08/11/2008
La peggiore perdita per un paese, per un popolo, per una nazione, è quella che consiste nello smarrire la propria anima, nel deviare dal proprio cammino, nel perdere la propria strada, come è accaduto all’America nell’era dell’ultima amministrazione, durata otto anni, e come è accaduto all’Egitto all’inizio degli anni ’70 con la ‘Rivoluzione Correttiva”. L’America attuale si è rivoltata contro l’America dei padri fondatori; da erede della Rivoluzione francese, e da terra di libertà, è passata ad essere la terra della controrivoluzione, dedicandosi all’invasione ed all’occupazione di altri paesi e di altri popoli, alla violazione dei diritti umani, all’uso della forza militare e della tortura (come a Guantanamo e ad Abu Ghraib), allo spionaggio contro l’opposizione politica, alla divisione fra bianchi e neri, fra europei ‘wasp’ (acronimo di White Anglo-Saxon Protestant (N.d.T.) ) da una parte ed africani, ispanici, arabi, ed altre minoranze dall’altra. Si è lasciata dominare dall’impressione ingannevole di essere l’unica superpotenza, dopo il crollo del blocco comunista. Così sono comparse le teorie della fine della storia e della globalizzazione, nella speranza di rendere eterno questo momento storico.
Gli Stati sono di due tipi: conquistatori o conquistati, forti o deboli, dominanti o dominati. L’America, Israele, l’Iran, la Corea del Nord, la Cina, la Malaysia, e la Turchia hanno scelto di essere fra i primi. L’Egitto e la maggior parte dei paesi arabi sono fra i secondi.
Ma ora l’America sta tornando in sé, sta ricominciando a proteggersi da se stessa, in primo luogo con una riconciliazione nazionale, con il ritorno alla propria storia, e con uno sforzo per riannodare i rapporti con gli altri. La forza dell’America è nei suoi valori, e non nelle sue armi, è nei principi sui quali è stata fondata, e non nel suo esercito, con il quale protegge i suoi interessi. Sono ancora impressi nella sua memoria personaggi come George Washington, La Fayette, Jefferson, Roosevelt, Lincoln, Truman, Kennedy, le cui anime sembrano essersi reincarnate nel neoeletto presidente americano. Con lui sembra essere tornato lo spirito americano.
Fra le cause dell’avversione degli americani per le politiche seguite dall’ultima amministrazione nel corso dei passati otto anni potrebbero esservi l’arroganza della forza, il cristiano-sionismo, la destra conservatrice, le invasioni militari e la continua minaccia di farvi ricorso, l’accumulo delle ricchezze presso le classi più elevate. Perciò gli americani hanno rifiutato il candidato repubblicano, un conservatore che voleva seguire le politiche dell’attuale amministrazione. Hanno avuto successo gli slogan del cambiamento, nei quali gli americani hanno visto una via di salvezza dalla situazione attuale, e l’inizio di una nuova era americana in cui possa realizzarsi il sogno ancora non svanito dalla coscienza americana, quel sogno espresso da Martin Luther King nella sua famosa frase “I have a dream”.
E’ giunto un nuovo salvatore dopo una lunga attesa, a dare alla giustizia la priorità sulla forza, al diritto la preminenza sull’interesse, ed ai principi il primato sulla realtà. Sul piano interno salverà l’economia americana dalle rapine dei banchieri e delle società immobiliari. Farà pagare più tasse ai ricchi a vantaggio dei poveri. Il socialismo di cui lo hanno accusato i suoi nemici ed i suoi rivali all’interno del suo stesso partito in realtà non è un’accusa. L’America è sull’orlo del fallimento. E il capitalismo ha bisogno di qualcuno che lo riporti sulla retta via. L’America ha bisogno di riconciliarsi in primo luogo con se stessa, per poi riconciliarsi col mondo.
Allo stesso tempo il nuovo presidente risanerà i rapporti fra l’America e gli altri paesi, fermando gli spargimenti di sangue in Iraq e in Afghanistan, che hanno causato migliaia di morti fra i soldati americani, e centinaia di migliaia di vittime innocenti fra i civili afghani ed iracheni. L’America stessa ha combattuto contro l’occupazione britannica per difendere la propria indipendenza. L’aggressione è un crimine a danno dei popoli, ed è una violazione dei trattati internazionali, ed in primo luogo della Carta delle Nazioni Unite e della Dichiarazione dei diritti dell’uomo, così come dei principi che salvaguardano i diritti dei popoli ed il diritto all’autodeterminazione. Ma il nuovo presidente americano risanerà anche il rapporto dell’America con l’Europa, rendendo quest’ultima un partner di pari dignità, e non un subalterno, e migliorerà i rapporti con la Russia, facendo di quest’ultima un partner per la salvaguardia della pace, e non un nemico con cui lottare per il controllo del mondo, come accadde al tempo della Guerra Fredda.
