Il significato del rinnovato giuramento di fedeltà di Hamas ai Fratelli Musulmani

28/12/2008

Le settimane precedenti l’attuale attacco israeliano a Gaza erano state caratterizzate da un escalation di tensioni fra il cosiddetto “asse dei moderati”, che include paesi come l’Egitto, l’Arabia Saudita e la Giordania, ed il cosiddetto “asse della resistenza”, sotto il cui appellativo vengono riuniti di solito l’Iran, la Siria, Hamas e Hezbollah. Queste tensioni sono state originate dalle manifestazioni di protesta contro l’assedio di Gaza che hanno avuto luogo in Iran, oltre che in tutto il mondo arabo, e che si sono concentrate in particolare contro l’Egitto, accusato di non voler aprire la propria frontiera con Gaza. In questa campagna di protesta, diversi esponenti dell’asse dei “moderati” hanno creduto di riconoscere una manovra orchestrata dall’Iran e dai movimenti dell’Islam militante, come testimonia questo articolo dell’analista giordano Saleh al-Qallab

E’strano che – nel seguire la situazione a Gaza, e le sue ripercussioni sulla questione palestinese e sulla situazione regionale – non ci si sia soffermati su una questione della massima importanza, ed anche della massima gravità: il fatto che Hamas, per la prima volta dalla sua fondazione nel 1987, abbia annunciato la propria appartenenza “strutturale” – basata su un “rapporto fra discepolo e leader” – al movimento dei Fratelli Musulmani, la cui Guida Suprema è Mohammed Mahdi Akef, e che è attualmente impegnato in una guerra di contrapposizione con il regime del presidente Hosni Mubarak (così come in passato il movimento si era contrapposto all’ex presidente egiziano Gamal Abdel Nasser, e poi all’ex presidente Anwar Sadat).

Domenica 14 dicembre, è stato chiesto al membro più anziano dei Fratelli Musulmani della Striscia di Gaza, Abdel Fattah Dukhan, di tenere un discorso in occasione della celebrazione del 21° anniversario della nascita di Hamas. A questa celebrazione, tenutasi nella zona di Katiba a Gaza, hanno preso parte, secondo le stime, oltre 200.000 persone guidate dalle figure più altamente simboliche del movimento.

Abdel Fattah Dukhan si è alzato e si è diretto con grande compostezza verso il palco. Ha poi sollevato in alto il pugno della mano destra, imitato da tutti i presenti, ed ha cominciato a declamare con voce stentorea, accompagnato dal pubblico: “Prometto a Dio di essere fedele alla chiamata dei Fratelli Musulmani, di tener fede alle condizioni imposte da questa affiliazione, di avere piena fiducia nella sua Guida, di ascoltarla e di mostrarle obbedienza”.

Questo è il giuramento che ogni affiliato ai Fratelli Musulmani deve pronunciare in base ad un rituale prestabilito, dai tempi della fondazione del movimento ad opera di Hasan al-Banna (alla fine degli anni ’20 del secolo scorso) fino ai giorni nostri, per poter diventare membro a pieno titolo dell’organizzazione. Ciò significa che Hamas, dopo 21 anni di vita, ha mostrato il suo vero volto, rivelando che il suo vero leader non è Khaled Meshaal, che si divide fra Teheran, Damasco e Doha, bensì Mohammed Mahdi Akef, la Guida Suprema dei Fratelli Musulmani egiziani, ed allo stesso tempo il capo dell’organizzazione mondiale della Fratellanza Musulmana, a cui sono dovuti “ascolto ed obbedienza”, e che deve essere oggetto di “piena fiducia”.

L’interrogativo che a questo punto si pone è il seguente: perché Hamas ha messo in scena questo giuramento nel 21° anniversario della sua nascita, annunciando la propria appartenenza politica ed organizzativa alla Fratellanza Musulmana in questo preciso momento, mentre la situazione palestinese si avvia verso appuntamenti estremamente importanti, e mentre il conflitto tra i Fratelli Musulmani egiziani ed il regime di Mubarak sembra imboccare la strada dello scontro aperto, lasciando presagire che il vero obiettivo del movimento egiziano non sia la “riforma”, come è stato detto e ripetuto, bensì il cambiamento radicale del regime nel suo complesso?

