27/02/2009
Quello della mobilitazione della paura è stato l’elemento principale che ha determinato l’andamento delle elezioni israeliane, e che ha contribuito a definire la mappa dei partiti e dei risultati del voto. Una delle conseguenze di questo clima è che, agli occhi di gran parte della società israeliana, gli arabi israeliani sono emersi come uno “spauracchio”, una minaccia ancora più grave rispetto a quella rappresentata dai palestinesi al di là del confine – afferma lo scrittore palestinese Marzouq Halabi
Le elezioni israeliane non sono mai state esenti da un fenomeno di allarmismo nei confronti degli arabi. La novità, questa volta, è che l’allarmismo nei loro confronti non è più limitato ai palestinesi nei territori palestinesi al di là del confine, o agli arabi in generale, ma si estende in maniera corposa anche ai palestinesi cittadini di Israele. L’allarmismo, tuttavia, non è rimasto circoscritto all’atto stesso di incutere timore, ma si è spinto oltre, fino a mettere in questione la loro cittadinanza, sottoponendola alla condizione – come proposto dal programma del partito Yisrael Beiteinu (“Israele è la nostra casa”) – di compiere un giuramento di fedeltà!
Altri piccoli partiti marginali che hanno basato tutta la propria attività elettorale sull’ostilità nei confronti dei cittadini palestinesi e sulla loro vera e propria demonizzazione, hanno cavalcato l’onda grazie a questo tema elettorale capace di attrarre i voti degli ebrei della destra tradizionale e delle fasce sociali sconfitte. Ma nemmeno grandi partiti come Kadima, guidato dal ministro degli esteri Tzipi Livni, hanno tenuto nascoste le loro posizioni ostili agli arabi israeliani allorché hanno lasciato loro la scelta tra l’accettazione del carattere ebraico dello stato di Israele e il trasferimento in uno stato palestinese non appena esso sarà fondato, il che significa far loro scegliere tra la rinuncia alla propria identità ed ai propri diritti collettivi, e il trasferimento nei territori palestinesi.
In una certa misura il partito di Lieberman, con la sua propaganda e campagna elettorale basata sulla mobilitazione della paura nei confronti degli arabi israeliani e sulla dichiarata ostilità nei loro confronti, nei confronti dei loro diritti, della loro storia e dei loro rappresentanti eletti, è stato l’elemento che ha mosso l’intera campagna elettorale. Con tutta probabilità, tale elemento ha rappresentato il tratto più importante nella definizione della mappa dei partiti e dei risultati elettorali. Questo tema – e il modo in cui è stato utilizzato – non è avulso dal contesto generale degli eventi. Gli arabi israeliani, durante il conflitto a Gaza, hanno infatti giocato un ruolo di spicco nell’opposizione alla guerra israeliana e nella solidarietà con il popolo palestinese. E per settimane hanno tenuto occupata l’opinione pubblica a commentare le loro proteste, la loro rabbia e le loro manifestazioni. Si è trattato di eventi dipinti dai media israeliani e dai politici come “fonte di preoccupazione”, una preoccupazione interna che si incontra con preoccupazioni, timori e paure rivolte verso l’esterno – verso Gaza per esempio – verso quei palestinesi che lanciano missili o che sembrano volere l’eliminazione dello stato ebraico. La conclusione, secondo la mentalità collettiva ebraica, è che gli arabi israeliani costituiscono una fonte di preoccupazione e di paura maggiore rispetto ai palestinesi al di là del confine, e che è immediatamente necessario prevenire il male che essi potrebbero causare. In altre parole, la concomitanza del periodo della campagna elettorale con la guerra di Gaza, a due anni dalla guerra in Libano, ha fatto passare gli arabi israeliani come istigatori del male e come una minaccia che ha portato la paura tra gli ebrei ai massimi livelli, per poi fare in modo che alcune forze politiche se ne impadronissero e la spingessero verso livelli ancora più alti.
L’ottobre del 2000 può essere individuato come il momento in cui un elemento di esplicita paura nei confronti degli arabi israeliani ha fatto la sua comparsa. In quel periodo, questi ultimi espressero la loro solidarietà nei confronti della seconda Intifada, e manifestarono la loro protesta nei confronti delle operazioni militari israeliane nei territori palestinesi. Le loro manifestazioni si trasformarono in dimostrazioni di massa alle quali il governo Barak rispose con il pugno di ferro, e con la sanguinosa repressione nella quale caddero 13 giovani sotto il fuoco delle forze di sicurezza e centinaia rimasero feriti, senza contare gli arresti, i processi e le punizioni collettive, tra cui il massiccio boicottaggio economico.
