L’Europa e le paure legate all’Islam albanese

16/05/2008

A seguito del crollo della Iugoslavia e delle guerre che sono scoppiate in Bosnia, in Kosovo e altrove, è cresciuto l’interesse dell’Occidente per l’Islam dei Balcani, a proposito del quale hanno scritto nomi del calibro di Harry Norris e Noel Malcolm (il primo è professore di studi arabo-islamici presso la School of Oriental and African Studies (SOAS) di Londra, il secondo è uno storico e scrittore inglese, presidente del Bosnian Institute di Londra (N.d.T.) ).

La ricercatrice inglese Miranda Vickers, specializzatasi sull’Albania e sugli albanesi nei Balcani, è autrice di numerose ricerche sull’argomento. In questi libri la Vickers aveva già, in un modo o nell’altro, rivolto la propria attenzione all’Islam albanese. Infine, nel marzo del 2008, ha pubblicato il suo studio “L’Islam in Albania”, per conto della Defence Academy del Regno Unito. E’ evidente che il solo fatto che la Defence Academy britannica abbia pubblicato questo studio è già di per sé significativo. La presenza ed il futuro dell’Islam nei Balcani, dove è radicata da secoli una numerosa comunità musulmana, ha cominciato a interessare i responsabili europei, soprattutto dopo l’11 settembre 2001.

Si può dire che in questo suo studio la Vickers esponga due questioni che si intrecciano, ed allo stesso tempo si contrappongono: la paura per le sorti dell’Islam attuale e la paura nei confronti dell’Islam futuro.

La prima esprime timori per le sorti dell’Islam moderato radicato da secoli fra gli albanesi, poiché vi sono segnali che dicono che esso potrebbe trasformarsi in un Islam fondamentalista a causa della posizione dell’Albania, che si trova al centro del mondo albanese e dei Balcani, attraversati attualmente da diverse correnti di provenienza estera.

La Vickers riconosce che storicamente l’Islam albanese è sempre stato caratterizzato dalla tolleranza e dalla moderazione, e che gli albanesi sono l’unico popolo nei Balcani la cui coscienza nazionale non è legata alla religione, essendo essi divisi in musulmani (70 %), ortodossi (20 %) e cattolici (10 %). Il nazionalismo albanese si fonda sui comuni legami linguistici e culturali.

D’altra parte, la Vickers ammette che dopo decenni di secolarizzazione (l’Albania aveva optato per la laicità dello stato fin dalla sua indipendenza nel 1912), questo paese continua ad essere considerato un “paese a maggioranza musulmana”, sebbene da più di mezzo secolo non siamo in possesso di statistiche che ci informino sui cambiamenti avvenuti nella religione e fra i fedeli in Albania. L’ultima statistica che rileva l’appartenenza religiosa risale al 1938. Poi giunse al potere il partito comunista nel 1944, il quale cercò di modellare la coscienza albanese su basi contrarie alla religione. Le cose giunsero al punto che nel 1967 venne emanato un disegno di legge per l’ “abrogazione della religione”, e le moschee e le chiese furono chiuse.

In questo quadro generale, la Vickers attira l’attenzione su un fattore specifico dell’Albania, la presenza dell’ordine dei Bektashi, che hanno fatto di Tirana il loro centro mondiale. Quest’ordine legato all’Islam, e per la precisione allo sciismo, ha sempre rifiutato di considerarsi parte della “Comunità Musulmana” in Albania (che rappresenta i musulmani davanti allo stato), e si considera un ordine indipendente dai sunniti, pur rifiutando allo stesso tempo anche lo sciismo di marca iraniana.

La Vickers esprime ciò che potremmo definire “la paura per le sorti dell’Islam in Albania”, e precisamente la paura per le sorti dell’Islam moderato e tollerante che ha perpetuato la tradizione di convivenza con le altre confessioni religiose al punto da farne il fondamento della stabilità in Albania, dai tempi della sua indipendenza dallo stato ottomano fino ad oggi. Ma in questo caso, la “paura per l’Islam” si trasforma in “paura dell’Islam”, a causa dei nuovi elementi che hanno fatto la loro comparsa sulla scena albanese degli ultimi anni.

Dopo il grande “terremoto” verificatosi nell’Europa orientale nel 1989, il regime comunista in Albania cominciò a mostrarsi più conciliante, e nel 1990 permise che venissero riaperte le moschee e le chiese, acconsentendo anche all’ingresso delle associazioni caritatevoli islamiche e cristiane, le quali affiancavano all’offerta di aiuti alimentari (di cui gli albanesi avevano estremo bisogno a quell’epoca) una nuova spinta religiosa, dopo che la promozione della fede era stata “congelata” per circa mezzo secolo.

