Nessuna guerra al terrore per l’Asia meridionale

28/11/2008

La versione che si sta rapidamente affermando all’interno dell’India ed all’estero descrive emotivamente i recenti attacchi terroristici a Mumbai come “l’11 settembre dell’India”. Giovedì, il rampollo della dinastia Nehru-Gandhi ha definito gli attacchi di Mumbai un’aggressione alla sovranità nazionale, mentre gli editoriali di due dei più diffusi quotidiani indiani, il Times of India e l’Hindustan Times, hanno portato avanti il paragone con l’11 settembre descrivendo questi attacchi come un atto di guerra. 

Un evidente corollario di questo paragone è l’esigenza di rispondere agli attacchi allo stesso modo in cui risposero gli americani, scatenando la “guerra al terrore”. Il coinvolgimento del Pakistan viene nuovamente menzionato nei mezzi di informazione più popolari ed all’interno dell’establishment politico. Chiaramente, il processo di pace in corso fra l’India e il Pakistan è a rischio, visti i toni sempre più aggressivi adottati dai gruppi nazionalisti indù. Per queste ragioni, il paragone con l’11 settembre deve essere contrastato subito.

Questa analogia non solo è discutibile in termini di scala, dimensioni e natura; essa colloca anche, in maniera del tutto errata, il terrorismo in India nell’ambito del ben più vasto canovaccio della guerra globale al terrore. Come conseguenza, complessi conflitti all’interno dell’India vengono legati ad una versione semplificata di violenza islamista, rimuovendo in questo modo l’India stessa dall’ambito dell’analisi. Questa versione della storia deve essere sottoposta ad un attento controesame per mettere in luce come una politica del terrore abbia modellato il subcontinente indiano negli ultimi decenni. 

Per cominciare, la violenza è profondamente radicata nella storia dell’India moderna, a partire dalla spartizione del 1947. I sei decenni successivi sono stati contrassegnati da frequenti episodi di violenza anti-islamica – spesso definiti come “violenza comunitaria” – in particolar modo nel 1992, dopo la demolizione della storica moschea ‘Babri’ nella località di Ayodhya, e successivamente nel 2002, nella regione del Gujarat come castigo per l’uccisione di 56 pellegrini indù che facevano ritorno da Ayodhya. In entrambi i casi, migliaia di musulmani furono massacrati mentre i servizi di sicurezza dello stato si rivelarono inefficaci nel migliore dei casi o, nel peggiore, addirittura collusi con le violenze. In questo contesto, gli attentati di Mumbai del 1993 furono visti come una risposta “islamica” alla marginalizzazione politica dei musulmani a seguito delle prese di posizione sempre più aggressive dei gruppi nazionalisti indù. Secondo l’ideologia nazionalista indù più estrema, i musulmani sono intrinsecamente violenti e sleali nei confronti della nazione – un punto di vista fin troppo facilmente “confermato” dagli attuali riferimenti alla guerra al terrore.

Così, l’11 settembre diviene un comune punto di convergenza fra l’India e l’Occidente, i quali non solo pretendono di condividere gli stessi valori laici e democratici, ma anche di subire la comune minaccia della violenza di ispirazione qaedista. Gli attacchi terroristici post-11 settembre in India – ad esempio, gli attentati in serie del 2008 ad Ahmadabad, Jaipur, Bangalore, Delhi, ed ora Mumbai – vengono abitualmente descritti in termini globali, sebbene ben poche prove riguardo a simili legami siano emerse finora. Lo spettro di una minaccia terroristica globale in India è divenuto un pratico leit motiv per rafforzare il consenso politico attorno ai temi della sicurezza, del patriottismo e della morale – escludendo la minoranza musulmana.

Questo leit motiv è anche un utile espediente per lo stato indiano, innanzitutto per minimizzare le sue responsabilità di fronte alla sua incapacità di rilevare e disinnescare specifiche minacce, ed in secondo luogo per distogliere l’attenzione dal suo conflitto di vecchia data con il Pakistan per il controllo del Kashmir. Sebbene sia troppo presto per identificare con ragionevole sicurezza gli attori che si nascondono dietro gli attacchi terroristici di Mumbai, vi sono quantomeno prove indiziarie che puntano in direzione non di gruppi “globali” come al-Qaeda, ma di attori locali dell’Asia meridionale che sono ostili al processo di pace fra India e Pakistan.

Il paragone con l’11 settembre può fare ben poco per migliorare la nostra comprensione di questa tragica violenza. Invece, esso alimenta emotivamente la politica della vendetta, di cui siamo già stati testimoni in Afghanistan ed in Iraq – esattamente i due paesi che sono stati il teatro della guerra al terrore. Ciò di cui sicuramente non abbiamo bisogno è una versione sud-asiatica della disastrosa guerra di Bush, che ha portato solo miseria e distruzione in questi paesi.

Ravinder Kaur insegna politica e storia presso il Dipartimento di ‘Società e Globalizzazione’ dell’Università di Roskilde, in Danimarca; è autrice di “Since 1947. Partition Narratives among Punjabi Migrants of Delhi”

Titolo originale: 

No war on terror for south Asia

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