12/12/2008

Dopo decenni di disinteresse, la Turchia si sta di nuovo affacciando sul Medio Oriente, guidata principalmente dai propri interessi nazionali. Ma ciò non significa affatto che il punto di vista di Ankara vada a coincidere con quello dei paesi arabi, o del mondo islamico in generale. La Turchia è un paese che sta acquisendo una maggiore indipendenza di giudizio e che sta cominciando a giocare un proprio ruolo, a cavallo fra Oriente e Occidente – sostiene l’analista egiziano Mustafa el-Labbad

Dopo un’assenza di molti decenni, la Turchia è tornata ad essere un importante attore in Medio Oriente. Chiaramente motivato da interessi nazionali, il suo rinnovato coinvolgimento negli affari della regione avrà significative ripercussioni sugli equilibri mediorientali. Esso eserciterà anche un’influenza sul modo in cui le elite arabe guardano alla Turchia, e sul loro modo di giudicare l’esperienza storica di questo paese dopo la fondazione della repubblica nel 1923.

Malgrado l’assenza relativamente prolungata della Turchia, il “prisma” ideologico attraverso il quale i politici e gli intellettuali arabi di qualsiasi orientamento politico guardano ad essa ha impedito loro di avere una visione oggettiva di questo grande ed antico paese, che ha avuto un impatto storico così profondo sulla regione. Per decenni, i nazionalisti arabi, ma anche gli esponenti della sinistra, hanno etichettato la Turchia come un paese subordinato all’Occidente, sulla base dell’esperienza della Guerra Fredda e dell’appartenenza di Ankara alla Central Treaty Organization (CENTO) ( alleanza che riuniva Iran, Iraq, Turchia, Pakistan, e Regno Unito; essa fu ispirata dagli Stati Uniti, ed aveva lo scopo di contenere l’Unione Sovietica in corrispondenza del suo confine sud-occidentale (N.d.T.) ), e poi alla NATO. Questo giudizio semplicistico, statico, ed unidimensionale, naturalmente ostacolò la capacità di monitorare e di apprezzare gli importanti sviluppi e cambiamenti che la Turchia ha vissuto. I movimenti islamici arabi, dal canto loro, hanno lungamente criticato i fondatori della repubblica turca per aver posto fine al califfato islamico. Essi erano così impegnati a condannare la repubblica per il “crimine” da essa commesso che è sfuggito loro il fatto che i fondatori della moderna Turchia ottennero un successo storico, che fu quello di salvare ciò che potevano di un impero che si era già disintegrato, e che l’Occidente aveva virtualmente dichiarato morto. In effetti, la stessa Istanbul – la capitale del paese, e la sede del califfato – si trovò sotto l’occupazione straniera all’epoca della fondazione della repubblica, insieme ad altre parti della Turchia attuale, e toccò ai soldati turchi di Mustafa Kemal riconquistare la propria terra alle truppe inglesi, italiane, e perfino greche.

Il laicismo: una scelta fatidica

La società turca ha pagato un prezzo molto alto per aver preso la cruciale decisione di guardare in direzione dell’Occidente e di adottare valori laici. Tuttavia, una valutazione oggettiva della società turca di oggi, 85 anni dopo la fondazione della repubblica, suggerisce che quella decisione fu in gran parte corretta. E’ vero, il governo ha spesso portato il laicismo all’estremo. Tuttavia, coloro che criticano quella scelta non possono fare a meno di osservare che, malgrado i loro difetti, i valori laici propri del sistema parlamentare multipartitico e della pacifica alternanza al potere hanno permesso l’ascesa di un partito di ispirazione islamica. Ugualmente (o forse ancor più) eloquente è l’enorme progresso politico ed economico che la Turchia ha conseguito, soprattutto se lo si paragona al generale declino del mondo arabo. Sebbene il conflitto arabo-israeliano abbia contribuito in maniera determinante a ritardare il processo di sviluppo sociale ed economico nei paesi arabi, esso da solo non è sufficiente a spiegare l’enorme divario esistente fra questi paesi e la Turchia, ed il divario (seppure più ridotto) esistente tra l’Iran e la Turchia. Forse la ragione principale risiede negli enormi sacrifici compiuti dai turchi nei loro luoghi di lavoro in Europa, e nelle fabbriche della Turchia occidentale che esportano i loro prodotti all’Occidente industrializzato a prezzi irrisori al fine di integrare la loro economia nel ciclo capitalistico occidentale. E’ stato con il sudore della fronte che la Turchia si è ricavata un posto fra le nazioni ed ha portato la propria economia a raggiungere il 17° posto a livello mondiale, davanti a tutti i paesi mediorientali esportatori di petrolio, e davanti ad Israele, l’avamposto più avanzato dell’Occidente nella regione. La Turchia non è certamente un angelo, ma non è neanche un diavolo. E non è un corpo estraneo impiantato da chissà dove. Essa non è più la facciata dietro cui agiscono le grandi potenze nella regione, come può essere accaduto in passato. E’ una potenza regionale che sta acquistando forza, e che ha degli interessi nazionali che spera di promuovere attraverso alleanze regionali ed internazionali. Attualmente la Turchia ambisce a rafforzare la propria influenza regionale per mezzo di una nuova strategia di politica estera intesa a spostare il paese da una posizione di parte, in qualità di membro di un determinato fronte contrapposto ad un altro, verso una posizione maggiormente indipendente o neutrale, da cui Ankara sia in grado di mantenere contatti con diversi attori regionali ed internazionali contemporaneamente.

