12/06/2008
I rapporti fra Washington e Teheran – il terzo maggior produttore di petrolio fra i paesi dell’OPEC – continuano a deteriorarsi, mentre crescono i timori degli investitori di fronte alla possibilità sempre più concreta di un attacco israeliano o americano all’Iran allo scopo di contrastarne le ambizioni nucleari.
A dispetto di chi ha marchiato l’Iran come membro a pieno titolo dell’ ‘asse del male’, Teheran, compiendo un passo diplomatico che potrebbe essere gravido di conseguenze per il futuro delle esportazioni energetiche del Mar Caspio, ha offerto la propria mediazione in una delle maggiori contese a lungo termine nella regione del Caucaso: la crisi del Nagorno-Karabakh fra Armenia e Azerbaigian. Se l’Iran dovesse riuscire in questo suo tentativo, otterrebbe un successo che è sfuggito all’amministrazione Bush in una delle sue prime iniziative di politica estera.
Secondo quanto riportato dall’agenzia azera APA, il viceministro degli esteri iraniano Alireza Sheikh-Attar ha affermato, nel corso di una conferenza stampa tenuta nella capitale azera Baku il 5 giugno scorso, che il suo paese è pronto a svolgere un ruolo di mediazione nel conflitto del Nagorno-Karabakh se lo richiederanno le due parti in conflitto, ricordando che Teheran aveva tentato in passato di intavolare delle trattative per giungere a una soluzione di questa crisi, ma “purtroppo, a causa dell’influenza di forze esterne, il nostro paese è stato emarginato dalla sua missione di mediazione”.
La guerra fra i due paesi caucasici scoppiò nel febbraio 1988 in conseguenza del fatto che entrambi rivendicavano la sovranità sul Nagorno-Karabakh, un’enclave all’epoca sotto il controllo di Baku. La crescente violenza spinse la ‘Commissione sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa’ (ora divenuta ‘Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa’ (OSCE) ) a costituire nell’estate del 1992 il Gruppo di Minsk, composto da 11 paesi, con l’obiettivo di mediare una soluzione del conflitto.
Nel maggio 1994, l’Azerbaijan e l’Armenia firmarono un accordo di cessate il fuoco che pose fine alle ostilità, ma il conflitto aveva provocato migliaia di vittime e lasciato dietro di sé centinaia di migliaia di profughi da entrambe le parti, mentre le forze armate armene occupavano parti del territorio azero fra cui il Nagorno-Karabakh e 7 distretti vicini.
Nel corso di una iniziativa diplomatica americana largamente dimenticata, gli interessi di Washington a risolvere la crisi spinsero l’amministrazione del presidente americano George W. Bush ad organizzare un vertice nell’aprile 2001 nella città di Key West in Florida, sotto gli auspici dell’OSCE, riunendo il presidente armeno Robert Kocharian e il presidente azero Geidar Aliyev.
Ma in generale, malgrado le trattative condotte per 14 anni da Russia, Francia e Stati Uniti, nulla di concreto è stato ottenuto, neanche nell’ambito degli sforzi del Gruppo di Minsk (di cui Russia, Francia e Stati Uniti sono attualmente co-presidenti (N.d.T.) ).
Lo stallo diplomatico ha avuto effetti negativi sulle economie dell’Azerbaigian, dell’Armenia e della Turchia (Armenia e Turchia non hanno rapporti diplomatici; le principali dispute fra i due paesi riguardano il riconoscimento del genocidio armeno del 1915, problemi di definizione dei confini, e il conflitto fra Armenia e Azerbaigian (N.d.T.) ) – se si eccettua il miglioramento della situazione economica azera legato alle entrate petrolifere. Lo scorso anno la CIA ha stimato che il tasso di crescita del PIL armeno fosse pari al 13,7 %, quello dell’Azerbaigian al 31 %, e quello turco al 5,1 %.
