26/03/2009
I recenti scontri verificatisi a Medina riportano in primo piano le tensioni esistenti fra l’emarginata comunità sciita dell’Arabia Saudita e la setta sunnita wahhabita dominante nel paese. Queste tensioni vanno ad aggiungersi al teso clima di scontro confessionale che pervade l’intero Medio Oriente, sullo sfondo della contrapposizione fra i paesi arabi sunniti e l’Iran sciita
Il 24 febbraio, si sono avuti violenti scontri tra i pellegrini sciiti e le forze di polizia e di sicurezza saudite all’entrata della moschea del Profeta Mohammed a Medina. Il momento e il luogo degli scontri potrebbero causare gravi ripercussioni per la sicurezza interna, se non per il governo stesso.
Circa 2.000 pellegrini sciiti si erano raccolti vicino alla moschea che ospita la tomba del Profeta per la commemorazione della morte di Mohammed, un atto di devozione che la setta wahhabita dominante in Arabia Saudita considera eretico ed idolatrico. A quel punto, la Mutawa’ah, la polizia religiosa della Commissione per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio, armata di bastoni e appoggiata dalla polizia che sparava in aria, ha cercato di disperdere i pellegrini. I pellegrini hanno resistito. Tre di loro sono morti e centinaia sono stati feriti nella fuga generale che ne è seguita. Un gran numero di pellegrini sono ancora in stato di arresto – tra loro 15 ragazzi adolescenti.
Poco dopo, rappresentanti della comunità sciita dell’Arabia Saudita hanno chiesto un incontro con il re Abdullah nel tentativo di liberare i detenuti. Il dialogo sembrava una strategia promettente appena dieci giorni prima, dato che Abdullah aveva annunciato un incoraggiante programma riformista per il paese. Ma il re ha rifiutato di incontrare la delegazione sciita.
La violenza fuori dalla moschea di Medina ha condotto a manifestazioni mai viste dinanzi alle ambasciate saudite a Londra, Berlino e L’Aia, con i dimostranti che chiedevano l’indipendenza dallo stato saudita.
Tali manifestazioni, ovviamente, in Arabia Saudita sono illegali. Ma la repressione interna è servita solo ad esportare e ad espandere il problema. E adesso la politica governativa di repressione, discriminazione e antagonismo nei confronti della comunità sciita e di altri gruppi politici discriminati, minaccia sempre più lo stato saudita di disintegrazione.
Gli sciiti rappresentano un caso particolare, costituendo il 75% della popolazione nella Provincia Orientale, la principale regione produttrice di petrolio del regno, e identificandosi in misura molto maggiore con la comunità sciita oltre il confine con l’Iraq, piuttosto che con lo stato saudita. In effetti, il rafforzarsi degli sciiti iracheni, a lungo oppressi, ha sollevato aspettative tra gli sciiti dell’Arabia Saudita, i quali sperano di poter ottenere anche loro uno status di primo piano.
Dal punto di vista del regime, in ogni caso, l’Iran sciita è adesso la minaccia più grave alla sicurezza. Le autorità saudite percepiscono le manifestazioni sciite come un’affermazione della politica iraniana, perché coincidono esattamente con la celebrazione del 30° anniversario della Rivoluzione Islamica dell’Iran. La repressione degli sciiti fa quindi parte della strategia del regno di rispondere al tentativo dell’Iran di ottenere l’egemonia regionale.
Ma questo modo di pensare è terribilmente miope. Solo trasformando l’attuale monolitica identità nazionale saudita/wahhabita dell’Arabia Saudita in un’identità più inclusiva, il regno potrà diventare un modello in grado di attrarre le sue minoranze. Oggi, l’emarginata comunità sciita è costretta a cercare legami e appoggi politici all’interno dei più ampi movimenti politici sciiti della regione, per compensare la discriminazione a cui va incontro in patria.
Dunque la scelta che devono compiere i governanti sauditi è dura: rafforzare gli sciiti all’interno del sistema, o vederli accrescere il loro potere attraverso alleanze esterne. La minaccia che ciò potrebbe rappresentare non è affatto puramente astratta: i confini del regno sono molto permeabili.
Finora, il re Abdullah non ha mostrato nessun segnale di voler optare per una politica di inclusione – nemmeno un gesto simbolico, come la nomina di un ministro sciita. Inoltre, Abdullah non è nemmeno in grado di fermare le stazioni televisive satellitari wahhabite che denunciano gli sciiti come ‘eretici’, o le centinaia di siti web wahhabiti che chiedono l’eliminazione totale della comunità sciita.
Ma i sauditi non wahhabiti, soprattutto gli sciiti, continuano ad opporsi al dogma di stato. Fino all’inizio di quest’anno, non avevano formato importanti o aperti movimenti di opposizione, a causa di una paura della repressione storicamente ben radicata. L’agitazione sciita risale alla fondazione del regno nel 1932, e scontri violenti con lo stato saudita ebbero inizio con la rivoluzione sciita nel vicino Iran.
La Rivoluzione iraniana ha portato ad una rivolta sciita nella Provincia Orientale nel novembre del 1979. Gli sciiti dell’Arabia Saudita, una comunità economicamente e politicamente emarginata, organizzarono una rivolta senza precedenti nelle città di Qatif, Saihat, Safwa, e Awamiyya. Decine di migliaia di uomini e donne domandarono la fine delle politiche di discriminazione contro gli sciiti.
Sebbene le forze di sicurezza saudite, la Guardia Nazionale e le forze della marina schiacciarono la ribellione, le tensioni interne che l’alimentarono rimangono. E l’Ayatollah Khomeini mise in discussione il monopolio ideologico degli Al-Saud e il loro controllo di Mecca e Medina. Khomeini mise in discussione il concetto stesso di monarchia nell’Islam, dichiarando che “coloro che hanno l’autorità” non sono i re ma i dotti religiosi.
Da lungo tempo, l’establishment religioso saudita sta in guardia nei confronti di questa realtà rivale e minacciosa. Sefr al Hawali, un importante rappresentante del clero wahhabita saudita, aveva avvertito dei pericoli derivanti dall’ “arco sciita” a seguito dell’intifada sciita del 1991 in Iraq. Ma a partire dalla guerra in Iraq del 2003, e con il rafforzamento degli sciiti in tutta la regione, il regime saudita si è trovato di fronte a comunità sciite di dimensioni considerevoli, irrequiete e politicamente ambiziose, nei vicini paesi del Golfo, specialmente in Kuwait e Bahrein, così come in Libano.
Le manifestazioni di Medina rivelano che gli sciiti sauditi adesso hanno acquistato sicurezza. Infatti, hanno formato un movimento di opposizione chiamato Khalas (Salvezza), con lo scopo di mobilitare la nuova generazione sciita nella Provincia Orientale. Alla luce dell’aggravarsi delle divisioni regionali e politiche, scontri come quelli verificatisi presso la moschea santa del Profeta potrebbero aumentare in termini di frequenza, ampiezza e violenza.
Mai Yamani è una ricercatrice saudita; è Visiting Scholar presso il Carnegie Middle East Center, con sede a Beirut; il suo libro più recente è “Cradle of Islam”
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