Alcuni intellettuali turchi che hanno recentemente visitato il Cairo, hanno osservato che i vicini arabi non sono riusciti a comprendere a sufficienza il loro paese. Essi erano particolarmente infastiditi dalla tendenza a vedere il loro paese da un’unica angolazione – come contrappeso all’influenza iraniana, ad esempio. I miei amici turchi mi hanno spiegato che il loro paese non si sta proponendo come un modello affinché venga emulato da altri nella regione, e che esso non guarda all’Iran come ad un rivale. Piuttosto, le azioni della Turchia, sia riguardo alla situazione in Iraq e nei confronti dell’entità curda nell’Iraq settentrionale, sia riguardo alla Siria ed ai negoziati fra Damasco e Tel Aviv, sono guidate soprattutto dagli interessi nazionali turchi.

Andare al di là di una visione unidimensionale della Turchia

Oltre alla generale tendenza degli intellettuali arabi a pronunciare giudizi generici sulla Turchia moderna sulla base di alcuni capitoli della storia turca, ed alla tendenza di alcuni politici ed analisti a vedere la Turchia solamente in contrapposizione all’Iran, a proprio esclusivo beneficio, possiamo riscontrare che altri sono prigionieri di un pregiudizio differente. Stiamo parlando di coloro che hanno esultato in occasione dell’arrivo al potere del Partito “Giustizia e Sviluppo”, come se questa fosse una vittoria contro i laicisti turchi, considerati in questo caso come il nemico. Questa eccessiva esultanza, come se i rapporti turco-arabi avessero avuto inizio soltanto di recente – sebbene essi risalgano all’epoca romana, passando per l’era ottomana e quella bizantina – è la conseguenza di un approccio ideologico che ritiene che la rinascita dell’interesse turco per le questioni mediorientali si traduca automaticamente nel fatto che la Turchia appoggia le questioni arabo-islamiche. Se può essere vero che i laicisti turchi si sono più o meno disinteressati delle questioni mediorientali, la tendenza araba attuale sembra essere quella di vedere la Turchia come se coincidesse con il Partito “Giustizia e Sviluppo” – dimenticando che quest’ultimo è soltanto uno fra i diversi partiti che esistono in Turchia. Gli arabi sarebbero maggiormente in grado di avvalersi del rinnovato interesse di Ankara per la regione, se cercassero di rendersi conto dei diversi aspetti della Turchia, invece di ridurre questo paese estremamente sfaccettato soltanto al suo volto “laico” o al suo volto “orientale”. Essi dovrebbero cercare di vedere la Turchia per quello che è: un paese che confina geograficamente con il mondo arabo, ed un vicino con il quale gli arabi hanno forti legami storici e culturali – un paese che può essere pienamente d’accordo con noi ma anche avere opinioni differenti, a seconda di quella che è la sua percezione dei propri interessi nazionali.

Forse anche la Turchia, dal canto suo, potrebbe fare di più per spiegarci il suo punto di vista e le sue posizioni nei confronti di noi arabi, visto che è maggiormente interessata alle questioni che ci riguardano. Quantomeno, ciò libererebbe la mente degli arabi dai preconcetti che hanno monopolizzato il loro modo di percepire la repubblica turca fin dai tempi della sua fondazione nel 1923.

Mustafa el-Labbad è un analista politico egiziano, esperto di questioni iraniane; é direttore dell’ East Center for Regional and Strategic Studies, con sede al Cairo

Titolo originale:

Turkey in Arab eyes

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