04/12/2008

I cambiamenti spesso avvengono ad un ritmo più rapido di quanto la gente possa arrivare a comprendere. E’ certamente questo il caso del rapido mutare degli scenari politici a Washington in merito all’Iran. In meno di 50 giorni, l’America sarà guidata da un presidente che ha fatto del dialogo con l’Iran una promessa elettorale – e che, nonostante questo, ha vinto. Forse è persino più sorprendente il fatto che una delle più potenti lobby di Washington non sia riuscita – nel pieno di un anno elettorale- a convincere il Congresso americano a far passare una risoluzione che chiedeva un blocco navale nei confronti dell’Iran, sebbene la risoluzione avesse più di 250 sostenitori.

A Washington, il dibattito non verte più sulla decisione di negoziare o meno con l’Iran, ma su come, quando, e in quale ordine, tali negoziati dovranno aver luogo. Tutto questo, comunque, non significa che i colloqui avverranno, o che avranno successo. Ciò è in parte dovuto ad un elemento immutabile del panorama politico di Washington – la necessità di affidarsi alle sanzioni economiche al fine di mostrare fermezza e di guadagnare ulteriore potere di contrattazione.

Il presidente eletto Barack Obama, che all’inizio di quest’anno aveva dichiarato – di fronte all’assemblea dell’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) – di essere ancora fermamente intenzionato ad aprire un negoziato con l’Iran, ed a mantenere la sua promessa di fare a meno di “precondizioni controproducenti”, ha cercato di controbilanciare le sue posizioni a favore del dialogo mostrando una forte propensione ad adottare sanzioni economiche aggiuntive contro l’Iran.

Quando era senatore, Obama è stato il promotore del ‘Comprehensive Iran Sanctions, Accountability and Divestment Act’ del 2008, che avrebbe intensificato le sanzioni esistenti e avrebbe aperto la strada ad ulteriori politiche di boicottaggio economico. All’epoca, egli sosteneva che le sanzioni erano parte integrante di qualsiasi strategia diplomatica. “In aggiunta ad uno sforzo diplomatico aggressivo, diretto, e basato sui principi, dobbiamo continuare ad aumentare la pressione economica sull’Iran,” aveva affermato. Alcuni dei consiglieri di Obama si sono spinti oltre, sostenendo che il ‘bastone’ – intendendo le sanzioni – dovrebbe essere usato per primo in qualsiasi approccio basato sul principio ‘del bastone e della carota’ nei confronti dell’Iran.

Ovviamente, Obama ha assolutamente ragione riguardo al fatto che qualsiasi approccio vincente nei confronti dell’Iran debba comprendere una combinazione di incentivi e disincentivi. E le sanzioni teoricamente possono dare agli Stati Uniti un potere di contrattazione aggiuntivo nei confronti dell’Iran. Tuttavia, il problema di questa linea di pensiero è che essa non è in grado di riconoscere che le attuali sanzioni assicurano già agli USA una forza notevole. Ma questa forza può essere utilizzata solo nel contesto di un negoziato. In altre parole, le sanzioni possono giocare una funzione decisiva in un negoziato fra gli Stati Uniti e l’Iran, qualora Washington abbia intenzione di revocarle in cambio di significativi cambiamenti nel comportamento dell’Iran.

A Washington, finora, questa disponibilità non c’è stata. La definizione del concetto di ‘potere di contrattazione’ sotto l’amministrazione Bush equivaleva all’abilità di ottenere qualcosa senza dare niente in cambio. Questo approccio è chiaramente fallito; esso non è tipico dei negoziati, ma piuttosto degli ultimatum e delle minacce. In un negoziato, si può ottenere una cosa soltanto concedendo qualcosa in cambio. Al contrario, non è la minaccia o l’imposizione di nuove sanzioni che cambierà il comportamento iraniano, quanto piuttosto l’offerta di abrogare le sanzioni in vigore. E’ qui che risiede la riserva di potere di contrattazione attualmente in possesso dell’America che non è stata ancora sfruttata nei confronti dell’Iran.

Il punto cruciale è, ovviamente, che questo potere di contrattazione può divenire effettivo solo se Washington e Teheran riusciranno a sedersi al tavolo dei negoziati. E questo è il motivo per cui la propensione ad imporre nuove sanzioni prima di dare inizio ai colloqui può essere devastante per il programma di Obama: l’imposizione di nuove sanzioni all’Iran – siano esse frutto di una decisione del Congresso, o di ordini dell’esecutivo – servirà solo a restringere le prospettive della diplomazia, avvelenando l’atmosfera e aumentando ulteriormente la diffidenza tra le due capitali, cosa che a sua volta indebolirà innanzitutto la capacità dell’America di sfruttare il proprio potere di contrattazione nei confronti dell’Iran.

La stessa cosa, ovviamente, vale per l’Iran: qualsiasi tentativo, da parte di Teheran, di intensificare gli sforzi volti a minacciare le politiche di Washington nella regione, in modo da avere maggiore capacità di contrattazione prima dei negoziati , servirà solo a rendere i colloqui meno probabili.

Per portare a termine il suo programma incline alla diplomazia, Obama deve non soltanto evitare il falso ragionamento secondo cui Washington non avrebbe potere di contrattazione nei confronti dell’Iran, ma anche riconoscere il valore insito nell’offerta di abrogare le sanzioni vigenti in cambio di un mutamento della politica iraniana. Egli dovrà anche resistere alla tentazione di compromettere il cammino verso i negoziati imponendo nuove sanzioni prima che i colloqui abbiano inizio – ed in particolare resistere alle pressioni di gruppi di potere americani che sono da sempre motivati a sostenere le sanzioni proprio al fine di impedire che un riavvicinamento diplomatico tra gli Stati Uniti e l’Iran possa avere inizio.

La combinazione di incentivi e disincentivi che riuscirà a promuovere gli interessi degli USA di fronte all’Iran è una combinazione in cui la diplomazia sta al centro, e le sanzioni al margine – non il contrario.

Trita Parsi è un giornalista e scrittore di origine iraniana, esperto di questioni mediorientali; è cofondatore ed attuale presidente del National Iranian American Council; è autore del libro: “Treacherous Alliance – The Secret Dealings of Iran, Israel and the United States (Yale University Press, 2007)

Titolo originale:

Why diplomacy and sanctions don’t mix

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