Negli ultimi due anni si è assistito ad un ammorbidimento della posizione di Erevan (la capitale armena). Il 5 giugno 2005 i mezzi di informazione armeni hanno riportato che il presidente Kocharian aveva dichiarato: “Siamo pronti a continuare il dialogo con l’Azerbaigian per giungere ad una soluzione del conflitto del Nagorno-Karabakh, e con la Turchia al fine di stabilire relazioni senza alcuna precondizione”.
Entrambe le parti hanno avuto molto da perdere dal prolungarsi dell’impasse. L’Armenia è stata esclusa dall’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, che lega l’Azerbaigian con la Georgia e la Turchia, ma l’Azerbaigian a sua volta ha dovuto pagare un prezzo per la sua indisponibilità a negoziare, visto che l’oleodotto appena citato ha dovuto compiere una lunga deviazione per evitare l’Armenia, e ciò ha inciso sui costi e sui tempi di realizzazione del progetto.
Il premio di un’apertura diplomatica sarebbe senza dubbio allettante, visto che si stima che il Mar Caspio e le coste circostanti contengano circa 250 miliardi di barili di petrolio estraibile, oltre a 200 miliardi di barili di riserve potenziali, a cui bisogna aggiungere oltre 328.000 miliardi di piedi cubi (pari a circa 9.300 miliardi di metri cubi) di gas naturale estraibile.
E’ inutile dire che le compagnie straniere si stanno battendo per costruire ulteriori pipeline di esportazione, e che l’Iran ha atteso per anni di poter accrescere il suo commercio ‘di transito’ delle esportazioni di altri paesi del Caspio, mentre l’Armenia assetata di energia, che non dispone di riserve petrolifere ed importa dall’estero tutto il suo fabbisogno, potrebbe trarre beneficio da un miglioramento dei rapporti con i suoi vicini orientali ricchi di petrolio.
Nell’ipotesi di una normalizzazione delle relazioni diplomatiche, l’Armenia potrebbe anche beneficiare dei dazi di transito su qualunque pipeline venisse costruita sul suo territorio, mentre l’Iran potrebbe eludere le sanzioni americane impostegli insieme alla Libia (approvate nel 1996 dall’amministrazione Clinton, le sanzioni ‘ILSA’ (Iran-Libya Sanctions Act) proibiscono gli investimenti americani nel settore energetico iraniano; si riteneva che pregiudicando le capacità dell’Iran di ammodernare il proprio settore petrolifero si sarebbe impedito a Teheran di sviluppare programmi per la costruzione di armi di distruzione di massa, e di finanziare gruppi terroristici (N.d.T.) ), che hanno ampiamente precluso lo sviluppo delle sue riserve di gas naturale – stimate a oltre 26.000 miliardi di metri cubi – che rappresentano la seconda maggiore riserva mondiale dopo quella della Russia. Malgrado una simile ricchezza potenziale, l’assenza di investimenti stranieri implica che l’Iran attualmente produca una quantità insignificante, pari a 460 milioni di metri cubi di gas al giorno.
L’Iran, dal canto suo, ha una serie di punti di forza sotto il profilo negoziale, che può mettere sul tavolo. Teheran intrattiene rapporti diplomatici sia con l’Armenia che con l’Azerbaigian. Il 24 % degli abitanti dell’Iran è di etnia azera, ma all’interno del paese vivono anche 400.000 armeni.
Sulla base delle considerazioni appena esposte, l’Iran possiede un’ulteriore caratteristica di possibile ‘onesto mediatore’ nei negoziati, caratteristica che manca ai membri del Gruppo di Minsk.
A conferma delle relazioni diplomatiche fra l’Armenia e l’Iran, il nuovo ministro della difesa armeno Seyran Ohanyan si è recentemente recato in visita a Teheran.
Data l’inconcludenza diplomatica di 16 anni di discussioni, l’offerta iraniana dovrebbe essere considerata seriamente da tutte le parti interessate. I risultati di una eventuale pace negoziata sono ovvi – l’unico interrogativo è se le ‘forze esterne’ permetteranno agli sforzi iraniani di proseguire.
John C. K. Daly è un esperto di difesa e politica estera eurasiatica presso la Jamestown Foundation, con sede a Washington
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