26/07/2008

Nella progressiva affermazione delle idee wahhabite in ampie fasce della popolazione pakistana ha certamente giocato un ruolo importante il considerevole flusso migratorio dal Pakistan in direzione dei paesi del Golfo. Il wahhabismo, movimento sunnita rigorista che predica il ritorno alla purezza dell’Islam delle origini, si è diffuso al di fuori della penisola araba, in direzione del Pakistan, anche grazie agli immigrati che dal Golfo facevano ritorno a casa – sostiene il pakistano Manan Ahmed

“Il Pakistan, quattro mesi dopo le elezioni, è in una deriva priva di leader”, sostiene, sul New York Times, Carlotta Gall, in un articolo del 24 giugno. Solo due giorni dopo, veniamo a sapere che “Baitullah Mehsud, il capo dei Talebani pakistani” ha ucciso 22 membri di un comitato di intermediazione pacifica tra lo stato del Pakistan e la regione controllata da Mehsud. Suppongo che ci siano, dopo tutto, dei leader in Pakistan. La ‘talebanizzazione’ del Pakistan nelle zone rurali nord-occidentali e il soffocato ‘movimento degli avvocati’ nelle maggiori città sembrano, a prima vista, riflettere una profonda frattura all’interno della società pakistana. Questa frattura, se così vogliamo chiamarla, è di solito vista come la manifestazione di uno scontro tra l’Islam moderato e quello estremista. Ma ciò pone la questione del perché tale frattura si manifesti attraverso linee di classe, oppure di contrapposizione tra il mondo rurale e quello urbanizzato.

L’ideologia estremista, come abbiamo imparato negli ultimi 8 anni, riesce ad attirare sia membri altamente istruiti delle classi professionali sia giovani frustrati e disoccupati. Dobbiamo investigare seriamente il recente passato del Pakistan se vogliamo capire la crisi che si trova ad affrontare ora. La storia del sub-continente è piena di movimenti di massa intermittenti – solitamente provocati da carestie, guerre o peggio – accompagnati da una valanga di storie di miseria e povertà. A mio modo di vedere, i primi anni ‘70 hanno visto il verificarsi di un’altra migrazione storica che è stata analizzata molto poco. Coinvolgeva un vasto numero di uomini provenienti dalle parti rurali e semiurbane del Pakistan, che si sono riversati in direzione delle emergenti oligarchie petrolifere del Golfo.

Questa migrazione economica ha creato un ritorno di denaro contante verso gli stessi villaggi e città di provenienza degli emigrati: le zone del Punjab, del Sindh e la provincia della Frontiera del Nord-Ovest. Ma ha rappresentato anche un veicolo unico per il trasferimento delle varie forme dell’esperienza musulmana verso una visione piuttosto artificiosa, che è sulle labbra di tutti – quella del wahhabismo (movimento sunnita rigorista diffusosi in Arabia Saudita nel XVIII secolo; è basato sulla dottrina di Muhammad ibn Abd al-Wahhab (1703-1792), che si ispira ad un rigido monoteismo e ad un ritorno alla purezza dell’Islam delle origini (N.d.T.) ). Tra il 1975 e il 1985, il numero di pakistani negli stati del Golfo è cresciuto da 205.000 a 446.000, con oltre 2,5 miliardi di dollari che annualmente rientravano in Pakistan. Nel momento culminante di questo fenomeno, verso la metà degli anni ‘80, circa il 10 % della forza lavoro maschile pakistana lavorava nei paesi del Golfo.

Questi lavoratori migranti – oltre l’80 % erano manodopera non qualificata o semi-qualificata – di solito rimanevano circa 4-6 anni nei paesi del Golfo, per venire poi rimpiazzati da altri membri della famiglia, del clan, della tribù o del villaggio. Quello che mandavano a casa – prodotti e denaro – rappresentò il fattore trainante nel rafforzamento dell’economia pakistana tra gli anni ’70 e ’80, nonché uno dei fattori chiave nella fase di avvicinamento del Pakistan all’Asia occidentale durante i governi di Bhutto e di Zia ul-Haq. Il fenomeno migratorio è poi calato durante gli anni ’90, ma dal 2000 vi è stato un nuovo incremento nel flusso di lavoratori. Oggi, i lavoratori pakistani sono massicciamente impiegati a Dubai, in Kuwait e in Iraq. Questa migrazione su larga scala verso il Medio Oriente ha avuto effetti significativi sulle economie e sui cicli di produzione locali ma – ed è forse la cosa più importante – ha anche avuto il suo impatto socioculturale sul Pakistan.

