20/12/2008
Il cosiddetto “femminismo islamico” si propone come una forza che appoggia la nozione di uno Stato “laico ma non ostile alla religione”, e che si fa portavoce di un Islam egualitario, ma anche della possibilità di dialogare sui valori condivisi fra le diverse religioni e fra Oriente e Occidente – sostiene Margot Badran
Vi è una crescente tendenza tra i musulmani, in particolare tra le donne, ad allontanarsi dall’Islam patriarcale ereditato dal passato, in favore di un Islam egualitario. Questo cambiamento sta avvenendo sia nelle società musulmane più antiche che nelle recenti comunità musulmane in Occidente. Oramai da due decenni, alcune ricercatrici parlano della parità tra uomini e donne che esse trovano nel Corano. Le attiviste utilizzano questa lettura egualitaria del testo sacro per spingere verso nuovi comportamenti sia le famiglie che la società, e per sostenere la riforma delle leggi musulmane riguardanti la famiglia. Questa combinazione di impegno intellettuale e attività militante emersa in diverse parti del globo è stata chiamata femminismo islamico.
Il femminismo islamico respinge la dicotomia tra Oriente e Occidente, tra “secolare” e “religioso”. Queste dicotomie sono state alimentate dal colonialismo, e poi politicizzate dai movimenti islamici, come identità implacabilmente avverse. Il femminismo islamico insiste sulla separazione tra religione e Stato, sostenendo decisamente la nozione di “Stato laico”. Laico, in questo caso, non è sinonimo di uno Stato non religioso o anti-religioso. Lo Stato laico tipicamente garantisce la libertà religiosa. Quando le persone si definiscono come laiche o laiciste, questo non significa di per sé che siano non religiose o anti-religiose.
I musulmani, come gli altri, in misura sempre maggiore sperimentano la vita in diversi luoghi, spostandosi permanentemente o temporaneamente in diversi paesi e continenti. In questo processo, vengono modellati da diverse culture, e si identificano con esse. Il femminismo islamico aiuta le persone a mediare tra le molteplici identità che noi tutti possediamo, anche nel contesto di una singola cultura. Ad esempio, una persona può aver bisogno di comprendere la parità di genere all’interno di un contesto islamico e/o di un contesto laico, oppure di ideali condivisi che non sono tipici di un’unica religione. Una musulmana che desideri parità di accesso allo spazio rituale islamico porterà avanti argomenti religiosi. Una musulmana che desideri pari opportunità educative all’interno delle istituzioni pubbliche in uno stato laico farà uso di argomenti laici.
Quanto più l’Islam egualitario guadagna terreno, tanto più è aggredito dai musulmani conservatori – siano essi leader religiosi, portavoce della comunità autonominatisi tali, o seguaci dell’Islam politico (islamismo). Questo sta accadendo sia nelle antiche società musulmane in Africa e in Asia, sia nelle nuove comunità in Occidente, a causa di coloro che sostengono una versione patriarcale dell’Islam che essi pretendono essere il vero Islam. Nel frattempo, la maggior parte dei non musulmani, compresi i progressisti, diventano sostenitori di questa interpretazione, che vede l’Islam come intrinsecamente patriarcale. In tal modo essi, attraverso la loro ignoranza, contribuiscono a creare problemi alle donne.
Conferenze internazionali sul femminismo islamico, come quelle recentemente svoltesi a Barcellona e ad Oxford, costituiscono importanti forum per lo scambio di esperienze e di idee, per il dibattito, e per ideare delle strategie. Le due conferenze hanno ospitato oratori e partecipanti provenienti da tutto il mondo: studiosi e attivisti, musulmani e non-musulmani, donne come anche uomini. Questo tipo di “networking”, di condivisione di nuove interpretazioni dell’Islam, di dibattiti faccia a faccia, e di collaborazioni, è essenziale per far progredire la causa di un Islam egualitario di fronte alle forze patriarcali sia laiche che religiose all’interno delle società e delle comunità musulmane, tanto più che queste forze sono tipicamente colluse. Le politiche di ispirazione multiculturale nei paesi occidentali, basate su interpretazioni patriarcali dell’Islam, spesso rendono le donne vulnerabili rafforzando il dominio degli uomini su di esse, e talvolta anche lasciando correre pratiche violente sulla base del fatto che esse farebbero parte della religione.
Le femministe islamiche comprendono la necessità di lavorare sia all’interno della comunità musulmana che con persone di altre religioni. Recentemente su questo giornale, Tariq Ramadan, in un contesto interreligioso (e specificamente, nel contesto del dialogo fra musulmani e cattolici), ha parlato dell’importanza di un “dialogo costruttivo sui nostri valori condivisi”. Il femminismo islamico può dare un grande contributo alla promozione di valori condivisi e, in particolare, per garantire che questi valori condivisi siano valori egualitari e non dottrine patriarcali.
Margot Badran è “senior fellow” presso il Prince Alwaleed ibn Talal Centre for Muslim-Christian Understanding della Georgetown University; attualmente è anche membro del Woodrow Wilson International Centre for Scholars, con sede a Washington ; è autrice del libro “Feminism in Islam: Secular and Religious Convergences”, (Oneworld Press, Oxford); questo articolo è apparso sul Guardian il 09/11/2008
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