08/02/2009
Milioni di esultanti rivoluzionari salutarono l’Ayatollah Ruhollah Khomeini, l’anziano religioso sciita, nel momento in cui egli ritornò in Iran con un volo diretto dell’Air France da Parigi, il 1° febbraio del 1979, ponendo fine a un esilio durato 14 anni.
Giungendo all’aeroporto internazionale di Mehrabad, Khomeini chiese di essere condotto al più grande cimitero di Teheran, Beheshte Zahra.
Perché egli scelse questo luogo di convegno è un mistero, ma fu anche una scelta di cattivo augurio. Beheshte Zahra sarebbe diventato in alcuni anni uno dei cimiteri più grandi del mondo, quando Khomeini vi fu condotto l’ultima volta nel 1989 per riposarvi per sempre, salutato da una folla ancora più numerosa di quella che lo aveva accolto un decennio prima (è in questo cimitero che furono seppellite molte delle vittime della sanguinosa guerra Iran-Iraq, protrattasi per ben otto anni, fra il 1980 e il 1988 (N.d.T.) ).
Aperto oppositore del dominio dello Shah, Khomeini coltivò un movimento popolare nazionale che rifiutò il secolarismo e la modernità imposti dall’Occidente, e che lo avrebbe alla fine consacrato “guida suprema” della Rivoluzione iraniana.
Un messaggio di cambiamento
Nel giorno del suo ritorno, Khomeini lanciò un messaggio di speranza e di cambiamento agli iraniani.
Egli lodò l’unità interconfessionale per mettere al sicuro la Rivoluzione iraniana, dichiarò illegali i resti del regime dello scià, affermò che avrebbe nominato un proprio governo, invitò i militari a rimanere neutrali, promise prosperità morale e materiale, ed assicurò a tutti che acqua, elettricità e trasporti sarebbero stati forniti gratuitamente.
Tutti i mezzi di informazione e tutti i partiti politici sarebbero stati liberi, e i “criminali sostenitori” dello Shah sarebbero stati processati – disse.
In dieci giorni, i sostenitori di Khomeini destituirono Shapour Bakhtiar, il primo ministro ad interim, ultimo nominato dallo Shah.
Pur essendo un membro rispettato, e di vecchia data, dell’opposizione politica allo Shah, Bakhtiar fu bollato come traditore dai nuovi rivoluzionari. Egli fuggì a Parigi dove fu assassinato nel 1991.
Bakhtiar fu rimpiazzato da Mehdi Bazargan, nominato da Khomeini. Malgrado le sue impeccabili credenziali rivoluzionarie, Bazargan alla fine dimostrò di essere niente più che una delle utili pedine nelle mani della guida suprema.
La costruzione dello stato
Molti commentatori politici dell’epoca assecondarono l’anziano Ayatollah, considerandolo completamente sprovveduto in materia di questioni politiche.
Essi accettarono la sua leadership intesa come una necessità simbolica che avrebbe servito la rivoluzione ed il paese.
Ma Khomeini si dimostrò abile nell’arte di creare una teocrazia islamica sciita.
Con una metodologia che avrebbe potuto essere desunta dai manuali di Lenin o di Mao, egli creò un consiglio rivoluzionario che, fra le altre cose, redasse una nuova costituzione.
Egli fondò simultaneamente un orgoglioso partito politico (Hezbollah, e più tardi il Partito Repubblicano Islamico), una forza militare parallela (la Guardia Rivoluzionaria), e delle forze di (simil)polizia (i Komiteh) – tutto questo oltre alle migliaia di moschee che erano a sua disposizione in tutto il paese.
Grazie al tentativo finale dello Shah di creare uno stato monopartitico (basato sul suo mal concepito partito Rastakhiz) e di decimare tutte le altre organizzazioni politiche, le moschee erano divenute da lungo tempo gli unici punti nodali dell’organizzazione politica e sociale dell’Iran.
La dichiarazione della Repubblica Islamica
Il 1° aprile 1979, Khomeini dichiarò una repubblica islamica, e sette mesi più tardi fece approvare una nuova costituzione attraverso un plebiscito che legittimò il nuovo regime.
Gli iraniani dovevano ben presto scoprire che le rivoluzioni sono come gli tsunami. Una volta che l’onda ha acquistato forza, la distruzione di tutto ciò che è sulla sua strada diventa inevitabile.
Nessuno ne conosce il numero esatto, ma decine o forse anche centinaia di “tribunali rivoluzionari” improvvisati sorti in tutto il paese fecero un rapido lavoro di distribuzione delle condanne nei primi mesi della rivoluzione, sotto la guida del capo carnefice Khalkhali.
L’ “Ancien Régime” dello Shah fu letteralmente spazzato via.
L’agenda (non molto) nascosta di Khomeini consistente nel creare uno stato islamico in Iran fu ampiamente sottovalutata dagli elementi progressisti del paese.
