Cisgiordania – La conferenza di Bil’in sulla resistenza nonviolenta

04/05/2009

Oltre alla resistenza armata, a cui viene sempre dato molto risalto dalla stampa internazionale, esistono forme di resistenza nonviolenta adottate dai palestinesi in Cisgiordania per opporsi alla costruzione del muro di separazione ed all’ampliamento degli insediamenti. Tali forme di opposizione sono il risultato di iniziative spontanee degli abitanti dei villaggi nel tentativo di impedire l’esproprio delle loro terre, che rappresentano la loro unica fonte di sostentamento

Il piccolo villaggio palestinese di Bil’in, situato nella Cisgiordania centrale, ha ospitato dal 22 al 24 aprile la sua quarta conferenza annuale sulla resistenza nonviolenta al muro di separazione israeliano ed agli insediamenti in Cisgiordania.

Certamente, le forme di resistenza pacifica e nonviolenta non sono qualcosa di nuovo per la società palestinese. Ciò che rende speciale la storia di Bil’in è che questo villaggio è il luogo in cui israeliani e palestinesi cominciarono a lavorare insieme per combattere contro la barriera di separazione e la costruzione degli insediamenti. Dimostranti locali ed internazionali hanno condotto settimanalmente manifestazioni nonviolente contro il muro israeliano a Bil’in per quattro anni.

Da quando le proteste hanno avuto inizio, un gran numero di israeliani si è unito al tentativo degli abitanti del villaggio di proteggere la propria terra. Jonathan Pollack, ad esempio, è un israeliano che prende parte alle proteste di Bil’in ogni settimana. Dice di venire a Bil’in perché sente che è un suo dovere. “Ciò che viene fatto qui viene fatto in mio nome, in quanto israeliano. E’ mio dovere venire qui ed aiutare gli agricoltori palestinesi a conservare le loro terre. E’ il requisito minimo per ogni israeliano”.

Eyad Burnat, uno degli organizzatori della conferenza, e presidente del comitato del villaggio contro la barriera di separazione e gli insediamenti israeliani, ha detto che la quarta conferenza ha continuato ad appoggiare i valori della nonviolenza.

“150 persone provenienti da differenti parti del mondo hanno preso parte alla conferenza oggi. Il nostro obiettivo è di appoggiare ed espandere la resistenza popolare nonviolenta ovunque”, ha detto.

Fra coloro che hanno preso parte alla conferenza vi erano delegazioni dal Sudafrica, il governo catalano, e Luisa Morgantini, vicepresidente del parlamento europeo, oltre a responsabili palestinesi, incluso il primo ministro palestinese ad interim Salam Fayyad ed il parlamentare palestinese Mustafa Barghouthi.

“La lotta di Bil’in è qualcosa di reale che dà speranza a tutti. Non abbiamo visto cadere il muro, abbiamo visto gli insediamenti crescere, ma allo stesso tempo io credo che sia così importante la lotta che Bil’in sta portando avanti, perché è anche un esempio per provare ad essere insieme in un movimento più grande”, ha detto Luisa Morgantini agli abitanti del villaggio ed ai loro sostenitori il secondo giorno della conferenza.

Abdullah Abu Rahmah, un altro organizzatore della conferenza, ha parlato ai convenuti a proposito della morte di un dimostrante palestinese, Bassem Abu Rahmah, che era stato ucciso una settimana prima della conferenza, durante la manifestazione settimanale. “Gridava, ‘smettete di sparare, avete ferito una donna israeliana…’ (dopo si è venuto a sapere che la donna ferita era francese). I soldati non gli hanno permesso di finire la frase. Gli hanno sparato e lo hanno ucciso”. Bassem era un agricoltore trentenne che aveva preso parte alla manifestazione settimanale del villaggio negli ultimi quattro anni.

Nel settembre 2007, la Suprema Corte di Giustizia israeliana aveva stabilito che la costruzione del muro attorno a Bil’in doveva essere interrotta. La Corte ha anche deciso che il tracciato del muro attualmente costruito sulle terre del villaggio deve essere ridefinito. Ma l’esercito tuttora rifiuta di attenersi al verdetto della Corte.

L’avvocato del villaggio, Michael Sfard, ha incontrato gli abitanti il secondo giorno della conferenza, mentre i delegati erano in viaggio per la Cisgiordania. Egli ha detto agli agricoltori: “Ora, due anni e mezzo dopo la prima decisione, e dopo due tentativi da parte dell’esercito di eludere l’applicazione della decisione, finalmente l’esercito ha pubblicato un nuovo tracciato. Se applicato, esso restituirà qualcosa come 750 dunum sui circa 2.000 dunum che erano stati sottratti in prima battuta” (quattro dunum equivalgono a un acro di terra).

La conferenza di tre giorni è terminata con la settimanale protesta non violenta del venerdì. Essa ancora una volta è sfociata nella violenza quando 25 dimostranti sono rimasti feriti dopo che i soldati israeliani avevano sparato proiettili di gomma e gas lacrimogeni verso di loro.

Ma anche con questi ostacoli, il messaggio di nonviolenza di Bil’in è diventato un modello per altri villaggi che hanno subito un’analoga sottrazione di terra. Ni’lin, Ma’sara, Al-Khader, Tulkarem, Tuwani, Beit Ummar sono solo alcuni dei villaggi che hanno adottato il metodo nonviolento di resistenza popolare iniziato a Bil’in quattro anni fa.

Malgrado la perdita di vite umane e le molte persone che sono state ferite, i dimostranti palestinesi, israeliani ed internazionali hanno promesso di continuare la loro resistenza nonviolenta, che essi ritengono sia il miglior modo per opporsi alla barriera di separazione israeliana ed alla costruzione degli insediamenti in Cisgiordania.

Ghassan Bannoura è un giornalista palestinese di Betlemme

Titolo originale:

Bil’in’s conference on non-violent resistance

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