse fra americani e musulmani, come ha rivelato il sondaggio. John Esposito e Dalia Mogahed hanno appena pubblicato un nuovo e importante libro sui risultati di questo sondaggio, intitolato ‘Chi parla in nome dell’Islam’ (a questo proposito si può anche consultare l’articolo: “Chi parla in nome dell’Islam?” (N.d.T.) ).

Basandosi su una massiccia quantità di dati, che esprimono risultati di per sé non tanto nuovi – altri sondaggi hanno dato risultati simili, ma mai a una scala così globale – gli autori del sondaggio dicono, però, qualcosa di estremamente importante, che non potrà mai essere sottolineato abbastanza: la sensazione, provata dai musulmani, che sia loro che la loro religione non sono rispettati dagli Stati Uniti provoca un sentimento diffuso di umiliazione, ed anche l’impressione di essere minacciati e controllati da altri. In certi casi, questo può portare al radicalismo.

Bisogna comprendere meglio l’importanza centrale che il “rispetto” ha per i musulmani, per gli arabi, ed anche per altri, che detestano i due pesi e le due misure – e le ingiustizie – degli americani, o degli occidentali, nei loro confronti. A maggior ragione dobbiamo fare questo, se vogliamo ridurre le tensioni globali e la violenza ormai perpetrata continuamente dalle forze armate americane e da vari eserciti sia ufficiali che privati in tutto il mondo arabo-islamico.

La buona notizia è che alcuni americani hanno recepito questo messaggio, e si sforzano di ascoltarlo e di capirlo, e a loro volta si aspettano che gli arabi e i musulmani ricambino la cortesia. Un esempio di questo è stata la relazione conclusiva sulla conferenza, fatta dal vice-presidente della Brookings Institution, Carlos Pascual. Egli ha riconosciuto che in entrambe le società vi sono delle “paranoie” che si rinforzano a vicenda; ha affermato la necessità di un ordine regionale e globale basato sulla legalità, che tratti tutte le persone ugualmente, e ha concluso dicendo che il “rispetto” è il difficile punto d’incontro che potrebbe far convergere i diritti e le aspirazioni di tutte le parti coinvolte. Questo “appello alla convivenza”, ha detto, richiede una comprensione reciproca, capacità umane, scelte politiche intelligenti, e azione.

Ma mentre gli americani e i musulmani continuano a incontrarsi e parlarsi, le tensioni e i conflitti reali fra i loro mondi sembrano peggiorare sempre di più. Tuttavia, le persone responsabili e sensate che si prendono la briga di capire quali siano le cause che stanno dietro alle tensioni, di solito trovano un modo per risolverle, affermando che l’importanza del rispetto reciproco è il punto di partenza per la convivenza, la sicurezza e la prosperità. E’ un peccato, però, che nessuna di queste persone ricopra cariche pubbliche negli Stati Uniti o nella maggior parte del mondo islamico.

Non ho alcun dubbio che un giorno i politici e gli autocrati riscopriranno la loro umanità, e ci lasceranno affermare la nostra.

Rami G. Khouri è un analista politico di origine giordano-palestinese e di nazionalità americana; è direttore dell’Issam Fares Institute of Public Policy and International Affairs presso l’American University di Beirut, ed è direttore del quotidiano libanese “Daily Star”

Titolo originale:

US-Islamic World: Finding Mutual Respect

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