Prima di rispondere a questo interrogativo, è necessario accennare al fatto che i Fratelli Musulmani, in una fase antecedente al passo compiuto da Hamas il 14 dicembre scorso, avevano già annunciato – non solo in Egitto, ma in tutti i paesi nei quali sono presenti – una guerra aperta contro il presidente Hosni Mubarak e contro il regime egiziano, all’insegna della richiesta di aprire il valico di Rafah (al confine fra la Striscia di Gaza e l’Egitto (N.d.T.) ). Ma la sostanza di questa campagna è la cancellazione del ruolo regionale dell’Egitto (ruolo che si esplica attraverso la questione palestinese) di fronte al ruolo guida che assumerebbe Teheran – una posizione a cui l’Iran continua ad ambire fin dai tempi della vittoria della rivoluzione khomeinista del 1979, ed a cui ambiva in precedenza anche lo scià Mohammad Reza Pahlavi, il quale si rallegrava enormemente quando altri lo definivano come il “poliziotto” del Golfo e dell’intera regione (sui rapporti fra l’Egitto e l’Iran, e sull’approccio di questi due paesi alla questione palestinese, si veda l’articolo: “La questione palestinese e il ruolo antitetico dell’Egitto e dell’Iran”  (N.d.T.) ).

Certamente, il segnale è partito da Teheran. Tutte queste manifestazioni ostili all’Egitto, che chiedevano il rovesciamento del regime egiziano, hanno infatti invaso la capitale iraniana ed altre città del paese, oltre che il Cairo, Amman, Beirut, Damasco ed altre capitali arabe ed islamiche. Manifestazioni analoghe si sono verificate nelle città della Striscia di Gaza, e naturalmente lo slogan alla base di ciascuna di esse era sempre lo stesso, ed il pretesto era sempre quello di esercitare pressioni sul regime di Hosni Mubarak affinché aprisse il valico di Rafah e spezzasse l’assedio imposto ai fratelli palestinesi. D’altra parte, questo assedio fu imposto agli abitanti di Gaza dopo il golpe portato a termine da Hamas nel giugno del 2007, e dopo i lanci di razzi Qassam che hanno rappresentato per Israele la miglior scusa per sottrarsi agli obblighi del processo di pace.

E’ sorprendente che il capo del governo dello “Stato di Hamas” a Gaza, Ismail Haniyeh, abbia affermato nel corso di queste celebrazioni – che hanno rappresentato l’occasione per annunciare il ritorno di Hamas nel grembo dell’organizzazione “madre” – che “il jihad sulla via di Dio viene prima del pellegrinaggio”. Egli ha anche affermato, rivolgendosi alle masse riunite nella zona di Katiba: “Non eravate destinati al giorno di ‘Arafah (il 9 del mese di Dhu ‘l-Hijjah, il mese del pellegrinaggio, quando la folla dei pellegrini si riunisce nella pianura deserta di ‘Arafah, a est della Mecca (N.d.T.) ); Dio vi aveva destinato ad assistere al più grande giorno di Hamas sulla terra di Palestina, ed in questo sta la vostra ricompensa!” (questa affermazione fa riferimento ad un episodio precedente: i pellegrini musulmani di Gaza non hanno potuto recarsi al pellegrinaggio alla Mecca, nei primi giorni di dicembre, a causa di una controversia politica che ha visto coinvolti Hamas, l’ANP e l’Arabia Saudita; circa 3.000 pellegrini avevano richiesto il visto per il pellegrinaggio attraverso l’ANP controllata da Mahmoud Abbas; un numero pressoché equivalente aveva fatto richiesta presso le autorità di Hamas; l’Arabia Saudita, dal canto suo, aveva affermato che avrebbe rilasciato il visto solo a coloro che ne avessero fatto richiesta attraverso l’ANP; Hamas ha chiesto ai sauditi di rivedere la propria decisione, altrimenti non avrebbe concesso a nessuno di lasciare la Striscia di Gaza; siccome ai pellegrini che avevano fatto richiesta tramite Hamas non è stato concesso il visto, imponendo dei posti di blocco Hamas ha impedito a tutti i pellegrini di Gaza di partire per la Mecca; a tale proposito si veda: “Mecca Pilgrims blocked from leaving Gaza” (Reuters) (N.d.T.) ).

