21/12/2008

L’attuale situazione internazionale rappresenta un’occasione unica per compiere una radicale revisione del sistema regionale arabo e dei suoi regimi statali – sostiene l’intellettuale palestinese Awni Farsakh. Questa revisione dovrebbe comprendere la riforma dei rapporti inter-arabi, un rinnovato approccio al conflitto arabo-israeliano, e la promozione dell’istruzione e della ricerca scientifica nei paesi arabi

L’appello al “cambiamento” che Obama ha lanciato con successo è indice dell’aspirazione americana a radicali trasformazioni economiche e sociali che siano in armonia con il cambiamento demografico avvenuto a vantaggio degli americani di origine africana, latinoamericana ed asiatica. Nel frattempo, la crisi finanziaria e la recessione economica nel mercato americano sono un altro segnale del crollo imminente dei sogni imperiali dei neocon – siano essi repubblicani o democratici – e della fine della fase dell’unipolarismo americano. Inoltre, in molti riconoscono che il mondo si trova sull’orlo di cambiamenti radicali negli equilibri di forza e negli orientamenti economici e sociali. Forse Sarkozy è quello che si esprime con maggior precisione a proposito dei cambiamenti futuri, quando afferma che non ci si può più basare  sui logori modelli del passato.

Se questo è vero per quanto riguarda la Francia e l’Unione Europea – come si può dedurre dalle parole del presidente francese – ciò è ancor più appropriato per quanto riguarda il sistema regionale arabo, che è quello che ha maggiormente bisogno ed urgenza di rivedere, modificare e superare la condizione arretrata e la situazione di crisi che gli Stati arabi attraversano a molti livelli. E questo è ciò che i rapporti sullo sviluppo umano nel mondo arabo, pubblicati dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP), ed altri rapporti dei centri di ricerca arabi e internazionali, hanno messo in evidenza, ammonendo sulle conseguenze di questa situazione. Alcune figure rappresentative, dall’indubitabile patriottismo e dalla comprovata capacità intellettuale, sono giunte ad un tale livello di scoramento da affermare che il cittadino arabo è ormai prigioniero di una situazione politica e sociale arretrata, e non possiede gli strumenti per superarla. A questo punto, l’interrogativo centrale è il seguente: i venti del cambiamento che soffiano ai quattro angoli del pianeta scuoteranno anche il sistema regionale arabo, oppure la situazione dei politici arabi è simile a quella di un monte non scalfito dal vento?

Nel cercare di dare una risposta a questo interrogativo, osservo innanzitutto che l’arretratezza araba non è assolutamente imputabile a un difetto nella natura degli arabi, tant’è vero che circa 750.000 arabi occupano posizioni eminenti nelle università e nei centri di ricerca europei e americani più avanzati, e competono per le posizioni di leadership. Inoltre, il ruolo svolto dagli arabi nella storia della civiltà umana rappresenta la prova decisiva che l’eredità arabo-islamica non è in nessun modo la causa dell’inadeguatezza delle società arabe contemporanee. Ciò fornisce una prova inequivocabile del fatto che l’arretratezza del sistema regionale arabo e dei suoi regimi statali è il risultato dell’incapacità dei politici – in particolare – e delle elite – in generale – di impiegare al meglio ciò che la nazione araba possiede in termini di capacità umane e di patrimonio culturale. E questa non è che l’amara conseguenza delle politiche adottate a seguito della Guerra del Kippur, e della cultura della sconfitta  che si è diffusa in tutti i paesi arabi dopo il cambiamento sostanziale verificatosi nel ruolo nazionalista panarabo dell’Egitto (a seguito della firma del trattato di pace con Israele (N.d.T.) ). Alla luce dei dati della situazione internazionale e regionale, è possibile affermare che è maturata per il sistema regionale arabo, come per i singoli regimi statali, l’occasione storica di compiere una revisione ed un cambiamento a diversi livelli.