A causa delle difficili condizioni economiche, i giovani cominciarono ad essere più esposti alle influenze ed agli allettamenti delle diverse associazioni religiose. Alcune associazioni cattoliche riuscirono a convertire diversi giovani albanesi al cattolicesimo, offrendo loro opportunità di lavoro e di studio in Italia e altrove; ma anche alcune associazioni ortodosse riuscirono a far entrare diversi giovani albanesi nelle loro file permettendo loro di studiare e di lavorare in Grecia ed in altri paesi.

Dal canto loro, le associazioni caritatevoli islamiche (circa una ventina) riuscirono a “consolidare” l’Islam presso i musulmani, e diedero a molti giovani l’opportunità di andare a studiare nel mondo islamico.

Il problema è cominciato ultimamente, dopo che migliaia di giovani albanesi si sono iscritti presso università islamiche governative e non governative in paesi che vanno dalla Malesia alla Libia, passando per lo Yemen e il Sudan. Questi giovani sono tornati con una comprensione dell’Islam differente rispetto a quella che per secoli avevano posseduto i loro padri ed i loro antenati. Grazie all’incoraggiamento ed al finanziamento di paesi stranieri, essi hanno cominciato a diffondere questo differente concetto di Islam in Albania.

Siccome da noi in Albania, così come in altri paesi dei Balcani, esiste un’antica istituzione che rappresenta i musulmani di fronte allo stato (la Comunità Musulmana Albanese), questi giovani di ritorno dall’estero hanno cominciato a cercare di infiltrarsi in questa istituzione per imporre i loro nuovi concetti. E’ noto che l’Islam sunnita nei Balcani, e specificamente fra gli albanesi, si diffuse e si perpetuò per sei secoli seguendo la scuola giuridica hanafita, a cui sono abituati i musulmani di qui. Perciò, lo statuto della Comunità Musulmana Albanese prescrive, nell’articolo 2, che la scuola giuridica hanafita è quella ufficialmente seguita dai musulmani in Albania. Alcuni giovani musulmani rientrati dall’estero cercarono di modificare quest’articolo nel 2005, ma senza successo.

Malgrado questo fallimento, è attualmente in atto uno sforzo per consolidare una rappresentanza islamica che sia esterna alla Comunità Musulmana Albanese, con il sostegno di diversi ambienti. Vengono costruite moschee alla cui guida vengono posti giovani imam (formatisi all’estero) che vengono pagati tramite finanziamenti stranieri, e non attraverso l’istituzione che rappresenta i musulmani davanti allo stato, e che ne cura gli affari religiosi, l’istruzione e la cultura.

La Vickers ritiene che il governo albanese sia ormai d’accordo con la Comunità Musulmana Albanese sull’urgente necessità di fondare un’università islamica in Albania, in cui i giovani albanesi possano imparare l’Islam albanese. Questa faccenda è stata finora rinviata soltanto per la mancanza di finanziamenti, sostiene la Vickers, mentre invece in Albania vi è chi finanzia i cattolici affinché fondino un’università cattolica, e vi è chi finanzia gli ortodossi affinché costruiscano un’università ortodossa.

Basandosi su questi dati, la Vickers conclude che la diffusa immagine di tolleranza religiosa in Albania è vera in generale, tuttavia è stata scossa ultimamente, e rischia di crollare sotto la pressione di questi fattori di provenienza estera, che non coinvolgono solo l’Albania ma anche gli stati vicini (la Bosnia, la Serbia, il Kosovo e la Macedonia), ed è questo che ha spinto la Defence Academy britannica a pubblicare questo studio, in considerazione del fatto che esso non riguarda soltanto i Balcani, bensì un contesto molto più ampio.

Il problema sollevato dalla Vickers merita attenzione, almeno per un motivo. Le associazioni cattoliche che operano in Albania sono espressione di un’unica autorità, e lo stesso vale per le associazioni ortodosse. Le associazioni islamiche sono invece legate a svariate autorità. Di conseguenza, ciascuna di esse cerca di diffondere “il vero Islam”, come lo chiama l’autorità che finanzia ciascuna di tali associazioni. Dopo sei secoli di radicamento dell’Islam in mezzo a loro, gli albanesi si trovano oggi a dover riscoprire l’Islam sulla base di queste differenti autorità. Ovviamente, ciò non è nell’interesse dell’Islam e dei musulmani in Albania.

Muhamed Mufaku Arnaut è uno storico kosovaro; insegna storia moderna all’Università “Al Bayt” in Giordania

Titolo originale:

دراسات أوروبية تخاف على الإسلام في ألبانيا … ومنه

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