10/06/2008
La recente visita a Teheran del primo ministro iracheno Nuri al-Maliki non risolve il dilemma in cui egli si trova attualmente, stretto fra la lealtà all’alleato iraniano e le pressioni americane affinché egli approvi il patto di sicurezza che di fatto consegnerebbe la sovranità dell’Iraq a Washington per i prossimi decenni – sostiene il noto giornalista di origine palestinese Abd al-Bari Atwan
Il primo ministro iracheno Nuri al-Maliki, che ha appena concluso la sua visita a Teheran, si trova di fronte agli appuntamenti forse più difficili da quando ha preso il potere. Egli deve infatti riuscire ad accontentare l’Iran senza perdere l’appoggio degli Stati Uniti d’America!
Il cerchio si sta stringendo intorno a lui ed ai suoi alleati con il crescere delle pressioni americane affinché venga approvato il patto di sicurezza a cui si oppone l’Iran, oltre che la gran parte delle fazioni e dei partiti sciiti di primo piano in Iraq, poiché questo patto pone di fatto il paese sotto un mandato americano che potrà durare decenni.
Non si può non riconoscere che al-Maliki sia abile nell’arte degli espedienti e del guadagnare tempo, avendo egli dimostrato di essere in grado di sopravvivere politicamente in un paese squassato dalle tempeste. Egli ha trasformato la sua debolezza, ed il fatto di essere stato abbandonato da molti, in uno dei suoi maggiori punti di forza. Pur non essendo riuscito a realizzare nulla – in particolare sul fronte della riconciliazione nazionale, della ricostruzione del paese, e della fornitura dei servizi essenziali al cittadino iracheno (soprattutto per quanto riguarda la sicurezza) – la forza di al-Maliki sta, molto semplicemente, nell’assenza di alternative al suo governo.
Tuttavia, il suo margine di manovra ha iniziato a ridursi, ed egli non sembra più in grado di giocare sulle contraddizioni interne all’Iraq, e neanche sui contrasti regionali. Non gli resta che dover scegliere fra l’antico alleato iraniano – e suo sostenitore principale – ed il nuovo alleato americano, che facilitò la sua ascesa al potere.
Accontentare gli Stati Uniti significa accettare basi militari americane permanenti (50 basi), consegnare completamente le ricchezze petrolifere del paese nelle mani delle compagnie americane, permettere che circa 150.000 soldati americani (oltre ad un numero di contractor e impiegati delle società di sicurezza private pari a circa la metà di questa cifra), abbiano la piena immunità rispetto a qualsiasi azione legale irachena, ed infine lasciare che la nuova potenza mandataria americana abbia il pieno controllo sui cieli e sulle acque territoriali del paese.
Paradossalmente, l’unico che non si oppone al patto di sicurezza americano è il Fronte di Concordia Iracheno (sunnita), poiché esso vede in questo accordo una garanzia del fatto che verranno fronteggiate le ambizioni iraniane in Iraq. Invece, tutte le fazioni ed i partiti sciiti – per non parlare delle fazioni della resistenza e del comitato degli ulema musulmani – si oppongono al patto americano che, secondo loro, costituisce una palese violazione della sovranità irachena.
Malgrado il carattere negativo del patto di sicurezza, esso ha almeno un aspetto positivo, rappresentato dal fatto di aver smascherato tutte le forze impegnate nel processo politico iracheno scaturito dall’occupazione americana. Esso ha infatti rivelato l’opportunismo del Fronte di Concordia sunnita e di coloro che lo compongono, in particolare il Partito Islamico, ed ha smascherato l’ipocrisia – oltre che l’ingenuità politica – di gran parte delle fazioni sciite, con l’eccezione della corrente di Muqtada al-Sadr. Queste fazioni, che ora fingono di versare lacrime sulla triste sorte della sovranità irachena, hanno dimenticato, o hanno finto di dimenticare, di essere state il ‘cavallo di Troia’ dell’occupazione dell’Iraq, e di aver contribuito a portare la situazione del paese ai livelli drammatici attuali.
L’amministrazione americana non ha infatti mandato 250.000 soldati in Iraq per amore del popolo iracheno, per promuovere la democrazia e la salvaguardia dei diritti umani. Gli Stati Uniti non sono mai stati nella loro storia un’associazione caritatevole, bensì una superpotenza che ha sempre posto i suoi interessi economici e strategici al di sopra di ogni altra considerazione.
