In queste ultime due settimane la Repubblica Islamica d’Iran, meglio conosciuta ai più come l’antica Persia delle “Mille e Una Notte”, è costantemente sulle prime pagine delle nostre principali testate.
Inizialmente ha riscosso particolare risonanza il fatto che ben l’84% degli aventi diritto fosse andato a votare, una percentuale che farebbe impallidire le ben più basse affluenze a cui siamo abituati in Italia; successivamente l’attenzione è stata attratta dalle accuse di brogli mosse dai tre candidati perdenti; e infine, in questi giorni, assistiamo alle proteste di massa, le più grandi dalla nascita della Repubblica Islamica nel 1979, e allo spargimento di tanto sangue innocente.
Dando uno sguardo alla nostra stampa e ai vari blog si può notare una generale prudenza ispirata, da una parte, dalla Realpolitik dei nostri governi, e dall’altra dal dubbio plausibile inerente brogli di tale portata.
Passeremo innanzi tutto a vedere se siano stati possibili brogli elettorali di tale entità, e poi cercheremo di vedere quali possano essere gli sviluppi dei prossimi giorni.
Innanzitutto passiamo a sfatare un “mito” relativo ai “sostenitori” di Ahmadinejad, ovvero la sua popolarità nelle aree rurali. Qualora si desse uno sguardo pur fugace alle province iraniane (Azerbaijan Occidentale, Ardabil, Chaharmahal va Bakhtiyari, Khorasan, Zanjan, Sistan va Baluchistan, Kordestan, Gilan, Golestan, Hormozgan…) ove è più diffusa la percentuale di popolazione rurale, non si potrà non far caso al fatto che queste siano proprio quelle ove la presenza delle minoranze etniche è più diffusa (Turkmeni, Curdi, Azeri, Arabi, Gilaki, Lori, Baluchi…) e, tradizionalmente, in Iran il voto delle minoranze etniche è andato o ai Riformisti o a rappresentanti delle stesse. Questa considerazione di buon senso verrà poi supportata dal dato statistico riscontrato nelle elezioni presidenziali del 2005, ove si riscontrava che “a fronte di una maggior percentuale di popolazione rurale” il supporto ai tre candidati conservatori, come ad Ahmadinejad nello specifico, risultava “minore”; questo dato è stato invece completamente “omogeneizzato” alle recenti elezioni ove la correlazione fra Ahmadinejad e popolazione rurale è diventata praticamente una “funzione costante”.
La seconda anomalia riscontrata riguarda l’origine dell’aumento del voto ad Ahmadinejad (un incremento del 113% rispetto alle elezioni del 2005), ovvero un incremento di 13 milioni di voti rispetto al totale dei voti conservatori del 2005. Questa abnorme crescita potrebbe essere originata da tre fonti: i cittadini che non votarono nel 2005, coloro che votarono per Rafsanjani, e infine coloro che votarono per i Riformisti. Straordinariamente, i dati del 2009 mostrano come Ahmadinejad abbia ottenuto in 10 delle 30 province iraniane, oltre al voto cumulativo dei Conservatori, anche l’intero bacino elettorale di Rafsanjani, e abbia attinto abbondantemente anche fra i Riformisti (ironia della sorte, la provincia ove avrebbe attinto ben oltre il 44% dei voti riformisti sarebbe proprio il Lorestan, ovvero la regione di origine del candidato riformista, nonché rappresentante della minoranza etnica Lor, Karroubi).
La terza anomalia è legata al fatto che all’interno dell’Iran (in quanto nazione multi-etnica) le appartenenze locali hanno solitamente un forte peso elettorale; di conseguenza i pochi voti ottenuti da Mousavi, che è azero, nell’Azerbaijan Orientale, o da Karroubi in Lorestan, non sembrano verosimili. Inoltre, tradizionalmente il voto era caratterizzato da una forte “regionalizzazione” ed “etnicizzazione”; al contrario, nella recente tornata elettorale i risultati ottenuti da Ahmadinejad sono stati uniformi, permettendo la vittoria del presidente in 28 delle 30 province. In questa prospettiva, non sembra plausibile la maggioranza ottenuta da Ahmadinejad in Kordestan, provincia che solitamente o non va a votare o vota per i Riformisti (nel 2005 l’affluenza alle urne era stata del 37%, con al ballottaggio Karroubi e Moein).