Dopo questa lunga premessa, è necessario rispondere all’interrogativo precedente ponendone un altro: è semplicemente una coincidenza che l’Iran abbia preso di mira l’Egitto dando il via a tutte queste manifestazioni di condanna contro il regime di Hosni Mubarak, nello stesso momento in cui i Fratelli Musulmani hanno alzato il livello dello scontro con questo regime fino a giungere ai limiti del confronto aperto, e mentre gli iraniani si preparano a quella che si potrebbe definire una “contrattazione storica” con gli Stati Uniti – ed anche con Israele – sulla base del principio della spartizione dei ruoli in Medio Oriente fra queste tre potenze, escludendo tutti quei paesi arabi che non sono al seguito dell’Iran?

E’ assolutamente impossibile credere che tutto questo sia accaduto per pura coincidenza. Il fatto che Teheran abbia proclamato il “jihad” contro il Cairo in nome dell’apertura del valico di Rafah e della necessità di rompere l’assedio di Gaza – e che contemporaneamente si siano avute manifestazioni di “uomini barbuti” (allusione ai sostenitori dei movimenti islamici (N.d.T.) ) nelle strade di alcune città arabe, e sia partito un movimento di condanna nei confronti delle posizioni di tutti i governi arabi (con l’eccezione dei soliti noti) – aveva come obiettivo quello di garantire all’Iran la legittimazione della piazza araba, e di dimostrare che il regime di Teheran è l’unico che merita di guidare il Medio Oriente, mentre tutti gli altri paesi – primo fra tutti l’Egitto – sarebbero alleati del “Grande Satana” americano, e perciò non meriterebbero di assumere la leadership della regione.

E’ dunque questa la verità che si nasconde dietro ciò che è accaduto domenica 14 dicembre. Infatti, nel momento in cui Hamas ha dichiarato, in occasione del 21° anniversario della sua fondazione, di far parte dei Fratelli Musulmani, ne ha ripetuto il giuramento di fronte alle telecamere di tutti mezzi di informazione, e ha promesso davanti a Dio di riporre la propria fiducia nella Guida Suprema Mohammed Mahdi Akef, ciò significa che Hamas ha posto se stesso e la Striscia di Gaza al fianco dell’alleanza fra l’Iran ed i Fratelli Musulmani – alleanza che sta conducendo, nei confronti del Cairo, una battaglia che potrebbe trasformarsi in uno scontro aperto.

Dopo che Hamas ha riaffermato di far parte dei Fratelli Musulmani, dichiarando che il leader a cui esso deve ascolto e obbedienza è Mohammed Mahdi Akef, ci si può attendere che la Striscia di Gaza si trasformerà presto in un’altra Dahiya, simile alla Dahiya nella zona meridionale di Beirut – il quartiere che è divenuto la capitale dello Stato di Hezbollah all’interno dello Stato libanese – diventando in questo modo una spina nel fianco per l’Egitto. Perciò, dobbiamo aspettarci che le pressioni nei confronti dello Stato egiziano aumenteranno nei prossimi giorni.

La situazione è molto più grave di quanto ritengono alcuni. La trasformazione di Gaza in una nuova Dahiya, che sarà una spina nel fianco settentrionale dell’Egitto, darà ai Fratelli Musulmani – i quali, come è ormai evidente, ambiscono al potere – una base d’appoggio legata al territorio egiziano non soltanto per mezzo di 700 tunnel, ma anche attraverso lo sconfinato deserto del Sinai e le rotte marittime, che si sono dimostrate incontrollabili perfino da parte della guardia costiera israeliana.

Saleh al-Qallab è un editorialista giordano; è stato ministro del Regno di Giordania, e direttore del canale satellitare al-Arabiya; l’articolo qui proposto è apparso il 25/12/2008 sul quotidiano saudita al-Sharq al-Awsat

Titolo originale:

معنى التزام حماس مجدداً بقسم الولاء للإخوان المسلمين

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