29/11/2008

Ancora venerdì, quando ormai la crisi scatenata dai terroristi a Mumbai era giunta al suo terzo giorno, gli attentatori sopravvissuti erano asserragliati negli edifici che avevano occupato insieme ad alcuni ostaggi, incluso il centro ebraico (dal valore altamente simbolico) della Nariman House. Il bilancio delle vittime era salito a 125, fra cui 9 stranieri. L’India è sconvolta ed i commentatori hanno definito questo evento l’11 settembre indiano, così come i pakistani avevano definito l’attacco all’hotel Marriott di Islamabad come l’11 settembre del Pakistan. In mezzo a tutto questo, il primo ministro indiano, durante un discorso alla nazione, ha affermato che “le nazioni vicine dovranno pagare un prezzo, nel caso in cui abbiano permesso che il loro territorio venisse utilizzato per lanciare attacchi contro l’India” – un velato riferimento al Pakistan. Ciò dimostra le pressioni interne a cui egli deve far fronte, soprattutto da parte del BJP e di altri gruppi di destra che hanno già accusato il suo governo di essere troppo morbido nei confronti dei musulmani. Ma le sue affermazioni rischiano di mettere il bastone fra le ruote al processo di normalizzazione fra India e Pakistan. Da parte sua, il Pakistan ha già condannato gli attacchi, ammonendo che “saltare alle conclusioni” non aiuterà nessuna della parti coinvolte.

E’ evidente che il Pakistan non ha “permesso” ad al-Qaeda di usare il proprio territorio. Infatti, il Pakistan stesso è sotto attacco da parte di al-Qaeda e dei suoi numerosi gruppi affiliati. L’ultima volta che al-Qaeda ha compiuto un attacco all’interno del Pakistan è stata quando un attentatore suicida arabo ha fatto esplodere l’ambasciata danese, nel giugno di quest’anno. A settembre, un altro attacco suicida ha distrutto l’hotel Marriott di Islamabad, accompagnato dalle voci secondo cui esso avrebbe preso di mira gli americani che vi si trovavano. In Pakistan sono state fatte numerose supposizioni sul possibile coinvolgimento di elementi “stranieri”, ma alla fine il caso si è risolto quando, il 22 novembre 2008, un pakistano arrestato ha confessato in un tribunale che il piano di attaccare il Marriott era stato ordito in Afghanistan, in una provincia utilizzata in precedenza da al-Qaeda per preparare l’attentato all’ambasciata danese.

La frase “nel caso in cui abbiano permesso che il loro territorio venisse utilizzato per lanciare attacchi…”, pronunciata dal primo ministro indiano, pone l’India nel gruppo guidato dagli Stati Uniti, i quali ritengono il Pakistan responsabile per la sua mancanza di sovranità sul suo stesso territorio. Il territorio del Pakistan fu utilizzato per gli attacchi dell’11 settembre, ed oggi il principale oggetto del contendere sono le incursioni oltre confine che vengono lanciate dal territorio pakistano contro le forze NATO in Afghanistan. Ma l’India dovrebbe mostrare cautela nell’aderire a questo club, poiché un passo del genere cancellerebbe la possibilità di “cooperare” con l’attuale governo di Islamabad contro la montante marea del terrore nei due paesi.

Le esigue prove che legano i terroristi degli hotel di Mumbai al territorio pakistano rischiano di generare una nuova crisi bilaterale. Il Pakistan ha emesso dichiarazioni per bocca del presidente e del primo ministro, i quali hanno utilizzato toni che indicano chiaramente una comunione di sentimenti e una volontà di collaborazione. Il presidente Zardari, il quale si era assunto il rischio di oltrepassare la tradizionale “linea rossa” nucleare offrendo di non esercitare l’opzione del “primo colpo”, verrà emarginato se la retorica ostile che sta crescendo all’interno dell’India prenderà il sopravvento. Mentre i commentatori indiani facevano congetture sui gruppi fondamentalisti ‘Lashkar-e-Tayba’ e ‘Jaish-e-Muhammad’, in Pakistan la città di Karachi stava vivendo uno scontro mortale fra la polizia ed il gruppo noto come la ‘Banda degli Afghani’, che ha fatto abbondante uso di bombe a mano. Le notizie che parlano della talebanizzazione di Karachi hanno diviso, invece di unire, le forze politiche laggiù. 

Il Pakistan si trova di fronte alla diffusione di elementi appartenenti ai Talebani e ad al-Qaeda nel sud del Paese, in aree finora stabili, mentre gli aerei senza pilota della CIA operano nelle aree tribali al nord. Vi sono ribellioni in Baluchistan, in cui vengono uccise persone sospettate di essere contro il nazionalismo baluchi. Vi è poi il disastro del terremoto che ha colpito alcune zone del paese, di fronte al quale il Pakistan si trova in grave difficoltà. I rapporti con gli Stati Uniti sono tesi per gli attacchi degli aerei senza pilota, ed il Pakistan ha bisogno della cooperazione con i suoi vicini nella regione per evitare l’isolamento, mentre la sua economia necessita di aiuto per uscire dall’attuale depressione. Soprattutto, il paese ha bisogno di comprensione da parte dell’India, mentre è pronto a condividere le informazioni di intelligence con Nuova Delhi riguardo agli attacchi di Mumbai.

Gli eventi degli ultimi mesi non hanno aiutato. L’India ha accusato l’intelligence del Pakistan di aver attaccato l’ambasciata indiana a Kabul con un attentatore suicida, mentre il Pakistan ha espresso i propri sospetti sulla possibilità che vi sia la mano dell’India dietro la ribellione in Baluchistan, ed anche dietro il terrorismo proveniente dalle aree tribali. E’ un cieco scambio di accuse che ebbe inizio nel 2001 quando il parlamento indiano fu attaccato, determinando il dispiegamento delle truppe indiane lungo il confine con il Pakistan. Questo particolare tipo di “giurisprudenza” ora viene tirato fuori di nuovo per spiegare gli ultimi attacchi. Le “analisi” provenienti dall’Occidente, secondo le quali gli attacchi di Mumbai porterebbero la firma di al-Qaeda in collaborazione con alcuni gruppi islamici pakistani, non hanno aiutato nemmeno.

I pakistani devono attivare una diplomazia “amichevole”, invece di replicare alle accuse lanciate da alcuni indiani sconvolti sui mezzi di informazione. I passati rapporti fra i due paesi possono essere stati problematici, ma il presente dimostra in maniera evidente che entrambi i paesi sono afflitti dallo stesso male. Entrambi devono cooperare e porre fine alla loro guerra “per procura” in Afghanistan. Lo spunto per questa cooperazione deve provenire dalle amichevoli dichiarazioni fatte prontamente dal presidente pakistano Zardari, le quali esprimono la volontà del Pakistan di avviare rapidamente un percorso di normalizzazione dei rapporti con l’India.

Editoriale

Titolo originale:

Pak-India ties: time to tread carefully

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