19/12/2008

Scade oggi la tregua concordata a Gaza fra Israele e Hamas, e per il momento non sembra che essa verrà rinnovata. Il rischio è una nuova escalation di violenza che potrebbe portare ad una nuova operazione militare israeliana su vasta scala a Gaza, e ad una frammentazione della leadership di Hamas che potrebbe determinare la comparsa di alternative anche peggiori. Da Gaza alla Somalia, il passo è ormai breve – sostiene l’israeliano Daniel Levy

Mentre il periodo stabilito per il cessate il fuoco a Gaza giunge al termine oggi, ci si attende dagli israeliani una prevedibile serie di prese di posizioni politiche improntate alla fermezza. “Dobbiamo fare qualcosa, esigere un prezzo”, sentiamo dire. E’ vero, il lancio di razzi deve finire, ma non c’è una risposta militare a questa difficile situazione.

Ricapitolando: per gli oltre sei mesi del cessate il fuoco, una relativa calma ha prevalso, e la vita è tornata alla quasi normalità per i residenti di Sderot e delle aree vicine (sebbene non per gli abitanti di Gaza, i quali sono rimasti sotto assedio). Poi, il 4 novembre scorso, un’operazione israeliana ha scatenato una nuova ondata di pericolosa – sebbene controllata – violenza, caratterizzata da occasionali incursioni ed attacchi israeliani, a cui i palestinesi hanno risposto con il lancio di razzi e scontri a fuoco al confine.

Il cessate il fuoco, sebbene tutt’altro che una situazione ideale, fu un miglioramento rispetto a ciò che lo aveva preceduto. Certamente, Hamas ha cercato di incrementare le proprie capacità militari e difensive durante questo periodo, come Israele dovrebbe aver fatto dall’altra parte del confine – sarebbe stato assurdo aspettarsi il contrario. Si può sperare che il sangue freddo prevalga, e che il cessate il fuoco venga prolungato – è nell’interesse di entrambe le parti. L’alternativa militare non è molto attraente – da parte israeliana, rischiando di portare ad una parziale o totale rioccupazione di Gaza; da parte di Hamas, portando, in risposta, al lancio di razzi e forse ad attacchi armati dalla Cisgiordania. Essa, inoltre, non avrebbe una facile “exit strategy”.

Tuttavia, il dibattito all’interno di Israele sul prolungamento del cessate il fuoco non coglie il nocciolo della questione. Che esso venga esteso o meno, l’approccio complessivo di Israele nei confronti di Gaza è pericolosamente sbagliato. Un assedio concepito per rovesciare il governo di Hamas (un obiettivo problematico di per sé, ma questa è un’altra storia) rischia di determinare un collasso sociale che avrebbe conseguenze devastanti per tutte le parti coinvolte.

Chiunque cerchi una storia che possa servire da ammonimento, o voglia dare un’occhiata ad un possibile futuro scenario di Gaza, dovrebbe guardare alla Somalia – che ha l’unica distinzione di aver reintrodotto la pirateria nel lessico delle notizie quotidiane, e dalla quale le truppe etiopiche stanno attualmente pianificando il ritiro dopo una ignobile occupazione protrattasi per due anni.

La Somalia ha attraversato 17 anni di impoverimento, caos, distruzione, e dominio dei signori della guerra, che hanno visto 13 governi di transizione – e la situazione sta ancora peggiorando. Nel giugno del 2006, avendo preso il controllo di quasi tutto il paese, una coalizione nota come “Unione delle Corti Islamiche” (UCI), insieme ad alcuni uomini d’affari e leader tribali, aveva soppiantato i signori della guerra ed espulso dalla capitale Mogadiscio il tristemente inefficace Governo Federale di Transizione somalo (GFT). I successivi mesi di governo dell’UCI, malgrado l’imposizione spesso impopolare di una rigida legge islamica, “si rivelarono come uno dei periodi più pacifici della storia moderna della Somalia”, secondo il New York Times.

Ma nel mese di dicembre, l’esercito etiopico, con l’appoggio americano e su invito dello screditato GFT, invase la Somalia e da allora vi è rimasto. Sebbene l’iniziale vittoria militare fosse travolgente, l’illegittimità e la brutalità della presenza etiopica ben presto portarono all’inevitabile: una sanguinosa ribellione.