Sul piano delle relazioni regionali ed internazionali, disponiamo ormai di un grado maggiore di indipendenza decisionale, a patto di rivedere in maniera radicale i rapporti inter-arabi al fine di rimetterli al passo coi tempi, dato che i blocchi regionali sono ormai gli unici in grado di adempiere ai bisogni dei cittadini (che crescono ad un ritmo superiore rispetto a quello delle entrate nazionali), e, di conseguenza, di raggiungere un elevato grado di efficienza regionale ed internazionale. Considerando l’esperienza araba a partire dalle trattative di Alessandria per la creazione della Lega Araba nell’autunno del 1944, risulta chiaro che l’eccessivo valore attribuito alla sovranità nazionale ha rappresentato un ostacolo essenziale all’integrazione che si intendeva raggiungere attraverso la creazione della Lega. Il triste paradosso è che coloro i quali avevano attribuito un maggior valore alla sovranità nazionale rispetto all’integrazione e al coordinamento inter-arabo non hanno mostrato, nella maggior parte dei casi, alcun interesse alla salvaguardia di questa sovranità nazionale di fronte alle ingerenze esterne regionali e internazionali, ed in particolare alle ingerenze americane e israeliane.

La revisione più doverosa e urgente da compiere è quella delle posizioni ufficiali arabe riguardo al conflitto arabo-sionista, alla luce di una lettura oggettiva della realtà in tutti i suoi  aspetti. Infatti, non sfuggono ormai a nessuno gli effetti disastrosi degli accordi di Camp David e di Oslo, e l’inutilità delle interminabili trattative e della serie di concessioni gratuite sulle quali il gruppo di Oslo continua a basarsi con il beneplacito ufficiale degli arabi. Allo stesso modo, è ormai evidente la falsità delle leggende circa la superiorità sionista, così come è manifesto il venir meno del potere di deterrenza israeliano di fronte al ruolo e all’impatto crescente della resistenza. Sono molte le avvisaglie che indicano che il tempo non gioca a favore dell’entità coloniale sionista. L’ultima dimostrazione di ciò è quanto ha scritto Uri Savir, ex-direttore generale del Ministero degli Affari Esteri israeliano, sul quotidiano Maariv il 30 novembre 2008, e cioè che “il tempo non gioca a nostro vantaggio”. La posizione dei professori delle università britanniche nei confronti delle università israeliane, e l’accoglienza riservata a Shimon Peres dagli studenti di Oxford, che lo ritengono un criminale di guerra, denotano l’inizio di un cambiamento nelle posizioni degli intellettuali europei di fronte all’entità sionista. All’orizzonte non si vede nulla che suggerisca che il “processo di pace” che Bush ha lasciato in eredità a Obama possa aver successo. Infatti, l’alleanza americano-sionista non è più in grado di imporre un compromesso alle proprie condizioni, mentre la resistenza è ancora lontana dall’essere in grado di ottenere una porzione minima dei diritti legittimamente rivendicati dagli arabi. Perciò il conflitto continua. Se i regimi arabi aspirano realmente ad una “pace complessiva e giusta”, l’unico modo per raggiungerla è interrompere qualsiasi forma di riconciliazione e di normalizzazione, di accogliere le iniziative popolari a sostegno della resistenza, e di spezzare l’assedio imposto alla Striscia di Gaza. In questo modo l’alleanza americano-sionista sarà costretta a offrire le concessioni richieste. In caso contrario, si inaspriranno i conflitti inter-arabi.

Non meno importante e urgente è una revisione radicale dell’allarmante situazione dello sviluppo umano in tutte le regioni arabe, sia in relazione alla diffusione dell’analfabetismo che al declino delle università e dell’istruzione nel suo complesso – ed in particolar modo all’emarginazione della lingua araba ed all’alterazione dei programmi di storia e di educazione civica e religiosa nell’ambito dei programmi scolastici e accademici. A ciò si aggiunga la limitatezza della spesa per la formazione e l’aggiornamento degli insegnanti, e la quasi totale assenza di fondi per la ricerca scientifica. Alla nazione araba non mancano le capacità umane qualificate e le possibilità materiali per produrre una rivoluzione scientifica e culturale, senza la quale nessun paese arabo potrà colmare il divario tra la propria arretratezza e il progresso scientifico e conoscitivo contemporaneo.

Vi sono molti aspetti della situazione araba che necessitano di una revisione radicale. Tuttavia, se si riuscisse a perseguire con successo i quattro punti illustrati precedentemente, ciò fornirebbe la base per progredire sul lungo percorso che dobbiamo compiere al fine di superare l’attuale condizione di crisi. A questo punto, l’ultimo interrogativo è: sapranno i politici arabi approfittare della storica occasione di cambiamento, o questa possibilità gli è preclusa?

Awni Farsakh è un intellettuale palestinese residente negli Emirati Arabi Uniti; scrive abitualmente sul quotidiano ‘Dar al-Khaleej’

Titolo originale:

النظام العربي والفرصة التاريخية للمراجعة 

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