Ciò fu dovuto in parte agli obiettivi dichiaratamente repubblicani del progetto islamico. Ma fu dovuto anche – ed in gran parte – al nazionalismo romantico che pervadeva i movimenti dei giovani e dei rivoluzionari socialisti, i quali credevano in Khomeini.
Alcuni di loro addirittura si attribuirono il nome di marxisti islamici al fine di rimanere vicini agli ideali iraniani, e molti dei loro camerati avevano dato la vita per la rivoluzione nei primi giorni.
Era stata la sinistra ad impadronirsi delle reti della televisione e della radio nazionale, ed a organizzare scioperi a livello nazionale, e soprattutto, uno sciopero fra i lavoratori del settore petrolifero.
Ed era stata la sinistra a scontrarsi con l’apparato di sicurezza dello scià nei primi giorni della rivoluzione.
La “Pearl Harbour” dell’Iran
Negli anni successivi, gli esponenti della sinistra divennero i principali bersagli della teocrazia. Ciò di cui vi era bisogno era una “Pearl Harbour” iraniana per facilitare la loro eliminazione.
Il primo evento di questo genere lo fornì Saddam Hussein, il presidente iracheno dell’epoca, il quale lanciò un attacco su vasta scala contro l’Iran nel settembre del 1980.
Ciò rese virtualmente impossibile l’opposizione al crescente potere del fronte fondamentalista fra i rivoluzionari e nel clero.
L’opposizione fu distratta dalla minaccia dell’invasore e dalle accuse di tradimento nei suoi confronti.
Il secondo evento che facilitò i fanatici giunse nel giugno del 1981, quando il movimento dei Mojahedin-e Khalq (PMK) lanciò una campagna di terrore che virtualmente spazzò via la leadership del Partito Repubblicano Islamico a Teheran.
Scambiando erroneamente Saddam per un potenziale alleato contro quella che esso considerava la contro-rivoluzione del clero nel bel mezzo della guerra, ironicamente il PMK riuscì a minare la legittimità delle forze laiche unite contro il regime appena nato.
Cinque anni di purghe
L’appoggio della Russia all’assediato governo filo-sovietico dell’Afghanistan, a partire dall’aprile 1979, costituì un campanello d’allarme per l’Iran ed aprì la strada ad una reazione fondamentalista contro la sinistra e ad una serie di purghe, durate cinque anni, ai danni delle voci della moderazione e del laicismo.
Ciò portò a un esodo massiccio di disillusi dall’Iran in Europa, negli Stati Uniti e nel Canada.
Fu in questi anni che ebbe luogo la gran parte delle esecuzioni, e che l’hijab (il velo) fu alla fine imposto alle donne iraniane nella sfera pubblica, contrariamente ai veri ideali della rivoluzione.
Ciò che la sinistra ed altri nazionalisti più laici in Iran – compreso lo Shah – non riuscirono a comprendere è che l’Iran degli anni ’70 rimaneva una società eminentemente tradizionale il cui cuore era molto più vicino al clero che non all’intellighenzia urbana.
Ciò si applicava anche alla popolazione urbana che aderiva ad una cultura profondamente tradizionale, in un paese che aveva conosciuto uno dei più alti tassi di migrazione dalle campagne alle città per alcuni decenni prima della rivoluzione.
L’ideale repubblicano islamico
Gli storici discutono su quando l’Iran abbia cominciato a scivolare dall’influenza occidentale verso gli ideali rivoluzionari ed islamici.
Ironicamente, le risposte potrebbero trovarsi nel breve esperimento iraniano con la democrazia laica, avvenuto con l’elezione di Mohammed Mossadeq, un primo ministro che rimosse lo Shah nell’agosto del 1953.
Tuttavia, questo interludio democratico fu condotto ad una fine traumatica e molto rapida dal deliberato intervento dei servizi di intelligence britannici ed americani che si sentivano minacciati dalle politiche di nazionalizzazione del petrolio portate avanti da Mossadeq.
Lo Shah, che era stato cacciato dal paese dai sostenitori di Mossadeq alcuni giorni prima, fu rapidamente rimesso al potere.
Questa interferenza anglo-americana preparò la scena per uno scontro che si sarebbe manifestato decenni più tardi nell’infuocata retorica anti-occidentale di sociologi come Ali Shariati, che più tardi sarebbe stato considerato l’ideologo della Rivoluzione iraniana.
Khomeini e l’Iran ebbero successo, come nessun altro movimento nazionalista basato sulla fede riuscì a fare nell’era moderna; essi misero sul trono la teocrazia attraverso una costituzione islamica ratificata democraticamente.
Ed il loro slogan durante l’era della Guerra Fredda era veramente accattivante: “Né Oriente né Occidente. Repubblica Islamica”.
Massoud Parsi è un analista e giornalista freelance iraniano; si occupa abitualmente di questioni politiche ed economiche iraniane
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