05/06/2009
La guerra di otto anni contro l’Iraq, durante la quale l’Iran fu abbandonato da tutti, insegnò agli iraniani che essi sono soli in questo mondo. Poi, quando l’Iran ha intrapreso la strada nucleare, la risposta occidentale al programma nucleare iraniano ha dimostrato agli iraniani che essi avevano davvero intrapreso la strada giusta. L’Occidente ha inavvertitamente insegnato ai leader iraniani che uno viene preso sul serio soltanto quando presenta al mondo la propria “carta di credito nucleare” – scrive il professore iraniano Sadegh Zibakalam
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Da quando il programma nucleare iraniano divenne noto pubblicamente nel 2003, un gran numero di articoli, rapporti e analisi ne hanno investigato vari aspetti. Esiste tuttavia un aspetto importante che non è ancora stato compreso appieno. Esso riguarda il valore psicologico che molti iraniani, inclusa gran parte della leadership del paese, attribuiscono al programma nucleare.
Il programma nucleare ha significato per molti iraniani un senso di sicurezza, quasi un’assicurazione contro il rischio di venire attaccati dai potenti nemici del regime islamico. Alcuni analisti respingono questa affermazione e puntano il dito contro il comportamento della Repubblica islamica accusandola di crearsi nemici reali o immaginari. Se da un lato è vero che il comportamento dell’Iran sul piano internazionale, in particolare sotto l’attuale presidente intransigente, non gli dà la possibilità di avere molti amici, dall’altro la sensazione di minaccia che molti iraniani provano è molto più complessa di quella sottintesa nell’atteggiamento del presidente Mahmoud Ahmadinejad, e ha radici più profonde degli ultimi quattro anni in cui Ahmadinejad è stato al potere. Il fatto che il programma nucleare sia stata lanciato tra la fine degli anni ‘80 e l’inizio degli anni ‘90 dimostra che le motivazioni che sono alla base di tale programma si sono sviluppate durante gli anni ‘80.
Durante la lotta contro lo scomparso Shah dell’Iran nel 1978-79, i leader islamici, incluso il defunto Imam Ruhollah Khomeini, avevano la sensazione che il mondo esterno, comprese le potenze occidentali, non fosse contro di loro. Il sentimento di superiorità morale e di fiducia in se stessi tendeva a prevalere, e si intensificò dopo la Rivoluzione. I mezzi di informazione mondiali, in termini generali, trattarono i leader rivoluzionari iraniani come se fossero degli eroi che erano riusciti a rovesciare un dominatore dispotico e crudele. Il regime islamico fu ben accolto dalle principali potenze mondiali e venne immediatamente riconosciuto. Certamente vi furono delle esitazioni da parte dell’amministrazione Carter nello stabilire contatti diplomatici diretti con il regime islamico di nuova costituzione, ma il resto del mondo fu pronto a stabilire rapporti con Teheran.
In breve, i leader islamici non avevano motivo di temere il mondo esterno. Essi si spinsero addirittura al punto di cancellare alcune commesse di sofisticati armamenti che lo Shah aveva ordinato dagli Stati Uniti. La lista comprendeva missili a lungo raggio, caccia di ultima generazione, missili anti-aerei, sottomarini, navi da guerra e altri armamenti militari di attacco. A torto o a ragione, la prima generazione di leader rivoluzionari aveva la sensazione che l’Iran non avesse nemici, che non avesse contese con nessuno dei suoi vicini e che non dovesse prendere in considerazione la possibilità di combattere altri stati. Per questo motivo esso non aveva bisogno dell’enorme arsenale di armi che lo Shah aveva messo insieme, e che stava ancora ricevendo dagli Stati Uniti al momento della sua caduta. Anzi, la politica dello Shah di giocare il ruolo del cosiddetto “gendarme del Golfo Persico” era sempre stata criticata dai suoi oppositori, compresi gli islamisti che ora erano al potere. “Convertire i carri armati del paese in trattori”, questo era lo slogan lanciato ironicamente molti anni prima dall’Ayatollah Khomeini durante uno dei suoi attacchi contro lo Shah.
La guerra contro l’Iraq, tuttavia, mutò gran parte di quell’euforia iniziale. Tanto per cominciare, gli iraniani non si immaginavano che l’Iraq potesse invadere il loro territorio. In quanto regime giusto, popolare, rivoluzionario e islamico che godeva del sostegno del 98,5 per cento del suo popolo, era inconcepibile per i leader iraniani e per la popolazione nel suo complesso immaginare che un altro paese li potesse attaccare. Ancora più inconcepibile era il fatto che il mondo se ne stesse semplicemente in disparte, e nemmeno condannasse l’invasione del loro territorio ad opera di Saddam. Con stupore e orrore degli iraniani, né l’Occidente né l’Oriente, né gli Stati islamici né il mondo arabo, assolutamente nessuno fu disposto a condannare l’invasione dell’Iran da parte di Saddam, per non parlare poi della disponibilità ad offrire aiuto all’Iran per difendersi dalla potenza dell’esercito iracheno. Al contrario, tutti – la Comunità Europea, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, i vicini arabi dell’Iran e i leader islamici, incitarono ripetutamente l’Iran a trattenersi e a “tentare di risolvere la disputa in maniera pacifica”.
I nuovi leader dell’Iran impararono la loro prima amara lezione diplomatica: se vuoi restare indipendente sia dall’Occidente che dall’Oriente (uno degli slogan chiave della Rivoluzione Islamica), allora nessuno ti aiuterà persino se sei vittima delle più evidenti violazioni delle regole e delle norme internazionali. Gli iraniani impararono che, piuttosto che aspettare che la comunità internazionale agisse per obbligare gli iracheni a lasciare il loro paese, essi dovevano fare affidamento su se stessi.
Seguirono altre lezioni amare che gli iraniani dovettero imparare. Dopo aver allontanato gli iracheni con immensi sacrifici, guadagnandosi così l’ammirazione di tutto il mondo, all’Iran venne ancora una volta consigliato di accettare un cessate il fuoco e di avviare negoziati con il regime iracheno. A quel punto persino gli oppositori iraniani del regime risposero al mondo: “E dov’è la giustizia? Coloro i quali hanno invaso un altro paese resteranno impuniti?”. Il mondo mostrò una reazione simile nel momento in cui gli iracheni, violando le norme internazionali, fecero uso di armi chimiche. Con orrore dell’Iran, il mondo chiuse ancora una volta gli occhi di fronte alle atrocità commesse da Saddam nel momento in cui migliaia di iraniani furono uccisi da tali armi.
La guerra di otto anni contro l’Iraq insegnò agli iraniani che essi sono soli in questo mondo. Per ironia della sorte, durante la guerra molti iraniani forse sperimentarono quella stessa sensazione di solitudine e di abbandono da parte del mondo esterno che molti ebrei avevano provato nei campi di concentramento durante l’Olocausto. Per questo non fu un caso se, immediatamente dopo la guerra, la priorità della leadership iraniana divenne quella di trasformare il paese in una potenza nucleare.
Per ulteriore ironia, la risposta occidentale al programma nucleare iraniano ha dimostrato agli iraniani che essi hanno davvero intrapreso la strada giusta. Durante gli scorsi tre decenni l’unica questione riguardo alla quale l’Occidente ha preso sul serio l’Iran è stato il suo programma nucleare. L’Occidente ha inavvertitamente insegnato ai leader iraniani che uno viene preso sul serio soltanto quando presenta al mondo la propria “carta di credito nucleare”.
Sadegh Zibakalam è professore di Studi Iraniani presso l’Università di Teheran
Titolo originale:
The psychological significance of the Iranian nuclear program




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