06/04/2008
Molti analisti ritengono che quando un paese invia le proprie truppe sul territorio di un altro paese ciò rappresenta il culmine dell’interesse del primo nei confronti del secondo. Se questa regola è vera, confrontando le relazioni americano-libanesi di oggi con quelle che esistevano negli anni 1958 e 1982, troviamo che è emerso qualcosa di nuovo. Nel 1958 e nel 1982 gli Stati Uniti intervennero direttamente in Libano inviando le proprie truppe sul suo territorio. Vi è tuttavia la convinzione – non solo a Washington ed a Beirut, ma anche nelle altre capitali straniere interessate agli affari libanesi – che l’attuale interesse americano per il Libano, sebbene non abbia portato ad un intervento militare diretto nel paese, sia addirittura superiore rispetto al passato, e che le relazioni americano-libanesi siano entrate in una nuova era, come suole ripetere Jeffrey Feltman, l’ex ambasciatore americano a Beirut.
L’Istituto “Issam Fares”, presso l’Università Americana di Beirut, ha organizzato un importante convegno sull’argomento, dal quale è emerso che la politica mediorientale di Washington è tuttora guidata da due priorità essenziali: 1) il petrolio arabo, che rappresenta l’interesse principale delle compagnie petrolifere americane, e Israele, che polarizza gli interessi della lobby sionista negli Stati Uniti.
Queste priorità non sono cambiate nell’era dell’amministrazione Bush, tuttavia sono emersi dei cambiamenti importanti nella strategia volta a salvaguardare gli interessi americani. In passato il governo di Washington si era basato su una strategia di contenimento. L’obiettivo di questa politica contrassegnata dal pragmatismo era di mantenere lo status quo e di proteggere i regimi amici degli Stati Uniti senza soffermarsi sulle loro posizioni rispetto ai diritti umani ed alla democrazia, e senza chiedere a questi regimi di schierarsi completamente al fianco degli Stati Uniti nella loro battaglia contro le sfide che si profilavano a livello internazionale.
In contrasto con le politiche delle precedenti amministrazioni, ed a seguito degli eventi dell’11 settembre, l’amministrazione Bush è passata da una politica di contenimento alla politica dello scontro aperto. In questo contesto, l’attuale amministrazione ha teorizzato la “guerra al terrorismo” e la “guerra preventiva”, ed ha chiesto ai paesi amici ed alleati di essere “o con noi o contro di noi”. Essa ha annunciato la costruzione di un “Nuovo Medio Oriente” democratico, ed allo stesso tempo stabile ed amico degli Stati Uniti.
Nello stesso contesto, l’amministrazione americana ha elaborato una distinzione fra tre differenti tipi di stati e di regimi in Medio Oriente: 1) regimi ostili che non potevano essere costretti a modificare le loro politiche lesive degli interessi americani, e che rappresentavano una “minaccia alla sicurezza internazionale”, i quali pertanto dovevano essere “cambiati”, come è accaduto in Afghanistan e in Iraq; 2) regimi ostili che non era necessario sostituire, poiché a Washington si riteneva possibile obbligare i paesi guidati da tali regimi a cambiare i propri orientamenti politici attraverso l’imposizione di sanzioni economiche e politiche, o addirittura militari, come nel caso della Siria e dell’Iran; 3) regimi amici ed alleati, e paesi definiti “moderati”, sui quali era necessario esercitare pressioni al fine di convincerli a compiere delle riforme, con l’obiettivo di proteggere tali regimi e di salvaguardare lo status quo nella regione.
Dopo aver occupato l’Afghanistan e l’Iraq, ed aver considerevolmente ridotto le pressioni esercitate nei confronti dei paesi “moderati”, le preoccupazioni americane sono andate a concentrarsi su un altro tipo di paesi e di organizzazioni che hanno cominciato a costituire, secondo Washington, un “asse” che minacciava i vitali interessi americani. Questo asse è composto, oltre che dall’Iran e dalla Siria, da Hezbollah in Libano, e da Hamas e dalla Jihad Islamica in Palestina (esso costituisce il cosiddetto “asse della resistenza” [in arabo “mihwar al-mumana’a”], che si contrappone al cosiddetto “asse della moderazione” [in arabo “mihwar al-i’tidal”], secondo la categorizzazione ormai affermatasi sulla stampa araba (N.d.T.) ).
E’ stato osservato che la politica dello scontro aperto adottata dall’amministrazione Bush non è chiaramente delineata, e presenta pecche e lacune che rendono molto difficile prevederne gli effetti. All’interno di questa politica sono emersi i due aspetti seguenti: 1) le crescenti pressioni rivolte contro l’asse che si contrappone agli Stati Uniti hanno lasciato intravedere l’eventualità di tradursi – soprattutto nel caso dell’Iran e di Hezbollah – in una guerra americana diretta, o indiretta attraverso Israele, allo scopo di cambiare la situazione politica in questi due paesi, come è avvenuto in Afghanistan e in Iraq; 2) la politica di promozione della democrazia ha suscitato le preoccupazioni dei regimi amici di Washington nella regione. Le elite al potere in alcuni di questi regimi si sono convinte che applicare i cambiamenti democratici richiesti dagli americani avrebbe minacciato la stabilità di questi regimi invece di rafforzarla. I risultati delle elezioni – a favore del cui svolgimento Washington aveva esercitato numerose pressioni – in Egitto, Palestina e Iraq hanno confermato questi timori, e hanno deluso le speranze americane. Per queste ed altre ragioni, la politica di diffusione della democrazia nel “Nuovo Medio Oriente” è scesa nella scala delle priorità degli Stati Uniti, pur senza essere scomparsa del tutto.