In questi eventi, gli arabi israeliani si sono trasformati nel nemico interno verso il quale la società ebraica rivolge la propria rabbia, la propria violenza, e le proprie energie per costruire identità, posizioni e comportamenti. Mentre diciamo questo, siamo del tutto consapevoli che gli “indicatori della pace” elaborati dagli ambienti accademici confermano che nello stesso periodo una percentuale di ebrei superiore al 65% era favorevole alla spartizione della terra tra i due popoli ed alla creazione di due stati! Ciò significa che il conflitto israelo-palestinese si trovava nella fase della definizione dei confini e dei dettagli, e non in una fase di scontro per l’esistenza, e che agli arabi israeliani sarebbe spettato svolgere un ruolo maggiore nel processo che avrebbe dovuto sanare la spaccatura tra ebrei e arabi in generale.
Poiché la loro pratica politica e le loro posizioni erano influenzate dal conflitto nella regione e propendevano per la parte araba, essi si sono trasformati, senza alcuna pianificazione da parte loro, in uno spauracchio di fronte al quale l’identità israeliana si è chiusa a riccio. E’ degno di nota il ruolo rivestito dagli immigrati russi in questo processo. Esso non è una coincidenza. La maggior parte di tali immigrati è giunta in Israele per motivi economici, e non per l’ideologia sionista. Essi stanno cercando di integrarsi nella società israeliana, e di diventarne parte, passando attraverso le porte della destra e del suo discorso politico. Ora essi hanno trovato la possibilità di consolidare il loro movimento nella sfera pubblica sulla base dell’ostilità nei confronti dei palestinesi. Si aggiunga il fatto che gli immigrati russi costituiscono i principali rivali dei palestinesi in molti campi, in particolare per quanto riguarda gli alloggi in alcune città, o nell’economia, specialmente nel settore dei servizi.
Il fatto che l’attuale governo – un governo con ideali di centro-destra – abbia combattuto due guerre nel giro di due anni, ha indicato a tutti gli strati della società israeliana che la soluzione è quella della forza e della violenza, e del loro utilizzo in misura sempre maggiore. Ma questo è ciò che la destra israeliana sa fare meglio! Non è, dunque, sorprendente che l’opinione pubblica sia stata incline a sostenere la destra, dal momento che le soluzioni continuano ad essere la guerra e la violenza! A questo proposito vogliamo segnalare l’errore insito nell’analisi compiuta “alla maniera israeliana”, la quale cerca di misurare la forza della «sinistra» rispetto alla forza della «destra», poiché si tratta di confini immaginari che non hanno alcun legame con la realtà! Se approfondissimo, per esempio, l’analisi delle posizioni dei membri della Knesset eletti nelle file di «Kadima», il partito di maggioranza relativa, troveremmo che la metà di essi, se non di più, ha orientamenti aggressivi di destra! Tali orientamenti non differiscono dalle posizioni di deputati esplicitamente di destra su varie questioni, compresa la questione dei cittadini arabi in Israele!
Queste elezioni riportano gli israeliani al punto di partenza, il punto della costruzione delle posizioni, delle strategie e della cultura politica, sulla base della paura e della mobilitazione della paura.
Rileviamo che quando è scoccata la scintilla della paura a causa della concomitanza della guerra a Gaza e per effetto di una campagna elettorale pilotata e sistematica (vedi il partito di Lieberman), della “sinistra” israeliana nella sua forma tradizionale non è rimasta più alcuna traccia! Lo storico partito laburista, con i suoi 13 seggi, ha visto ridursi la propria rappresentanza parlamentare al suo minimo storico, e il partito Meretz alla sua sinistra ha rischiato di scomparire ottenendo solo tre seggi in parlamento! Rendiamoci conto che in parlamento non c’è più alcuna forza liberale!
Suscitare e seminare la paura in lungo e in largo in Israele, a causa dell’escalation nel confronto con il mondo arabo e con la sua “estensione” all’interno del paese (rappresentata dai cittadini palestinesi in Israele), è stata la parola d’ordine in queste elezioni. La paura, qui, è una componente della “sicurezza” nel discorso politico israeliano tradizionale. Ma ormai è stata gettata la maschera, mostrando come la “sicurezza” sia pura e semplice paura degli arabi. Non escludiamo che i leader della destra, pur nella diversità dei loro orientamenti, continueranno a danzare a questo ritmo della paura, a proposito o a sproposito! Il problema è che questa potrebbe non essere più una danza. Essa è infatti candidata a diventare follia, sotto forma di una guerra, o di qualcosa di non troppo dissimile.
Marzouq Halabi è uno scrittore e giornalista palestinese; l’articolo qui proposto è apparso il 17/02/2009 sul quotidiano “Dar al-Hayat”
Titolo originale:




Delicious

