28/09/2008
In un Caucaso attraversato dalle tensioni emerse a seguito del conflitto russo-georgiano, l’inaspettata visita del presidente turco Gul nella capitale armena Erevan ha segnato un evento di grande importanza, che potrebbe aprire la strada ad una soluzione dell’annosa controversia fra Armenia e Turchia. Fra le ragioni che hanno portato a questa improvvisa apertura, tuttavia, vi sono certamente considerazioni legate alla preoccupante piega che hanno preso gli avvenimenti nella regione dopo lo scoppio della crisi georgiana
La partita di calcio è stata deludente: un gioco frammentario su un campo dissestato sferzato da un forte vento che ha mandato il biglietto di traverso a molti spettatori. Ma la partita Armenia-Turchia valida per la qualificazione ai mondiali di calcio che il 6 settembre scorso si è svolta a Erevan – la capitale dell’Armenia – è stata un evento quasi incredibile. Tuttavia non è stata la vittoria dei turchi per 2-0 l’evento interessante. Tutti gli occhi erano puntati sui presidenti dei due paesi, seduti insieme allo stadio – anche se dietro un vetro antiproiettile – in un coraggioso tentativo di seppellire una delle più amare eredità del Caucaso.
Questa è stata la prima visita di un capo di stato turco in Armenia, e la cosa ancora più sorprendente è che tale visita è avvenuta a meno di un mese dall’invasione russa della Georgia che ha posto il Caucaso su una china pericolosa. La visita fa parte di un tentativo di riallineamento in cui la Turchia, stretta tra la sua appartenenza alla NATO e la sua dipendenza energetica dalla Russia, sta spingendo per una iniziativa diplomatica regionale che metta insieme la Russia, la Georgia, l’Azerbaigian, l’Armenia e la Turchia (a proposito delle diverse iniziative diplomatiche in corso nel Caucaso si può consultare anche l’articolo “L’Iran si propone come mediatore nel Caucaso” (N.d.T.) ).
In tale contesto, gli armeni e i turchi stanno cogliendo un’opportunità per impedire che il loro futuro continui ad essere ipotecato dalla storia. Gli elementi di contrasto fra i due paesi includono la richiesta armena che i turchi riconoscano che vi è stato un genocidio all’interno dell’impero ottomano nel 1915, che ha ucciso 1,5 milioni di armeni, molti dei quali donne e bambini. La Turchia, che è succeduta a questo impero nel 1923, concorda sul fatto che vi siano state centinaia di migliaia di morti fra gli armeni in seguito a massacri, marce forzate, fame e malattie, ma sostiene che questi eventi sono dipesi dalla prima guerra mondiale, che molti turchi sono stati uccisi dagli armeni, e che la milizia armena era apertamente schierata con le forze d’invasione del nemico dell’impero ottomano, i russi.
Non è soltanto la controparte armena che deve superare l’amarezza. Gli attacchi armeni dal 1973 al 1994 hanno ucciso 42 membri del ministero degli esteri turco e le loro famiglie in tutto il mondo. Inoltre, la Turchia ha chiuso le sue frontiere con l’Armenia, simpatizzando con l’Azerbaigian durante la guerra del Nagorno-Karabakh fra il 1988 e il 1994, nel corso della quale gli armeni, cercando l’autodeterminazione per quell’enclave a maggioranza armena, si sono impadroniti di oltre il 15% del territorio dell’Azerbaigian e hanno cacciato più di 700.000 azeri dalle loro case (mentre più di 400.000 armeni sono fuggiti o sono stati cacciati dall’Azerbaigian).
Le due parti non intrattengono relazioni diplomatiche formali, ma la visita a Erevan del presidente turco Abdullah Gul, su invito del presidente armeno Serzh Sargsyan, non è venuta fuori dal nulla.
La Turchia negli ultimi anni ha promosso la sua idea secondo cui la controversia relativa al genocidio dovrebbe essere affidata ad una commissione di storici di carattere neutrale e reciprocamente concordata, sebbene molti armeni della diaspora, principalmente in California, Francia e Libano, chiedano il pieno riconoscimento del genocidio prima di una normalizzazione delle relazioni diplomatiche. Nel mese di aprile, l’Armenia ha eletto Sargsyan, che ha cominciato a sottolineare il desiderio del proprio paese di arrivare ad una normalizzazione. Gli incontri tra diplomatici armeni e turchi, che in passato avvenivano in segreto, stanno ora facendo passi avanti più rapidamente e con maggior trasparenza.
La Turchia ha molte ragioni per tornare a comunicare con l’Armenia, al di là della stabilità nel Caucaso. Cercando di rafforzare la propria influenza regionale, il governo turco sta lavorando per migliorare le relazioni con tutti e 10 i suoi suscettibili vicini di casa, ed in particolare con Cipro, dove sta appoggiando i progressi verso una soluzione volta a riunire i turco-ciprioti con il resto dell’isola. Ankara vuole dimostrare di essere in grado di risolvere le controversie, cosa che aiuterà i suoi sforzi negoziali finalizzati all’adesione all’Unione Europea. La Turchia ha anche bisogno di mettere a segno punti morali a proprio favore nella sua lotta con la lobby armena, che l’anno prossimo quasi sicuramente cercherà di nuovo di ottenere il riconoscimento ufficiale del genocidio armeno da parte degli Stati Uniti.
I problemi del Caucaso sono ben presenti anche alla mente degli armeni, i quali si erano liberati dall’Unione Sovietica nel 1991. Il futuro dell’Armenia non sembra più sicuro, a causa della sua quasi totale dipendenza strategica da una Russia che nuovamente si impone a livello internazionale, di un confine condiviso con lo scomodo vicino iraniano, e dato che il 70% del suo commercio passa attraverso l’instabile Georgia.
Pur essendo gli armeni sorpresi e un po’ sospettosi in merito alla svolta turca, per Gul allo stadio di Erevan ci sono stati meno fischi di quanto ci si sarebbe aspettato; i partiti nazionalisti hanno attenuato la loro opposizione, e le diverse centinaia di manifestanti lungo il percorso effettuato dal corteo di automobili del presidente turco mostravano semplicemente dei cartelli in cui chiedevano il riconoscimento del genocidio. Tuttavia i partecipanti hanno riferito che un effettivo calore ha caratterizzato gli incontri tra i funzionari, i quali hanno riscoperto quanto rimangano tuttora vicine la cucina, i gusti musicali e i comportamenti socio-culturali dei turchi e degli armeni.
In Turchia, nel frattempo, quasi tutti i maggiori commentatori hanno applaudito alla decisione di Gul di recarsi in Armenia, e due terzi dei turchi, secondo quanto hanno riportato i sondaggi, hanno approvato il passo compiuto dal loro presidente. Un ex ambasciatore turco ha suggerito pubblicamente che la Turchia farebbe bene a chiedere uno scambio di ambasciatori, ad aprire la frontiera, a scusarsi per gli eventi del 1915 e ad offrire un risarcimento, e anche la cittadinanza, ai discendenti di coloro che furono espulsi.
Una controversia che ha causato così tanto danno alla Turchia ed al Caucaso potrebbe aver imboccato la strada giusta per giungere ad una soluzione. Come ha affermato Gul: “Siamo tutti figli della stessa Terra, con ricordi che sono sia amari che dolci”.
Hugh Pope è autore di “Turkey Unveiled: A History of Modern Turkey”, ed è direttore del progetto ‘Turchia’ per l’International Crisis Group
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