L’incapacità di risolvere i vecchi problemi e le notevoli difficoltà riscontrate dalla nuova politica americana hanno spinto molti osservatori a concludere che la nuova politica di Washington ha creato ulteriori problemi, senza essere stata in grado si superare i vecchi.
Sulla base di questi dati è possibile comprendere la posizione dell’amministrazione Bush nei confronti del Libano. Non essendo riuscita a registrare una vittoria decisiva contro il terrorismo, e non essendo stata in grado di trasformare i paesi moderati in modelli democratici per gli altri stati della regione – come aveva promesso in passato – l’amministrazione americana guarda al Libano con occhi diversi. Il paese dei cedri ha assunto per essa un’importanza che prima non aveva.
Il Libano rappresenta una “storia di successo” per la politica dell’attuale amministrazione americana in Medio Oriente, non solo per il fatto di essere un paese democratico, ma anche perché il ritiro dell’esercito siriano dal Libano era uno degli obiettivi che essa ambiva (fin dal 2003) a realizzare nel paese dei cedri. Questa “storia di successo” spiega l’attuale sostegno americano offerto al governo libanese. A Washington vi è stato accordo unanime, sia nel Congresso che nell’amministrazione Bush, riguardo al sostegno politico, diplomatico ed economico – ed anche riguardo a diverse forme di supporto militare – da offrire al Libano. Tuttavia non vi è l’intenzione di arrivare al punto di costruire basi militari sul territorio libanese.
A Washington vi è il desiderio di risolvere la crisi politica libanese poiché il perdurare di questa crisi “ostacola lo sviluppo della democrazia in Libano e ne minaccia la stabilità”. Il problema sta nel fatto che Washington vuole risolvere questa crisi su basi che permettano ai suoi alleati di mantenere le redini del potere. L’amministrazione americana è soddisfatta dell’attuale governo libanese e lo considera adatto a completare il “processo democratico” – ovvero a combattere l’influenza iraniana e siriana in Libano – soprattutto in vista del contributo che questo governo può dare per giungere all’applicazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza (in particolare le risoluzioni 1559 e 1701, oltre alle risoluzioni riguardanti il tribunale internazionale legato all’assassinio dell’ex primo ministro libanese Rafiq Hariri).
Tuttavia è essenziale che il Libano torni ad essere un luogo di incontro per tutta la regione, invece di essere il teatro di una politica di scontro e di resa dei conti a livello regionale ed internazionale. E’ interesse del Libano sviluppare le relazioni con gli Stati Uniti, che sono l’unica superpotenza mondiale, ma anche sviluppare il punto di vista americano nei confronti del Libano. E’ necessario che i rapporti fra i due paesi salvaguardino gli interessi comuni e tengano in considerazione i principi seguenti: qualsiasi intervento straniero, qualunque sia la sua provenienza, ha un effetto dirompente sulla stabilità del Libano. Il clima rovente che predomina in Libano può facilmente trasformare questo paese in un teatro di scontro per i conflitti regionali ed internazionali. La complessità sociale del paese, il suo regime democratico tollerante e aperto, le ampie libertà di cui godono i libanesi, sono caratteristiche che permettono ad elementi stranieri di intervenire nei conflitti interni del paese. Tuttavia, l’esperienza insegna che ogni intervento da parte di una forza straniera a vantaggio di questa o quella fazione determina necessariamente un intervento contrapposto, trasformando così il Libano in un terreno di scontro regionale ed internazionale.
L’interesse del Libano richiede che il paese stia lontano dai conflitti internazionali. La saggezza nazionale richiede che il territorio libanese non sia il punto di partenza di minacce rivolte contro la sicurezza dei paesi arabi confinanti, come prevedono gli accordi nazionali come quello di Taif del 1990 e quello del 1943.
Per sostenere l’esperienza politica libanese è necessario proteggere gli orientamenti dell’opinione pubblica libanese. Questa esperienza merita di essere sostenuta, essendo una delle più antiche esperienze democratiche all’interno del mondo arabo e fra i paesi in via di sviluppo, e rappresentando un importante punto d’incontro fra Oriente e Occidente.
Abdallah Bouhabib è stato ambasciatore libanese presso gli Stati Uniti;
Raghid Solh è un ricercatore, giornalista, ed intellettuale libanese;
entrambi sono membri dell’ Issam Fares Institute for Public Policy and International Affairs, presso l’Università Americana di Beirut
Titolo originale:




Delicious

