Il vertice in Kuwait e gli enigmi della situazione araba

27/01/2009

Le problematiche politiche in cui si dibatte il mondo arabo appartengono a tre piani distinti ma fra loro interconnessi: le contrapposizioni esistenti fra i diversi paesi arabi, il fallimento dei tentativi di giungere ad una soluzione negoziata del conflitto arabo-israeliano, e la frattura inter-palestinese tra Fatah e Hamas – afferma l’intellettuale mauritano Sayyed Wild Abah

Nel suo discorso al vertice in Kuwait, il re saudita Abdallah bin Abdelaziz ha riassunto le tre problematiche essenziali di cui soffre la situazione araba attuale: le allarmanti divisioni che stanno logorando il corpo della nazione araba, il fallimento del progetto negoziale per dare una soluzione al conflitto arabo-israeliano, e la frattura inter-palestinese.

Riguardo alla prima problematica, la coraggiosa iniziativa del re Abdallah bin Abdelaziz, che ha annunciato la fine delle discordie arabe, è un passo simbolico che indica che le divisioni hanno raggiunto un livello di estrema gravità, mai toccato in precedenza. E’ risaputo che le divergenze inter-arabe erano imperniate in passato su due assi differenti: un asse ideologico che separava il gruppo più conservatore dal gruppo maggiormente progressista, ed un asse strategico legato alle posizioni ed alle alleanze internazionali. In nessuno dei due casi la questione palestinese era fonte di divergenze sostanziali; al contrario, essa era spesso un punto unificante, l’unico punto di consenso unanime, come confermò il vertice di Khartoum tenutosi dopo la guerra del 1967. Perfino quando l’Egitto firmò gli Accordi di Camp David nel 1978, il blocco dei paesi arabi moderati fu propenso ad adottare una posizione di boicottaggio dell’Egitto e di rifiuto dell’equazione della pacificazione con Israele.

E’ vero che l’occupazione irachena del Kuwait e la guerra che ne seguì cambiarono la geografia degli assi arabi, per cui la Siria aderì all’alleanza che guidò la guerra di liberazione del Kuwait, mentre invece la posizione della Giordania era più vicina all’Iraq; tuttavia la scommessa sull’asse tripartito (Arabia Saudita-Egitto-Siria), nato dagli esiti della guerra al fine di ricostruire l’ordine regionale arabo e di sostenere il processo negoziale mediorientale, non resse a lungo di fronte a tre nuove crisi che scossero la regione: la crisi interna libanese aggravatasi con l’omicidio del primo ministro Rafiq Hariri, la crisi nucleare iraniana, ed il conflitto inter-palestinese.

Oggi sembra evidente che tutti i meccanismi di coordinamento che avevano garantito un livello minimo di concordia araba sono crollati o sono rimasti paralizzati, sia per quanto riguarda i raggruppamenti regionali – dei quali non resta che il Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) (con i suoi successi economici più che politici) – sia per quanto riguarda l’istituzione stessa del vertice arabo.

Quanto alla seconda problematica, quella che riguarda il conflitto arabo-israeliano, il re saudita ha espresso una posizione chiara quando ha affermato che l’iniziativa araba di pace – che egli fu il primo a proporre – non è un’offerta che durerà per sempre, se non dovesse ricevere la risposta auspicata. E’ doveroso ricordare che l’iniziativa appena citata, che fu adottata al vertice di Beirut nel 2002 e poi riproposta al vertice di Riyadh del 2007, formulava una unanimità araba sulla questione mediorientale, a seguito delle difficoltà incontrate dal processo di pace nato dalla Conferenza di Madrid e dagli Accordi di Oslo, e dello scoppio della seconda Intifada palestinese. Sebbene si basasse sulla stessa logica del processo negoziale (terra in cambio di pace), questo piano di pace implicitamente riconosceva l’incapacità di tale processo di risolvere le questioni del final status, e riprendeva le redini dell’iniziativa a livello internazionale per offrire un’opzione alternativa sulla base del diritto internazionale.

La terza problematica è la più complessa, perché ha influenza diretta sulle altre due – quella, cioè, dell’ordine regionale arabo e quella del conflitto arabo-israliano. La discordia inter-palestinese è allo stesso tempo una delle cause principali delle divisioni arabe ed un ostacolo fondamentale all’iniziativa araba volta a dare impulso alla questione palestinese, o a gestire il conflitto con Israele. E’ inutile dire che la questione della rappresentanza palestinese è stata posta a livello arabo per la prima volta dopo il vertice di Rabat del 1974, che sancì l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) come unico rappresentante legittimo del popolo palestinese. Attualmente non ha alcuna importanza che tutti affermino di attenersi a questa posizione, poiché è evidente che il governo Hamas a Gaza è diventato un interlocutore per alcuni, mentre la posizione dell’OLP è stata duramente scossa a livello interno e regionale. Anzi, vi sono segnali che indicano la disponibilità di alcune controparti internazionali a dialogare con Hamas in qualità di forza di primo piano sulla piazza palestinese.

Forse la sfida maggiore che l’OLP si trova a dover fronteggiare è l’eventualità di un suo arretramento, o addirittura di una sua sconfitta, alle prossime elezioni presidenziali e legislative, cosa che implicherebbe un cambiamento decisivo nella legittimità della rappresentanza palestinese, e nelle scelte dell’azione politica e delle strategie palestinesi. Ciò a sua volta avrebbe grande influenza a livello regionale complessivo. Quale sarà la posizione araba se Hamas dovesse ottenere il controllo dell’ANP ed impadronirsi della legittimità di rappresentante del popolo palestinese, ed allo stesso tempo rifiutarsi di riconoscere Israele e di accettare la logica del compromesso pacifico con lo stato ebraico? Come si potrà gestire la questione a livello internazionale nell’ambito della scelta delle minima convivenza, che Hamas ha proposto come alternativa al processo di Oslo?

Non vi è dubbio che questo interrogativo attualmente sia sul tappeto, e che sia necessario prenderne coscienza. Ciò significa rispondere con urgenza alle sollecitazioni del re Abdallah bin Abdelaziz, il quale si è espresso correttamente quando ha affermato che il conflitto inter-palestinese incide in misura maggiore della stessa aggressione israeliana a Gaza.

Sayyed Wild Abah è un intellettuale e scrittore mauritano; scrive abitualmente sul quotidiano saudita “al-Sharq al-Awsat”

Titolo originale:

قمة الكويت ومعضلات الوضع العربي

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