17/06/2008
L’accordo di Doha tra le fazioni libanesi, se da un lato ha condotto ad una – pur fragile – pacificazione a livello politico, dall’altro non ha sopito gli scontri verbali e la polemica in atto a livello non soltanto politico, ma anche culturale, fra i difensori di un fronte più o meno filo-occidentale e i sostenitori di un fronte ‘di resistenza’ all’Occidente. Questo scontro continua a divampare non soltanto in Libano, ma in tutto il Medio Oriente, ed è espressione di una frattura profondamente radicata nel mondo arabo ed islamico, che sarà estremamente difficile ricomporre
La guerra civile di carattere ‘culturale’ in corso nel mondo arabo non è stata oggetto di una adeguata attenzione, e non è stata presa nella dovuta considerazione da coloro che sono interessati alla riconciliazione nazionale araba.
Così come in Libano vi è una maggioranza filo-occidentale ed una opposizione che si identifica con la resistenza, lo stesso avviene nel mondo della cultura. Questa classificazione non è limitata soltanto al Libano, ma può essere estesa a tutto il mondo arabo. Esistono numerose esperienze storiche – sia nel mondo arabo che altrove – in cui le elite si sono schierate su fronti contrapposti di questo genere. Ad esempio, in Francia il generale Petain fu un simbolo della maggioranza filo-nazista, mentre il generale de Gaulle fu un simbolo dell’opposizione e della resistenza all’occupazione tedesca.
Nelle esperienze storiche del passato così come nel presente, l’interrogativo principale è sempre stato il seguente: maggioranza favorevole a chi, e resistenza contro chi?
Nel caso specifico del mondo arabo attuale, l’amministrazione americana ci ha risparmiato lo sforzo di rispondere a questo interrogativo, definendo di propria iniziativa gli alleati dell’Occidente come ‘moderati’, e coloro che rifiutano la supremazia occidentale e i diktat americani come ‘estremisti’. Di conseguenza, è ormai risaputo che gli esponenti di questo tipo di ‘maggioranza’ in Libano e nel mondo arabo sono coloro che propendono per le posizioni americane e occidentali, e che hanno sposato i progetti di Washington per la regione, ed in primo luogo quelli relativi alla questione palestinese. Il fronte dell’opposizione è invece quello che ha scelto di rifiutare l’egemonia occidentale e che simpatizza per la resistenza nelle sue diverse forme. Se vogliamo, possiamo dire che la posizione adottata nei confronti della resistenza è l’elemento discriminante ed il vero criterio che stabilisce l’appartenenza al primo o al secondo dei due fronti contrapposti. Anzi, possiamo dire che la vera battaglia fra le due parti ruota intorno al concetto di resistenza e delle sue manifestazioni.
Sulla base di quanto abbiamo appena detto, non è vero che il conflitto in Palestina sia tra Fatah e Hamas. Esso avviene fra due differenti modi di rapportarsi alla questione palestinese, e di conseguenza all’occupazione israeliana. Analogamente, il problema libanese, nella sua sostanza, non è tra le forze ‘del 14 Marzo’ e quelle ‘dell’8 Marzo’, e nemmeno fra Hezbollah e la corrente ‘al-Mustaqbal’, ma è fra il progetto della maggioranza vicina agli americani, agli europei ed agli israeliani, e quello della resistenza che rifiuta ciò che il fronte filo-occidentale ha predisposto per il Libano. Anzi, affermo che le armi di Hezbollah non sono il vero problema. Il problema sta nel fatto che queste armi vengono utilizzate a vantaggio della resistenza. Se esse fossero impiegate al servizio di un altro obiettivo, non sarebbe stato sollevato il problema della loro esistenza. Lo dimostra il fatto che nessuno parla delle armi delle Forze Libanesi guidate da Samir Geagea, né delle milizie armate al seguito della corrente ‘al-Mustaqbal’ e dei suoi alleati, poiché queste armi non hanno niente a che fare con la resistenza (a prescindere dalla loro entità, che è certamente limitata se paragonata a quella delle armi che sono a disposizione di Hezbollah).