I ribelli, ora divisi – e comprendenti l’UCI ed altre fazioni armate – stanno vincendo. L’esercito etiopico, insieme ad una piccola forza dell’Unione Africana, sta preparando il ritiro, ed il GFT è aspramente diviso. Il futuro appare fosco.

Quale insegnamento può trarre Israele da tutto questo?

La crisi umanitaria a Gaza sta cominciando ad avvicinarsi a quella della Somalia, dove il 77% della popolazione necessita di un supporto umanitario di emergenza, ed il tasso di malnutrizione è il più alto del mondo. L’insicurezza alimentare a Gaza attualmente è al 56%, e si sta rapidamente deteriorando. Il 42% della popolazione di Gaza è disoccupato, ed il 76% dipende dall’assistenza umanitaria (tutti questi sono dati dell’ONU). Gli aspri e ripetuti blocchi hanno di fatto portato alla deindustrializzazione di Gaza, e la riluttanza di Israele a sostituire perfino le banconote rovinate sta portando ad una demonetizzazione dell’economia. Vi è un pericoloso scivolamento da una radicata crisi umanitaria verso una sanguinosa anarchia ed un caos ingovernabile – soprattutto in un’area dove le armi sono onnipresenti ed in cui vi è una ferita aperta per un’irrisolta rivendicazione nazionale.

Una cosa che potrebbe prevenire una caduta verso l’abisso è l’esistenza di una leadership politica accettata e riconosciuta. Quantomeno, Hamas oggi è un soggetto con cui concludere eventuali accordi ed in grado di prendere decisioni, ma l’assassinio e l’imprigionamento dei suoi leader ad opera di Israele sta comportando un pesante prezzo da pagare per il movimento islamico. Un’escalation militare israeliana probabilmente accelererebbe la frammentazione della leadership di Hamas e la comparsa di alternative più radicali; fu questo l’effetto dell’intervento etiopico nel “giardino di casa” somalo. Sia la Somalia che la Palestina hanno bisogno di ampi ed inclusivi accordi di condivisione del potere, mediati a livello internazionale e protetti dai veti dei paesi vicini.

Se Israele dovesse trovarsi nuovamente impantanato a Gaza, non aspettiamoci che forze internazionali giungeranno a salvarlo. L’esercito etiopico aveva sperato di essere sostituito da una forza dell’Unione Africana legittimata a livello internazionale, ma non si è riusciti a mettere insieme le truppe sufficienti. Consegnare a forze arabe ed internazionali una Striscia di Gaza nuovamente invasa da Israele è ugualmente irrealistico.

Infine, vi è l’effetto destabilizzante degli Stati falliti a livello regionale. Nel caso della Somalia, sono stati l’Eritrea e Gibuti a sostenere il peso maggiore del caos somalo, oltre all’Etiopia, ed alle rotte marittime delle petroliere nel Golfo di Aden, soggette alla pirateria. Accanto ad Israele, l’Egitto è il più direttamente colpito dal caos di Gaza – con conseguenze potenzialmente gravi per la legittimità e la stabilità del regime, e per la sicurezza nel Sinai ed in altre regioni.

Gaza non è ancora la Somalia. Ma i segnali di preallarme ci sono tutti. Non ci fu nulla di inevitabile nella disintegrazione della Somalia. Essa ebbe luogo in conseguenza di politiche sbagliate – in particolare da parte dell’amministrazione Bush e dell’Etiopia – che non dovrebbero essere ripetute da Israele a Gaza.

Israele dovrebbe fare di più che estendere semplicemente il cessate il fuoco – Israele deve permettere a Gaza di respirare, di ricongiungersi al mondo, di vivere non basandosi esclusivamente sulla carità internazionale, di reclamare la propria dignità. Hamas ne trarrebbe vantaggio sul breve periodo? Forse. Ma può accadere di peggio, e non solo per i palestinesi. Anche per Israele, la posta in gioco è molto alta. Non è uno scherzo vivere in una Somalia, e non è una passeggiata neanche esserne il vicino della porta accanto.

Daniel Levy è “senior fellow” presso la New America Foundation e la Century Foundation; è stato in precedenza un consigliere all’interno dell’ufficio del primo ministro israeliano, ed è uno dei principali promotori dell’Iniziativa di Ginevra

Titolo originale:

A short path, from Gaza to Somalia

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