Infine vi è la nota dolente delle province ove si è riscontrata una percentuale di votanti superiore agli aventi diritto. Questa anomalia può essere dissipata in parte grazie al fatto che in Iran non si deve necessariamente votare nella circoscrizione di appartenenza, per cui potrebbe esserci stato un fenomeno di “voto pendolare”; tuttavia inizia ad essere più difficile spiegare questo fenomeno di “migrazione elettorale” in presenza di una provincia, il Mazandaran, con il 100% dei voti, attorniata da altre tre province, Gilan, Zanjan e Qazvin, ove il voto è stato rispettivamente del 94, 93 e 92%; in questo caso sorgerebbe spontanea la domanda inerente l’origine di tali voti.
Superata la questione dei potenziali brogli, passiamo ora ad analizzare le imponenti manifestazioni che, nel trentesimo anniversario della Repubblica Islamica, hanno riportato alla memoria quelle che nel 1979 portarono alla caduta della Monarchia.
I manifestati, non più soltanto studenti, intellettuali e ricchi borghesi, ma anche operai, bazari, casalinghe, donne in chador o all’ultima moda, al grido di Allah Akbar (Dio è il più Grande), e con striscioni in verde, il sacro colore dell’Islam, reclamano tramite Moussavi il rispetto del proprio voto.
Ma quali sono le motivazioni che hanno unito le tante anime della protesta, oltre alla comune volontà di non voler più sentir parlare di supporto alla causa palestinese quando si fatica ad arrivare a fine mese, spossati dalle spese ordinarie e dalle prediche di regime che addossano tutti i mali del paese a un piano segreto sionista o americano!?
Queste proteste, molto probabilmente, esprimono la somma di tre componenti:
1. quella delle “Faide di Palazzo”. Moussavi, Karroubi, Rafsanjani e Khatami vedono nell’attuale situazione un’occasione per riacquistare il potere perso negli ultimi anni, o per cercare di salvare il proprio “nome” da accuse di corruzione o ignavia.
2. Vengono poi le persone normali che contestano il regime in piazza, con un certo grado di istruzione. Non si tratta né di esagitati né di sbandati. Sono soprattutto studenti, intellettuali, persone normali che si identificano nelle posizioni di alcuni clerici, quali il Grande Ayatollah Hossein Ali Montazeri, Nateq Nouri e Mostafa Tajzadeh. Desiderano cambiare la situazione, ma non tramite il rovesciamento della Repubblica Islamica: la loro finalità principale è quella di arrivare a un compromesso e ottenere risultati “realistici”. Inoltre cercano di controllare le proteste, al fine di evitare che la situazione degeneri dando così facile sponda a una reazione dura e sanguinosa del regime. Ideologicamente sono molto “eterogenei”, in quanto si possono trovare nelle loro file monarchici, difensori di una Repubblica Islamica riformata, comunisti, marxisti-islamisti, sostenitori di una democrazia laica, scontenti generici.
3. Infine vi è la terza componente, composta da una combinazione di umori differenti, la quale, approfittando del caos, vorrebbe passare all’azione e rovesciare il regime.
Ma quali saranno le prospettive di riuscita per un movimento così eterogeneo, al quale la Repubblica Islamica ha dimostrato, con l’uccisione di Neda Agha Soltan e l’arresto di Faezeh Rafsanjani, di non guardare in faccia a nessuno, sia che si tratti di una giovane donna di vent’anni o della figlia del più potente e facoltoso ecclesiastico d’Iran!?
La tenuta della protesta dipenderà principalmente da tre fattori, uno endogeno alla stessa e due esterni:
1. il primo è relativo alla capacità dei manifestanti di poter “reggere” alla sanguinosa repressione in corso pur in assenza di una leadership reale e credibile.
2. Il secondo ruota attorno alle “azioni” che l’Ayatollah Rafsanjani sta tessendo in gran segreto a Qom. Il potente “tycoon” ha dalla propria il voto di circa un terzo dell’Assemblea degli Esperti; questa Assemblea, costituita da 86 sacerdoti, ha il potere di scegliere e, in casi rari, rimuovere la Guida Suprema. Inoltre Hashemi Rafsanjani sta lavorando per ottenere dal Gran Ayatollah Sistani e dalla “Marja” di Najaf, la più alta autorità religiosa degli sciiti, il placet per una riforma “costituzionale” tesa alla creazione di un “Consiglio della Fatwa” composto da grandi Ayatollah. Qualora questi movimenti sotto traccia riuscissero, la posizione di Khamenei potrebbe essere fortemente compromessa. E’ difatti opinione concorde di molti analisti che, qualora i vertici del clero decidessero di “tagliare i ponti” con l’establishment al potere, smentendo così l’idea che il governo goda del loro appoggio, la posizione di Khamenei e di Ahmadinejad inizierebbe a diventare veramente scomoda in quanto, come dice lo studioso Abbas Milani: “Perderebbero consensi, e la loro tesi secondo cui accettare i risultati del voto è un dovere religioso verrebbe smontata”.
