27/12/2008
La tragedia di Gaza non riguarda soltanto il conflitto israelo-palestinese. Intorno a Gaza si gioca anche una partita regionale determinante per gli equilibri fra i paesi arabi, e per il rapporto di forze fra il mondo arabo e l’Iran. In particolare, Gaza e la questione palestinese costituiscono il fulcro attorno al quale ruotano le tensioni fra l’Egitto, ex paese guida del mondo arabo, e l’Iran, potenza che aspira ad assumere la leadership della regione
I rapporti fra l’Egitto e l’Iran sono nuovamente peggiorati, a seguito delle manifestazioni di protesta contro il blocco israeliano di Gaza che hanno avuto luogo qualche settimana fa davanti all’ambasciata egiziana di Teheran. I dimostranti avevano accusato l’Egitto di complicità nell’assedio, ed avevano intonato slogan contro la leadership egiziana. Il Cairo ha replicato con fermezza, sia sui mezzi di informazione che attraverso i canali diplomatici.
Il ministro degli esteri egiziano ha annunciato che l’Egitto avrebbe “aderito agli sforzi internazionali volti ad impedire all’Iran di entrare in possesso di armi nucleari” – un’affermazione che, se da un lato non contraddice la tradizionale posizione egiziana secondo cui l’Iran ha il diritto di possedere tecnologia nucleare a scopi pacifici, dall’altro è stata interpretata da Teheran come uno slittamento nella posizione ufficiale del Cairo.
Le manifestazioni sono certamente un canale legittimo attraverso cui l’opinione pubblica esprime il proprio punto di vista. Tuttavia, per quanto l’Iran possa essere democratico rispetto agli altri paesi della regione, Teheran non è certo Londra, Parigi, o Ginevra. Le manifestazioni organizzate dall’opposizione politica sono immediatamente represse. Le proteste di fronte alla sede diplomatica dell’Egitto a Teheran, di conseguenza, avevano chiaramente la benedizione del governo – se del tutto non erano organizzate direttamente da quest’ultimo. Non vi è stata alcuna ingenuità o innocenza nella selezione del percorso o nella scelta di tempo, entrambe calcolate per aumentare le pressioni nei confronti del Cairo, e per proiettare l’Iran come il campione della causa palestinese, in contrasto con le capitali arabe che l’hanno invece abbandonata.
L’Egitto e l’Iran sembrano destinati a giocare ruoli antitetici. Circa mille anni fa, sotto i Fatimidi, l’Egitto divenne la prima ed unica potenza sciita in una regione a predominanza sunnita. Quando Salaheddin al-Ayoubi (il Saladino) salì al potere nel XII secolo, l’Egitto si convertì all’Islam sunnita, al quale continua tuttora ad aderire. L’Iran seguì la traiettoria opposta, convertendosi dall’Islam sunnita a quello sciita nel XVI secolo, sotto la dinastia safavide. Quando, negli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, l’Egitto sostenne il Movimento dei Paesi Non Allineati, l’Iran si gettò entusiasticamente fra le braccia della CENTO (Central Treaty Organization, alleanza ispirata dagli Stati Uniti che riuniva Iran, Iraq, Turchia, Pakistan, e Regno Unito (N.d.T.) ) e del fronte filoamericano. Dopo la rivoluzione del 1979, l’Iran passò al polo opposto, troncando i rapporti con Washington e riconoscendo negli Stati Uniti il suo peggior nemico (nello stesso anno, invece, l’Egitto firmava a Washington il trattato di pace con Israele, sulla base degli accordi di Camp David dell’anno precedente (N.d.T.) ). Oggi l’Iran pretende di guidare la resistenza al progetto americano nella regione, al quale esso sostiene che le principali potenze arabe, compreso l’Egitto, avrebbero deciso di sottostare. I rapporti fra l’Egitto e l’Iran ricordano uno di quei fuggevoli incontri fra due persone che si passano accanto, mentre l’una sale e l’altra scende lungo due scale mobili parallele.
