Harraga, la gioventù disillusa d’Algeria

09/04/2009

Il videoclip della canzone ” Bledi ya Bledi” di Baâziz passa prima e dopo tutti i telegiornali trasmessi dalle reti pubbliche fin dall’inizio della campagna presidenziale. ” Naazak ya bledi ma tkhalinich: io t’amo, mio paese, non lasciarmi”. Vi si vede un giovane, su una spiaggia, che si appresta a lasciare il proprio paese su una barca dalla quale i suoi amici gli fanno segno e che, alla fine, decide di restare. L’ amore per l’ Algeria l’ha riportato indietro.

Un modo romanzato di parlare degli harraga, questi giovani algerini che bruciano le frontiere (harrag significa ” chi brucia”) e partono a centinaia verso le coste europee, alla ricerca di una libertà che non trovano in Algeria e che la televisione via satellite fa loro balenare. Un modo anche di far vibrare una corda sensibile degli algerini e di incoraggiarli a non disinteressarsi del futuro del loro paese andando a  votare il 9 aprile alle elezioni. Tuttavia, la canzone di Baâziz, artista dalla reputazione ribelle, giunge a proposito: lo Stato teme un forte tasso d’ astensione che delegittimerebbe il suo candidato, il presidente uscente Abdelaziz Bouteflika.

Tutto ciò fa sorridere Hichem, lui che è stato fra i primi a partire nel 2006. Aveva seguito i suoi amici su un ” boté” , queste barche da pesca di 4 o 5 metri che gli harraga utilizzano per raggiungere l’ Europa. Sperava di farsi ” una posizione ” e ritornare in seguito.

Una cinquantina di corpi ripescati

 Nel 2008, i guardacoste algerini hanno intercettato più di 400 persone e ripescato circa una cinquantina di corpi. Per lo più uomini tra i 20 ed i 30 anni. Quanti sono partiti? Quanti sono scomparsi? Queste cifre non si conoscono. L’unica cosa certa è che sono in aumento costante dal 2005, anno in cui quest’emigrazione clandestina ha preso consistenza in Algeria. Con un costo tra i 100 e i 150 mila dinari a persona (cioè da 1.000 a 1.500 euro), il viaggio è del tutto realizzabile per chi si organizza un po’, vende la sua automobile, prende in prestito soldi dai suoi amici o mette soldi da parte per molti mesi.

“Quello del harrag sta diventando il modello di una parte della nostra gioventù”, constata Mohammed Kouidri, professore alla facoltà di scienze sociali di Orano. “All’inizio, si pensava che fosse la miseria che li spingeva a partire, ma in realtà è soprattutto il sogno di un altro modo di vivere. Qui”, spiega il sociologo, “i giovani vivono con molti divieti, e la destinazione – l’ Europa e l’ Occidente in generale – viene sublimata dai canali televisivi occidentali”. Le foreste di parabole lasciano immaginare quale influenza possono avere le trasmissioni, le serie televisive e le pubblicità venute dall’estero.

Chi ha un lavoro, chi un diploma, una famiglia o anche un po’ di denaro, gli harraga raccontano tutti questo male di vivere, questa mancanza di prospettive che caratterizza la loro generazione. Spesso, hanno difficoltà a trovare le parole per dirlo ma, in maniera smozzicata, evocano la difficoltà di vedere la propria fidanzata, di sposarsi o di avere  una propria casa”.

“Ho 30 anni e non ho niente”

 E’ nel 1986 che il visto è diventato obbligatorio per gli algerini che volevano venire in Francia, e dalla metà degli anni 1990, i visti sono molto difficili da ottenere. Hichem sa che ripartirà per l’Europa, ma questa volta in regola. Prepara i suoi documenti.

A seguito di un colpo di testa, questo giovane di 28 anni aveva lasciato il suo bell’appartamento a Orano, dove viveva con i suoi genitori, la sorella, il cognato ed i loro bambini. Si era imbarcato nel novembre 2006 dopo aver fatto molte richieste di visto presso il consolato francese: Hichem è stato fermato su un ” boté” con altre 63 persone, una retata record nella storia dell’emigrazione clandestina algerina, ed anche uno dei pochi casi in cui si trattava di una rete di contrabbandieri. Questo spiega perché è finito a trascorrere due mesi in prigione mentre a molti harraga intercettati viene inflitta soltanto una piccola ammenda.

Mohand, invece, è ritornato dalla Spagna una settimana fa. Dopo 17 giorni trascorsi in un centro di transito vicino ad Almeria, ha chiesto di essere rimpatriato, convinto che senza documenti non avrebbe potuto vivere “il paradiso europeo”. Aveva organizzato il viaggio con alcuni amici, senza trafficanti, come la maggioranza dei clandestini. “Non mi sento cittadino del mio paese, non ho alcun diritto”, spiega. “Ho un diploma di programmatore informatico ma lavoro come meccanico, vivo con mia moglie e mio figlio in una piccola casa con tutta la mia famiglia. Ho 30 anni e non ho niente…”

Seduto su una terrazza di Bouisseville, il villaggio vicino Orano da cui è partito, racconta la sua traversata.

“il sogno è cambiato”

” Io non ho mai capito”, riconosce Madani Barti, padre di un harrag scomparso. Brahim aveva una piccola attività commerciale, un’automobile, aveva tutto quello che voleva”. A oltre 50 anni, quest’uomo ha imparato lo spagnolo per rintracciare suo figlio scomparso nel naufragio della sua barca sulle coste spagnole, nel settembre 2007. Non avendo ottenuto il visto, egli ha proprio pensato di diventare harrag per andare a trovarlo, dice con un sorriso amaro che fa corrugare la sua pelle abbronzata. Da mesi, la metà del suo salario è dedicata alla ricerca di Brahim.

“C’è un baratro che separa i giovani d’oggi dalla generazione dei loro genitori”, osserva il sociologo Mohammed Kouidri. I loro genitori avevano anch’essi sogni di emancipazione, ma questi sogni si radicavano in un’Algeria in cui c’erano più libertà, più classi miste…oggi il sogno è cambiato”.

Le autorità hanno avviato alcune iniziative. Sono stati organizzati degli incontri, sono stati proposti degli aiuti per reinserire gli harraga al loro ritorno, ma pochi di loro ne hanno approfittato. Alcuni denunciano misure inefficaci, ed adottate solo a titolo d’esempio, altri affermano che tali misure stigmatizzano gli harraga.

In Algeria, il mito degli harraga continua a diffondersi come un fenomeno di moda. Nelle vie di Orano e nelle tribune degli stadi, nei villaggi vicini e sulle spiagge dell’ovest, giovani a gruppi cantano la musica raï. “E’ l’ultimo anno che sono qui…”, cantano sottovoce. Come una speranza, come uno sfogo.

Marie Nelle

Titolo originale:

Harraga, la jeunesse désenchantée d’Algérie

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