Quando la resistenza diventa l’argomento essenziale dello scontro – anche se essa non è armata, come ad esempio nel caso della Siria – questo fatto sgomenta e confonde la nostra generazione, la quale ha vissuto l’epoca dell’ascesa del movimento nazionalista (negli anni ’50 e ’60) nel cui ambito rifiorirono i movimenti di liberazione nazionale. Il punto di vista rispetto a questi movimenti era infatti più chiaro, ed il nemico meglio definito. Le questioni legate al destino degli arabi non erano oggetto di controversie e di differenti interpretazioni. Nel periodo nasseriano, l’Egitto non conobbe una contrapposizione fra ‘maggioranza’ e ‘resistenza’ in politica estera. Quando gli orientamenti politici di Nasser presero piede in Egitto, il resto del mondo arabo si mise rapidamente al passo, con l’eccezione di alcune piccole sacche di cui il Patto di Baghdad fu un esempio (il Patto di Baghdad fu un’alleanza militare di breve durata (sopravvisse solo dal 1955 al 1958) che comprendeva gli Stati Uniti, la Turchia, l’Iraq, l’Iran ed il Pakistan, e che doveva rappresentare un baluardo contro le ambizioni dell’Unione Sovietica; a proposito del Patto di Baghdad e delle analogie con l’attuale ‘patto di sicurezza’ che gli Stati Uniti vogliono concludere con il governo iracheno si può consultare l’articolo “Una reincarnazione del Patto di Baghdad” (N.d.T.) ). A quell’epoca la posizione di rifiuto nei confronti dell’egemonia occidentale fu oggetto di un accordo quasi unanime nel mondo arabo, così come lo fu la posizione a sostegno della resistenza palestinese. Le cose cambiarono radicalmente nell’era di Sadat, quando si diffuse lo slogan secondo cui il 99 % delle carte da giocare in Medio Oriente era in mano agli Stati Uniti. Fu questo assunto a determinare un capovolgimento nella politica estera egiziana, che naturalmente ebbe una vasta eco nel resto del mondo arabo. Fu quello il primo passo sulla strada della confusione, quando alcuni cominciarono a ritenere che la vicinanza all’amministrazione americana fosse un destino dal quale non si poteva sfuggire, infliggendo in questo modo un grave danno alla chiarezza degli orientamenti arabi. Non vi fu più accordo su una visione strategica unitaria, e le cose divennero confuse a tal punto che non si sapeva più con certezza chi fosse il nemico e chi l’amico (ad esempio, alcuni cominciarono a dire che il nemico era l’Iran, e non Israele). Emersero posizioni divergenti a questo proposito, e numerose questioni legate al destino degli arabi divennero oggetto di differenti interpretazioni. Perfino la fedeltà alle politiche americane e la possibilità di trarne vantaggio, e addirittura l’eventualità di una normalizzazione gratuita dei rapporti diplomatici con Israele, divennero punti di vista da prendere in considerazione. La stessa idea di resistenza non scampò alla diffamazione ed all’oltraggio, e da bandiera della nazione araba divenne un precedente infamante che fece inserire coloro che se n’erano macchiati nelle liste degli individui sospetti da tenere lontani dalla politica. Le cose si sono spinte a tal punto che, alla fine, gli orientamenti filo-americani sono diventati la norma, e la resistenza un’eccezione. E questo squilibrio non è circoscritto ai soli esponenti della politica, ma ha risucchiato anche gli intellettuali.
La scena libanese incarna questo squilibrio in maniera esemplare. Sebbene lo scontro politico si sia relativamente ridimensionato dopo l’accordo di Doha, lo scontro intellettuale infuria tuttora. Esso appare in tutta la sua chiarezza nei mezzi di informazione, dove gli esponenti del fronte filo-occidentale non lesinano le istigazioni, le macchinazioni e le falsificazioni della verità. Alcuni di essi non esitano a far uso di mezzi illegittimi, del raggiro e della diffamazione.