Il governo del Cairo è sempre stato incline a mantenere rapporti cordiali con tutti i paesi della regione, convinto che ciò gli avrebbe garantito ricadute ottimali sulla propria politica estera. Nondimeno, l’Egitto rimane l’unico paese arabo che non ha rapporti con Teheran a livello di ambasciatori e, dopo gli sviluppi della scorsa settimana, è improbabile che questa situazione cambi sul breve periodo.
Se e quando le attuali tensioni fra le due capitali si allenteranno, ciascuna dovrà pagare un diverso prezzo per la ripresa dei rapporti. Teheran dovrà pagare un prezzo sul fronte interno, il Cairo su quello estero. E’ evidente quale sia più abbordabile. Non è difficile immaginare le correnti iraniane giungere ad un accomodamento sulla ripresa dei rapporti con l’Egitto. Quest’ultimo, dal canto suo, sarà obbligato a pagare un prezzo sul piano delle proprie alleanze regionali ed internazionali. Il sacrificio, dal punto di vista egiziano, potrebbe essere maggiore dei benefici futuri che il Cairo otterrebbe da una ripresa dei rapporti con Teheran. Questa conclusione ha importanti conseguenze per le relazioni fra i due paesi.
Le manifestazioni della scorsa settimana erano parte integrante dello sforzo che Teheran sta compiendo per assumere il ruolo lasciato vacante dal Cairo – ruolo del quale l’Iran vuole impadronirsi senza pagare neanche una frazione del prezzo che l’Egitto pagò per difendere la Palestina e la causa palestinese. Il cinismo con cui l’Iran persegue questa sua ambizione diventa evidente se prendiamo in esame le questioni che riguardano più da vicino i confini iraniani. A questo proposito, è sufficiente notare l’appoggio che Teheran offre ai governi di occupazione in Iraq ed in Afghanistan, ed all’Armenia nei confronti dell’Azerbaigian, sebbene quest’ultimo sia più vicino all’Iran da un punto di vista religioso. L’Iran vuole neutralizzare qualsiasi minaccia prossima ai suoi confini. E’ perfettamente pragmatico quando si tratta di questioni che lo riguardano direttamente, e risolutamente radicale quando i rischi sono lontani migliaia di chilometri dai suoi confini.
La chiave della strategia di Teheran volta ad accrescere il proprio ruolo regionale è di far perno sull’unica questione – la questione palestinese – che può permettere all’Iran di accattivarsi le menti ed i cuori degli arabi. Essa è la causa araba fondamentale, una causa che i paesi arabi moderati sono stati tristemente incapaci di risolvere attraverso i canali diplomatici, anche a seguito dell’incondizionato appoggio dato da Washington all’intransigenza israeliana. E’ il fallimento del cosiddetto “processo di pace” che ha spianato all’Iran la strada verso la leadership regionale.
Dobbiamo anche riconoscere che, per quanto abilmente l’Iran abbia condotto la propria partita regionale, esso non avrebbe mai riportato le vittorie che ha fin qui conseguito, se non fosse stato per l’enorme vuoto di potere creatosi a seguito della rinuncia del Cairo al proprio ruolo regionale. L’Iran può avere il diritto di chiedere agli arabi di appoggiare il suo diritto ad acquisire tecnologia nucleare a scopi pacifici, o di chiedere agli intellettuali arabi di aiutarlo di fronte alle invettive di ispirazione confessionale volte a fomentare un conflitto fra sunniti e sciiti. Non ha il diritto di capitalizzare sulla tragedia del coraggioso popolo di Gaza, senza fare nulla di sostanziale per rompere l’assedio. Né ha il diritto di scagliare invettive contro il Cairo, mentre Teheran è impegnata firmare accordi con le forze di occupazione in Iraq ed in Afghanistan. Una simile ipocrisia segna la linea di demarcazione fra ciò che è accettabile e ciò che non lo è nella politica regionale dell’Iran.
Mustafa el-Labbad è un analista politico egiziano, esperto di questioni iraniane; é direttore dell’ East Center for Regional and Strategic Studies (ECRSS), con sede al Cairo
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