Altrettanto significativo è stato il tipo di religiosità che è rientrato in patria assieme ai lavoratori. Parlando da un punto di vista storico, la lettura wahhabita dell’Islam aveva ricevuto poca attenzione nel subcontinente indiano. Fondamentalmente perché l’ideologia wahhabita viene a scontrarsi con le pratiche islamiche più tipiche della cultura pakistana, la quale glorificava i suoi santi sufi (il sufismo è la corrente mistica dell’Islam (N.d.T.) ). Tuttavia, questa migrazione ha permesso a una vasta popolazione di disimparare le sue pratiche ‘decadenti’ e ‘devianti’ a vantaggio di quelle insegnate dai ‘puri praticanti’ dell’Arabia Saudita, del Qatar e degli Emirati.

Nelle valli del sud e nelle montagne del nord i tradizionali dupatta (scialli tradizionali diffusi nell’Asia meridionale (N.d.T.) ) sono stati sostituiti dal burka, e i santuari sufi sono stati rimpiazzati dalle madrasa (scuole coraniche (N.d.T.) ). Questa svolta culturale si sposò con le politiche di ‘sunnizzazione’ portate avanti da Zia ul-Haq, e con la promozione del jihad come bene di prima necessità per il popolo pakistano.

La Palestina, la Cecenia e il Kashmir divennero di fatto i temi centrali di ogni sermone del venerdì, da Doha a Riyadh, da Dera Ghazi Khan (città del Punjab, in Pakistan (N.d.T.) ) a Rawalpindi. Tuttavia, questa wahhabizzazione – che includeva una interpretazione più rigida e letterale del Corano, la demonizzazione degli infedeli, la retorica antisemitica, il razzismo, il desiderio di ‘finanziare’ il jihad e quant’altro – non è mai stata un processo lineare. Il suo progresso è stato graduale e organico, in un modo che lentamente delegittimava le pratiche precedentemente in uso, distorcendone altre: la guida spirituale fu trasformata in una figura che combatteva la magia nera.

E’ difficile trovare una casa o una conversazione, nel Pakistan di oggi, che sia libera da queste preoccupazioni. I ‘professionisti’ della religione combinano lo zelo dell’imam wahhabita con lo spirito dell’assicuratore: 10 dollari per la distruzione di un matrimonio, 20 dollari per un incantesimo che ripari la rovina della libido. Il tutto impacchettato in una interpretazione letterale del testo coranico.

Non si può andare oltre, nell’esaminare questo processo di wahhabizzazione, senza prendere in considerazione l’impatto di questa emigrazione di padri sulle loro famiglie che sono rimaste a casa. Quali sono gli atteggiamenti di questa particolare ‘generazione X’ nei confronti dello Stato? Possiamo veramente iniziare a guardare al successo o al fallimento del ‘movimento degli avvocati’ senza prendere in esame la migrazione verso il Golfo? Possiamo veramente parlare di democrazia senza prendere in considerazione i milioni di pakistani che vivono come cittadini di seconda o di terza categoria, senza diritti o leggi che li difendano, nei paesi del Golfo? Mentre molti di noi cercano di capire il Pakistan moderno in termini di teoria politica, o il richiamo del fondamentalismo in termini di teologia, nessuno di questi approcci si è dimostrato fruttuoso. E’ ora di ampliare l’orizzonte della nostra indagine – per andare a esaminare, seriamente, i temi del lavoro e dell’emigrazione, le strutture civili e sociali, la legge e l’ordine, i diritti umani e l’effetto che hanno su molte persone nel Pakistan.

Manan Ahmed è uno storico del Pakistan e dell’Islam nell’Asia meridionale; gestisce il blog chapatimystery.com; questo articolo è apparso il 27/06/08 sul ‘Guardian’

Titolo originale:

The Wahhabisation of Pakistan

Leave a Reply

Disclaimer & Copyright (italiano - english)
serverstudio web marketing e design con kifulab