15/04/2009

Pochi giorni prima delle elezioni presidenziali in Algeria, poi ampiamente vinte dal presidente uscente Bouteflika, la giornalista francese Florence Beaugé tracciava sulle pagine del quotidiano Le Monde un quadro abbastanza sconfortante della società algerina, sfiduciata dalla politica, risucchiata da tendenze conservatrici, ed in preda ad una grave crisi di identità

La società algerina è più conservatrice rispetto a dieci anni fa, e le libertà delle donne sono minacciate. Anche la mentalità è regredita.

Nel 2000, il 27% degli algerini era favorevole all’ uguaglianza dei sessi (oggi lo è appena il 16%). La metà della popolazione si dichiarava pronta ad eleggere una donna alla presidenza della repubblica. Oggi, mentre il paese si prepara secondo ogni probabilità a rieleggere, giovedì 9 aprile, Abdelaziz Bouteflika per un terzo mandato presidenziale, soltanto un terzo degli abitanti prende in considerazione l’idea che una donna ricopra la suprema carica dello Stato. Altro esempio: in materia d’eredità, un algerino su due era d’accordo per una spartizione su base paritaria tra fratelli e sorelle. Meno di uno su tre oggi è pronto per una simile scelta.

Uno studio pubblicato nel mese di marzo ad Algeri dal “Centre d’information et de documentation sur les droits de l’enfant et de la femme” (Ciddef), riconosciuto per la qualità del suo lavoro, ha avuto l’effetto di una doccia fredda negli ambienti intellettuali algerini. “Quest’indagine conferma ciò che constatiamo sul terreno. Le donne pagano il prezzo di dieci anni di pressione islamista”, s’infervora l’avvocatessa Nadia Ait Zai, fondatrice del Ciddef.

Con la notevole eccezione della Cabilia, tutte le regioni dell’Algeria sembrano toccate da un’ondata retrograda. Solo due algerini su dieci sono favorevoli al fatto che le donne lavorino. In materia di abbigliamento, sette persone su dieci auspicano che ” tutte le donne e le ragazze algerine portino il hijab (il velo islamico)”. Gli adolescenti non si mostrano affatto più progressisti dei loro genitori (anche se le ragazze lo sono in misura maggiore dei ragazzi).

Che esista un legame tra questa regressione e la delusione causata dal fallimento del Fronte Islamico di Salvezza (FIS) nel suo tentativo di prendere il potere, quindici anni fa, è assolutamente chiaro. “La popolazione non spera più in una soluzione collettiva. Si accontenta di credere ad una salvezza individuale, attraverso il ripiegamento verso un Islam di tendenze salafite. Questo movimento non è politico. Riguarda la società ed i suoi costumi. Ciò avviene perché lo Stato ha lasciato fare”, osserva il sociologo Nacer Djabi.

In questo contesto, le enoteche si fanno sempre più rare. Le attività commerciali hanno la tendenza a chiudere i battenti all’ora della preghiera, anche ad Algeri. Gli algerini di confessione cristiana sono perseguiti in giudizio per ” proselitismo in ambiente musulmano”. Il numero di hijab cresce vertiginosamente. Le moschee sono sempre più piene di fedeli. A tutto ciò si aggiunga l’entusiasmo per i pellegrinaggi alla Mecca, in Arabia Saudita. La maggior parte di questi devoti è, secondo Nacer Djabi, costituita da nuovi ricchi “che praticano una religiosità di facciata, spesso ipocrita, dove l’apparenza prevale sulla sostanza”.

L’ Islam valore rifugio in un paese in crisi, ancora non ripresosi dagli “anni di sangue”? Molti la pensano così. Nouria Benghabrit-Remaoun, direttrice del “Centre de recherches en anthropologie sociale et culturelle” di Orano, da parte sua insiste sulla “grave crisi identitaria” che attraversano gli individui di sesso maschile.

Superati dalle ragazze nella corsa ai diplomi ed al successo, e destabilizzati dalla disoccupazione, gli algerini si ritraggono nella loro ultima roccaforte: i costumi, in particolare quelli delle loro sorelle.

La parte di responsabilità che le autorità hanno in questo processo è pesante. Mai le confraternite religiose, le zawiya (il termine indica le scuole o i conventi delle confraternite religiose (N.d.T.) ), sono state altrettanto corteggiate come nel corso di questi ultimi dieci anni. Peggio ancora, il potere ha sistematicamente combattuto l’ascesa di figure o di correnti capaci di rappresentare la società civile. Le elezioni presidenziali di giovedì 9 aprile ne sono un esempio perfetto: nessun candidato di valore è stato ammesso a competere con il presidente uscente, Abdelaziz Bouteflika.

L’ Algeria è destinata a voltare le spalle alla modernità? Nessuno sembra crederlo seriamente. “I giovani algerini sono in realtà strattonati da tutte le parti. Sono alla ricerca di modelli islamici positivi, come in Turchia” , afferma Said Benmerad, esperto del “Centre national d’études et d’analyses pour la population et le développement”. Questo docente dell’Università di Algeri cita come esempio il successo crescente, in Algeria, dei serial TV turchi che passano sulle televisioni arabe.

Queste influenze contraddittorie si avvertono a tutti i livelli ed in qualsiasi circostanza. Nel 2008, ad esempio, il presidente Bouteflika ha finanziato il pellegrinaggio alla Mecca di una cinquantina di personalità algerine.

Fra esse vi era Zahouani, una cantante di musica “rai” molto libera, che compone testi spesso audaci, o crudi. La cosa ha fatto grande scalpore.

Di ritorno dall’Arabia Saudita con il rispettabile titolo di “hajji” (titolo attribuito a chi ha compiuto il hajj, ovvero il pellegrinaggio (N.d.T.) ), la cantante incontra ora evidenti difficoltà a combinare in pubblico la sua vecchia vita con la nuova. Pur continuando ad indossare i suoi abiti sempre un po’ provocanti, porta allo stesso tempo il hijab!

Gli abitanti di Algeri, dal canto loro, si divertono piacevolmente: ” Coloro che hanno fatto il ‘pellegrinaggio Zahouani’ (dell’anno 2008) devono rifarlo poiché non è valido! Il buon Dio non l’ accetta”, scherzano. L’Algeria è anche questo…

Florence Beaugé è una giornalista esperta di questioni algerine; è corrispondente di Le Monde per i paesi del Maghreb; l’articolo qui proposto è apparso il 09/04/2009 sul quotidiano Le Monde

Titolo originale:

Algérie : un vote sans passion, une société gagnée par le conservatisme

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