La colossale follia della Conferenza di Sharm el-Sheikh

04/03/2009
 
Le promesse internazionali fatte lunedì 2 marzo a Sharm el-Sheikh, per un valore di circa 4,5 miliardi di dollari in aiuti ai palestinesi allo scopo di ricostruire la Striscia di Gaza e promuovere lo sviluppo nella Cisgiordania, sembrano un’enorme follia rispetto al contesto politico in cui sono state compiute. La generosità finanziaria da parte dei donatori è stata in larga parte compensata dalla loro codardia su due fronti politici: nell’affrontare Israele in merito al rispetto del diritto internazionale nei confronti della popolazione palestinese sottoposta all’occupazione; nel prendere coscienza delle realtà politiche palestinesi, specialmente della legittimazione e del ruolo di cui gode Hamas.

Sotto entrambi gli aspetti, i generosi finanziatori non sembrano voler ammettere che stanno perpetuando un dispendioso ciclo di ricostruzioni in Palestina, a livello internazionale e palestinese, che viene vanificato dalle ripetute distruzioni israeliane compiute attraverso la guerra, seguite da ripetuti periodi di ricostruzione. Questo ciclo ricorrente è impressionante per il suo spreco assoluto, ma anche per ciò che rivela sulla volontà della comunità internazionale di usare gli aiuti per la ricostruzione come strumento politico – un metodo fallimentare che dovrebbe essere abbandonato a favore di un approccio più produttivo.

Era stato già abbastanza negativo il fatto che, negli ultimi anni, il governo israeliano fosse stato capace di convincere gli Stati Uniti ad adottare in gran parte le sue posizioni sul conflitto arabo-israeliano; vi era stato un altro passo indietro due anni fa, quando anche i membri del Quartetto (gli USA, l’Unione Europea, le Nazioni Unite e la Russia) si erano posizionati al fianco di Israele rifiutando di trattare con Hamas fino a quando quest’ultimo non avesse riconosciuto Israele e fermato la resistenza armata. Questa tendenza adesso è andata oltre, schierando un vasto insieme di donatori che sembrano intenzionati ad usare i loro aiuti per cercare di rafforzare l’autorità del presidente palestinese Mahmoud Abbas, negando contemporaneamente ogni legittimazione a livello internazionale ad Hamas, e ignorando le azioni israeliane sul terreno che hanno fatto sì che le possibilità di pace appaiano così distanti.

Questo accade mentre Israele mette in chiaro che ha intenzione di continuare ad espandere i suoi insediamenti nella Cisgiordania occupata, e mentre la coalizione che presumibilmente governerà Israele sembra rappresentare un passo indietro nel processo di pace – a causa del suo rifiuto di accettare ufficialmente la creazione di uno stato palestinese in Cisgiordania e a Gaza come condizione realistica per un accordo permanente. Riversare grandi somme di denaro nella ricostruzione palestinese, ed allo stesso tempo rafforzare un contesto politico che perpetua soltanto la metodica distruzione delle istituzioni palestinesi per mano di Israele, costituisce una dispendiosa follia nel migliore dei casi, e una complicità in azioni criminali nel peggiore.

Il pericolo più recente è che importanti attori esterni, come gli Stati Uniti e gli europei, ora cerchino di mettere sullo stesso piano la colonizzazione israeliana della Cisgiordania e di Gerusalemme e i piccoli, e per la maggior parte innocui, mini-razzi che Hamas e altri lanciano soprattutto nel deserto del sud di Israele. Queste non sono azioni che possono essere messe sullo stesso piano, e non dovrebbero essere legate insieme in una sorta di equivalenza morale o politica. Entrambe le parti devono fermarsi, se vogliamo che la pace e la normalità regnino, un giorno, per entrambi i popoli, ma una pace duratura richiede la capacità di affrontare le cause più profonde che sono alla base del conflitto.

Dal punto di vista palestinese, ciò significa far fronte all’assedio e allo strangolamento di Gaza, alla colonizzazione della Cisgiordania ad opera dei coloni israeliani, e alla più ampia questione dei profughi palestinesi del 1947-1948. Dal punto di vista israeliano, la pace richiede che i palestinesi e gli arabi vivano insieme ad uno stato israeliano a maggioranza ebraica che sia visto come legittimo, e pongano fine alla resistenza armata contro di esso. Questa è l’equazione che tocca la sostanza, i bisogni essenziali e i diritti di entrambe le parti.

Nascondere la colonizzazione israeliana della Cisgiordania e della Gerusalemme araba sotto un manto di denaro, mentre la colonizzazione di fondo rimane immutata, non ha funzionato nel passato e non funzionerà oggi. Il segretario di Stato americano Hillary Clinton lo scoprirà da sé abbastanza presto, non appena farà il suo ingresso nel difficile mondo delle politiche arabo-israeliane. La sua dichiarazione, lunedì scorso, alla conferenza per la ricostruzione di Gaza, che gli USA sostengono la creazione di uno stato palestinese al fianco di Israele rimarrà priva di qualsiasi credibilità o di qualsiasi influenza, se Washington continuerà ad acconsentire silenziosamente alla colonizzazione israeliana della terra palestinese.

La risoluzione di un conflitto deve partire da un chiaro ed onesto riconoscimento delle cause principali all’origine dello scontro. In questo caso, la risoluzione del conflitto richiede che sia assicurata l’integrità dello stato, sia per i palestinesi che per gli israeliani, e che siano rimosse le cause del loro comune esilio, dei loro diritti negati, e del loro senso di vulnerabilità nel recente passato. Usare miliardi di dollari in aiuti internazionali per mantenere in piedi gran parte dell’assedio israeliano a Gaza e, contemporaneamente, cercare ancora di appoggiare il governo Abbas ignorando il ruolo di Hamas, non avvicinerà nessuno ad un pace vera o alla sicurezza.

Ripetere gli errori e le discriminazioni del passato è un modo folle di avvicinarsi al processo di pace. Vi sono abbastanza adulti in Medio Oriente che si comportano come animali; l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno sono degli adulti all’interno della comunità internazionale dei donatori che agiscono come bambini.

Rami G. Khouri è un analista politico di origine giordano-palestinese e di nazionalità americana; è direttore dell’Issam Fares Institute of Public Policy and International Affairs presso l’American University di Beirut, ed è direttore del quotidiano libanese “Daily Star”

Titolo originale:

The monumental folly at Sharm el-Sheikh

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