Quanto a noi arabi ed alla nostra questione principale, la questione palestinese, il nuovo presidente americano è impegnato a sostegno della soluzione dei due stati, e della promessa americana non realizzatasi con l’ultima amministrazione. Se si dimostrerà un uomo di giustizia e di diritto, ciò lo spingerà a schierarsi a fianco del diritto palestinese contro l’aggressione, l’occupazione e la colonizzazione di cui tale popolo è stato vittima. Non hanno importanza le parole e le dichiarazioni rilasciate prima delle elezioni, parole che ha pronunciato qualsiasi presidente per attirare i voti degli ebrei. L’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee, la lobby filo-israeliana all’interno degli Stati Uniti (N.d.T.) ) è solo un gruppo di pressione fra tanti. L’errore da parte nostra, è che noi arabi non abbiamo creato un gruppo di pressione che abbia sufficiente influenza sulle decisioni politiche americane, sebbene gli introiti arabi derivanti dal petrolio siano depositati nelle banche americane, le basi militari americane si trovino nelle acque regionali arabe, e la maggior parte dei regimi arabi assecondi le politiche americane.
Il nuovo spirito impersonato dal presidente neoeletto potrebbe riflettersi anche su istituzioni americane come il Pentagono ed il Dipartimento di Stato, così come si è riflesso sull’informazione e sulle università americane nel corso della campagna elettorale. Tuttavia gli arabi nutrono dubbi nei suoi confronti. Egli non ha parlato molto con la lobby araba nel corso della campagna elettorale. Non ha visitato nessun paese arabo, sebbene abbia visitato Israele. Non ha fatto molte dichiarazioni sui diritti del popolo palestinese, sebbene abbia espresso più volte il suo impegno a difesa della sicurezza di Israele.
Egli ha tuttavia fatto distinzione fra la sicurezza di Israele e l’occupazione dei territori altrui. Se il partito ‘Kadima’ ed il partito laburista dovessero giungere al potere in Israele, come sembrerebbe emergere da alcuni sondaggi, tali partiti potranno entrare in sintonia con lo spirito del nuovo presidente americano. Se invece dovesse vincere il Likud insieme alla destra israeliana, vi sarà senza dubbio un duro confronto fra l’America ed Israele. Il nuovo presidente preferisce il dialogo allo scontro, e questa sua preferenza avrà importanti conseguenze sui rapporti con l’Iran, la Corea del Nord e Cuba. Ciò contribuirà a risolvere i problemi del mondo in maniera pacifica, in Mauritania, nel Sahara Occidentale, in Sudan, in Somalia, nella Nigeria, nel Congo, e nell’Asia Centrale. Così come contribuirà a risolvere i problemi della povertà, della fame e delle malattie nel mondo, invece che a spendere miliardi di dollari in guerre di aggressione.
Vi sono dei fattori oggettivi che hanno spinto Obama a raggiungere la più alta carica dello stato più potente del mondo. Egli è giovane ed ha una personalità carismatica, e la capacità di far breccia nei cuori, come Lincoln, Kennedy e Martin Luther King. E’ intelligente, ed ha condotto con intelligenza la propria campagna elettorale. Il fattore razziale e quello delle sue origini africane non hanno giocato un ruolo importante nelle sue politiche e nella sua concezione del sogno americano. Egli non rappresenta una minoranza perseguitata o un gruppo di minoranze emarginate. Rappresenta invece delle politiche alternative al deragliamento dal percorso storico dell’America. Pertanto egli non si preoccupa delle sue origini nere, della religione di suo padre, o del nome arabo che porta (Hussein). Tutto ciò potrebbe infatti tornare a suo vantaggio, e non a suo danno. Egli rappresenta la società multiculturale e multietnica, che costituiscono le caratteristiche più importanti della società americana. Se i risultati delle elezioni presidenziali hanno confermato le aspettative pre-elettorali, possiamo sperare che presto troverà risposta anche l’interrogativo: quando l’America ritroverà il suo spirito?
Hassan Hanafi è un esponente di spicco del pensiero islamico contemporaneo; è vicepresidente dell’Associazione Filosofica araba, e segretario generale dell’Associazione Filosofica egiziana
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