Alan Greenspan, che fu a capo della Federal Reserve per più di un decennio, non ha fatto torto alla verità quando ha dichiarato che il petrolio iracheno era una delle ragioni principali per cui gli Stati Uniti avevano fatto la guerra a questo paese. Scott McClellan, portavoce della Casa Bianca per più di tre anni, non ha esagerato quando ha affermato nel suo ultimo libro che l’amministrazione di George W. Bush ha utilizzato ogni possibile inganno e menzogna per dissimulare i veri obiettivi dell’invasione dell’Iraq.
L’amministrazione americana ha finora investito più di 600 miliardi di dollari in Iraq, ed ha perso circa 4.000 soldati, (a cui bisogna aggiungere 30.000 feriti). Essa ha compiuto tutti questi sacrifici per impadronirsi di questo paese e rimanervi nei prossimi decenni. Le riserve petrolifere stimate dell’Iraq raggiungono i 350 miliardi di barili, pari al doppio delle riserve saudite, finora considerate le maggiori al mondo. Possiamo comprendere l’importanza di queste riserve se pensiamo che si prevede che il prezzo del petrolio raggiungerà i 150 dollari al barile il mese prossimo.
Non sembra logico che al-Maliki ed i suoi alleati, ed in particolare il Supremo Consiglio Islamico Iracheno (SIIC) guidato da Abdel Aziz al-Hakim, pensino di potersi alleare con Teheran contro l’occupante americano, o viceversa, e rimanere al potere. Al-Maliki può scegliere di tornare nelle braccia dell’Iran e di impegnarsi nel fronte che si oppone al patto di sicurezza, o di mantenere le sue promesse nei confronti di coloro che lo hanno riportato in patria dall’esilio con la forza dei loro carri armati. Ma mettere insieme gli americani e gli iraniani sarebbe come tentare di mischiare l’acqua e l’olio, o meglio, il fuoco e la benzina.
Al-Maliki sembra vivere in uno stato di allucinazione dal quale non sa come uscire. E’ stata significativa la dichiarazione che egli ha rilasciato a Teheran, quando ha affermato che non permetterà che l’Iraq venga utilizzato come base per colpire l’Iran, di fatto alludendo chiaramente ai piani americani per colpire l’Iran di cui si parla in questi giorni. Una dichiarazione di questo genere sarebbe comprensibile se egli fosse padrone del suo paese e godesse della piena indipendenza, potendo disporre di un esercito e di armi moderne. Egli invece non potrà rimanere al potere un solo giorno, se dovesse andare in collera con lui il padrone americano. Anzi, forse non gli sarebbe stato consentito nemmeno di tornare all’interno della zona verde, che egli non è in grado di difendere (due giorni fa colpi di mortaio sono caduti sullo spiazzo antistante il ministero della difesa, uccidendo e ferendo diverse persone), o addirittura non gli sarebbe stato permesso di lasciarla.
Ciò che accomuna al-Maliki ed i suoi alleati americani è che i giorni di entrambi sono contati in Iraq, a meno di un miracolo. Ma, per loro sfortuna, questo non è più tempo di miracoli. E’ evidente che i due alleati si stanno separando. L’amministrazione americana, che ha giocato la carta confessionale per consolidare la sua occupazione, ha cominciato a pagare un prezzo esorbitante per questa mossa sconsiderata. La fazione sciita ha cominciato a scambiarsi i ruoli con l’ex triangolo sunnita, scivolando gradualmente verso il campo della resistenza, senza che, dal canto suo, la resistenza sunnita abbia rinunciato a combattere l’occupazione americana. Quanto ad al-Maliki, è stato abbandonato dal più stretto dei suoi alleati: Ibrahim al-Jaafari ha portato con sé la porzione maggiore del partito Da’wa, ed è passato all’opposizione.
Da quanto detto fin qui, possiamo capire come il tentativo di alcuni paesi arabi, e del Golfo in particolare, di riaprire le loro ambasciate, e di riportare i loro ambasciatori a Baghdad, giunga semplicemente in risposta alle pressioni americane, ed appaia un passo alquanto affrettato. E’ infatti un passo intempestivo, compiuto a favore di un governo che si trova ormai in rianimazione, in attesa del colpo di grazia.
Abd al-Bari Atwan è un giornalista palestinese residente in Gran Bretagna; è direttore del quotidiano “al-Quds al-Arabi”
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