Il solo fatto di parlare del Libano come di una democrazia che sarebbe stata sfidata dalle azioni illegali di Hezbollah è una falsificazione della verità. Parlare di democrazia in Libano è una pura scempiaggine. Il regime libanese si basa su un ‘accordo’, e non sulla democrazia. In base a questo accordo, il presidente libanese deve essere un cristiano maronita, il primo ministro un musulmano sunnita, ed il presidente del parlamento uno sciita. E’ una situazione che non ha alcun rapporto con una democrazia. Se il Libano gode al suo interno di un elevato grado di libertà, è perché la società libanese è più forte dell’autorità. Quando le forze della maggioranza decisero di boicottare per due anni il presidente della repubblica Emile Lahoud, nessuno disse che si trattava di un’aggressione alla legalità, anzi tutti accettarono questo fatto, sia a livello libanese che a livello regionale ed internazionale. Dire, poi, che Hezbollah è l’unica milizia armata è un’altra distorsione della verità, poiché tutte le forze libanesi sono armate, come ha ampiamente dimostrato la guerra civile protrattasi per 14 anni in questo paese. La storia del golpe militare e della conquista militare di Beirut che Hezbollah avrebbe compiuto poiché il consiglio dei ministri aveva preso una decisione che non gli piaceva è anch’essa un’evidente falsificazione. Infatti, la decisione che non è piaciuta a Hezbollah era in realtà una vera dichiarazione di guerra nei suoi confronti, che consisteva nel tentativo di prendere il controllo della sua rete di sicurezza (a tale proposito si può consultare la rassegna “Fine del modello di convivenza libanese?” (N.d.T.) ) nel momento in cui circolavano voci secondo le quali la milizia affiliata alla corrente “al-Mustaqbal” si stava preparando ad entrare in un confronto armato con Hezbollah, e 600 miliziani fedeli alla corrente sunnita erano stati addestrati all’estero a questo scopo. A ciò bisogna aggiungere le manovre della marina militare americana nel Mediterraneo. Quello che voglio dire è che è il contesto che ha spinto Hezbollah ad intervenire per sventare i piani che venivano orditi ai suoi danni. Non è vero che il movimento sciita ha compiuto un golpe, poiché sappiamo bene che il potere non è stato toccato, come sappiamo che Hezbollah si è impadronito delle sedi di quelle fazioni che intendevano attaccarlo, e non ne ha conservato il controllo, ma le ha consegnate all’esercito. Dunque, secondo quale logica si può affermare che si è trattato di un golpe e di un’invasione di Beirut? Quanto alla storia secondo cui Hezbollah avrebbe dato alle fiamme le sedi di queste fazioni, si tratta di una menzogna che non è confermata da alcuna prova, poiché gli autori di questo gesto sono tuttora ignoti, mentre molti additano come responsabili alcuni affiliati del Partito Nazionale Siriano. Vi sono anche delle immagini che supportano questa tesi, mostrando le bandiere di questo partito sventolare sugli edifici dati alle fiamme.
Screditare la resistenza non è l’unico obiettivo. La maggioranza fa uso della stessa retorica per diffamare tutti coloro che difendono questa resistenza, in modo da far sembrare che non vi sia alcun aspetto positivo nella resistenza e che non ci si possa fidare di coloro che parteggiano per essa. Le motivazioni di questo tentativo possono essere facilmente comprese se ci ricordiamo della classificazione americana – da cui la maggioranza libanese ha tratto ispirazione – che considera gli esponenti della resistenza e coloro che la difendono come membri del famoso ‘asse del male’.
La logica che sta alla base di tutto ciò è che, se Hezbollah è così malvagio come lo si vuole dipingere, allora è inevitabile che tutti coloro che solidarizzano con esso e che comprendono le sue posizioni debbano essere malvagi anch’essi. Questa ingenua semplificazione fondata sulla diffamazione e sull’inganno, che trascura tutti gli elementi di specificità della situazione libanese, e che allo stesso tempo intende dipingere tutti i sostenitori della resistenza come fondamentalisti opportunisti che non credono nella democrazia e di cui non ci si può fidare, ha un unico scopo: delegittimare la resistenza e tutti coloro che stanno dalla sua parte. Se ciò è vero, possiamo a buon diritto chiederci chi trae vantaggio da tutto questo, e quali saranno le sorti del mondo arabo se proseguiranno i tentativi di scatenare una guerra civile perfino tra gli intellettuali.
Fahmi Huwaidi è un intellettuale islamico di nazionalità egiziana
Titolo originale:




Delicious

