08/12/2008
Non molto tempo dopo l’elezione di Barack Obama alla Casa Bianca, al-Qaeda ha rotto il silenzio “ufficiale” che aveva mantenuto durante le elezioni americane. Sia “Abu Omar al-Baghdadi” (l’emiro del cosiddetto Stato Islamico dell’Iraq, ed uno dei leader di al-Qaeda nel paese), sia il numero due di al-Qaeda, Ayman al-Zawahiri, hanno emesso messaggi diretti al nuovo presidente americano dai quali si possono evincere gli orientamenti di al-Qaeda nella fase che ci attende.
I due messaggi, seppure simili nell’argomento trattato, differiscono per contenuto ed obiettivi. Se al-Baghdadi di fatto offre un accordo politico ad Obama – un accordo che contempla la salvaguardia dei reciproci interessi economici, secondo una modalità che risulta essere nuova per l’organizzazione di “al-Qaeda in Iraq” – al-Zawahiri dal canto suo ha assunto il ruolo del saggio consigliere che impartisce lezioni al nuovo presidente affinché non ripeta gli errori del suo predecessore, e che mette in guardia la piazza araba dal nutrire un eccessivo ottimismo sul cambiamento della politica estera americana.
Al-Baghdadi, la cui organizzazione si è indebolita ed ha nettamente perso influenza negli ultimi mesi, si rende perfettamente conto del fatto che il progetto di Obama è il ritiro dall’Iraq, o quantomeno un ampio ridispiegamento militare, con il ritiro di gran parte delle truppe. Tuttavia, oggi lo scontro principale che al-Baghdadi deve affrontare non è quello con i soldati americani, quanto piuttosto quello con i “Consigli del Risveglio” sunniti e con la polizia irachena. Il suo discorso sugli interessi reciproci giunge dunque in notevole ritardo, ed è privo di un valore pratico.
Il messaggio di al-Zawahiri ha assunto invece i toni dell’ammonimento nei confronti di Obama, affinché quest’ultimo non pensi di aumentare il numero delle truppe americane in Afghanistan trasferendo laggiù il peso del confronto militare con al-Qaeda. In Afghanistan, le attività dell’organizzazione alleata dei Talebani hanno infatti prosperato, ultimamente.
Probabilmente, la preoccupazione maggiore di al-Zawahiri è che la scomparsa dei neocon porti a un declino del risentimento popolare arabo contro gli Stati Uniti, in assenza di un discorso ideologico e provocatorio, cosa che fra l’altro fa sì che l’impegno americano si concentri sull’Afghanistan, dove al-Qaeda sta attraversando una fase molto migliore rispetto ai passati “anni di ristrettezze”.
Il paradosso è che sia al-Zawahiri che al-Baghdadi riflettono la differente situazione in cui si trova al-Qaeda in Iraq da un lato, ed in Afghanistan (e in Pakistan) dall’altro. Entrambi, infatti, si avvicinano a considerazioni di tipo “regionale” nel definire il proprio rapporto con la nuova amministrazione americana, ed è proprio questa la politica che probabilmente adotterà Obama nel confrontarsi con le diverse branche di al-Qaeda diffuse in questi due paesi.
Senza dubbio, Obama sarà costretto a confrontarsi con l’eredità di Bush nella cosiddetta “guerra al terrore”, quantomeno per spegnere gli incendi che divampano in diverse regioni, e per far fronte alle minacce nei confronti della sicurezza nazionale e degli interessi americani, tuttavia non ci si attende che Obama riprenda questa guerra nel suo contesto e nella sua portata attuali, visto che i neocon avevano fatto di questa guerra l’indirizzo principale della nuova politica estera americana in tutto il mondo.
La guerra al terrorismo aveva assunto un peso fondamentale e strategico sia sul piano della politica estera americana che di quella interna, un peso che probabilmente andrà scemando fino, forse, a svanire completamente entro breve, a meno che al-Qaeda non riesca a compiere un’azione di grandi proporzioni in grado di rovesciare nuovamente le priorità strategiche di Washington.
La differenza sostanziale fra Obama e Bush risiede nelle priorità. Obama deve far fronte ad una crisi durissima che polarizza l’attenzione degli americani e che minaccia l’economia del paese, oltre ad indebolirne il prestigio nel mondo. La sicurezza era invece la principale priorità dell’amministrazione Bush nei sette anni passati (a partire dai fatti dell’11 settembre).
La trasformazione più importante che ci si attende consiste nel fatto che probabilmente usciremo dallo spaventoso scenario delle mobilitazioni contrapposte di ispirazione religiosa. L’aspetto più pericoloso della “guerra al terrore” era che essa aveva indirettamente acquisito una connotazione “culturale e di civiltà” in grado di favorire il predominio dei fondamentalismi (di matrice islamo-qaedista e cristiano-neocon) su tutti gli sviluppi di questi anni, rafforzando in questo modo il punto di vista dello scontro di civiltà e trasformandolo da una pura ipotesi teorica in una realtà culturale che coinvolgeva ampie fasce della società.
Sebbene Obama continuerà la guerra contro al-Qaeda nelle regioni in cui essa è presente, e manterrà il livello di allerta della sicurezza americana ai suoi massimi livelli, egli non alimenterà ulteriormente questa guerra attraverso i meccanismi della propaganda e dell’informazione, o addirittura inventando nuovi teatri di scontro.
Forse l’aspetto più importante che potremo cogliere nella prossima fase sarà la fine della “produzione del terrore”, in cui i neocon ed i loro mezzi di informazione erano ormai diventati maestri, allo scopo di giustificare la guerra al terrorismo anche al prezzo di violare le libertà ed i diritti umani delle minoranze musulmane all’interno degli stessi Stati Uniti, adottando politiche tipiche di uno stato di polizia.
L’evento maggiormente simbolico che starà a testimoniare la fine della guerra al terrore così come la conosciamo oggi sarà la chiusura della prigione di Guantanamo, e la fine dell’era della tortura e degli arresti illegali – le cosiddette “extraordinary renditions” – che costituirono alcuni degli elementi più caratterizzanti della storia dell’amministrazione Bush.
Ovviamente, al-Qaeda non scomparirà domani, poiché esiste ancora il terreno da cui essa trae alimento, e non svaniranno i conflitti militari in questa o quella regione. Tuttavia, il dato più importante è che gli approcci e gli orientamenti dell’amministrazione Bush, che hanno contribuito ad ingigantire il fenomeno di al-Qaeda fornendo dei validi pretesti per la sua esistenza, scompariranno prossimamente, ed Obama tornerà alla scuola del pragmatismo in politica estera, la quale fa degli equilibri di forza e del rapporto con gli stati e con i governi il principale criterio per produrre le decisioni, lontano da punti di vista ideologici o da ispirazioni religiose!
Muhammad Abu Rumman è un analista giordano, esperto di Islam politico e movimenti islamici; scrive abitualmente sul quotidiano “al-Ghad”
Titolo originale:
من المنظور الثقافي إلى ذاك الواقعي … في ما خص مستقبل «الحرب على الإرهاب»




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