3. Il terzo fattore ruota attorno alla “tenuta” dei paramilitari. I fatti di questi giorni hanno dimostrato, finora, come essi non abbiano esitato a sparare indiscriminatamente sulla folla. Nella sua opera “Anatomia della Rivoluzione”, Crane Brinton aveva osservato che, “nessun governo è mai caduto sotto i colpi dei propri avversari fino a quando non ha perso il controllo delle proprie forze armate o ha perso l’abilità ad usarle effettivamente.” Per quanto possano essere “isolate” dal resto della società, tendenzialmente le forze di sicurezza non smaniano di sparare sulle manifestazioni costituite da grandi agglomerati di persone; e non solo per questioni di etica e morale. Difatti, in questi casi, è sempre possibile che coloro che oggi manifestano possano un domani andare al potere e, in quel caso, i più attivi nella repressione potrebbero trovarsi in una brutta situazione. Studi effettuati su precedenti casi, primo fra tutti la Rivoluzione Islamica del 1979, hanno dimostrato come le rivolte popolari riescano quando una percentuale delle forze di sicurezza, dopo aver deciso di non sparare sulle folle, sceglie di prenderne le parti. Anche una modesta defezione iniziale potrebbe trasformarsi in breve tempo, a cascata, in un fenomeno di entità maggiore e così minare fortemente la capacità di tenuta della Repubblica Islamica.
La domanda è ora cos’avverrà nei prossimi giorni. Potremmo prevedere un allargamento delle “crepe” attualmente presenti all’interno del gruppo dirigente, con un conseguente “rimpasto” che accontenti le varie componenti o, al contrario, potremmo presumere una vittoria della repressione e un consolidamento delle posizioni di Ahmadinejad, il quale sotto la copertura della lotta alla corruzione potrebbe disfarsi per sempre di potenti oppositori interni quali Rafsanjani.
Se tuttavia, in presenza di tutte le variabili sopra citate, è praticamente impossibile dare una previsione sui futuri accadimenti, si potrà invece dire con convinzione come i fatti di questi giorni abbiano costituito un punto di non ritorno per la Repubblica Islamica. A prescindere da qualsiasi futuro sviluppo, in queste due settimane sono caduti vari “veli”:
1. In primo luogo, è caduta la convinzione, fortemente maturata nel periodo pre-elettorale, che si potesse cambiare il sistema “dall’interno”. La Repubblica Islamica ha finora dimostrato un alto grado di resilienza a qualsiasi cambiamento, sia esso endogeno o esogeno, e gli iraniani, purtroppo sulla loro pelle, hanno oramai “interiorizzato” questo punto.
2. Il secondo “velo” caduto riguarda la “compattezza” del regime. Se fino a poco tempo fa, il sistema tendeva a “lavarsi i panni sporchi in casa”, oggi stiamo assistendo per la prima volta dopo quasi trenta anni a una resa dei conti pubblica delle varie ali della Repubblica Islamica. Oramai è palese lo scontro fra la vecchia elite clericale, che ha governato nel bene o nel male l’Iran in tutti questi anni, e la nuova generazione di reduci della sanguinosa “Guerra Imposta” (la guerra Iran-Iraq). Ed è dal suo esito che dipenderà il futuro non solo dell’Iran ma anche dell’intera regione del Grande Medio Oriente. Paradossalmente le possibilità maggiori di trasformazione del sistema potrebbero venire dalla vittoria della frangia vicina ad Ahmadinejad in quanto, avendo una “coloritura” meno “religiosa” e più schiettamente “nazionalistica”, essa potrebbe portare la Repubblica Islamica verso uno slittamento graduale ma costante del fattore “clericale” in quello “militare”.
3. L’ultimo “velo” riguarda la figura di Khamenei. Nella Repubblica Islamica per come l’aveva concepita Khomeini, il Rahbar (la Guida Suprema) aveva il compito di essere “supra partes” e di cercare di ottenere, tramite il consenso popolare, un compromesso fra le varie esigenze del sistema, fossero esse a livello delle “stanze del potere” o dei “vicoli di Tehran bassa”. Se vi è discordanza di opinioni sul perché Khamenei abbia deciso di infrangere questa “tradizione”, vi è invece piena concordanza sul fatto che egli si sia nettamente schierato con Ahmadinejad contro Mousavi e Rafsanjani. E questo suo prender parte attiva potrebbe essere considerato, in ultima analisi, come il più grave fra i vari punti di criticità che abbiamo finora analizzato, in quanto un Rahbar che non faccia più da punto di equilibrio del sistema andrebbe inesorabilmente ad inficiare tutto il sistema del Velayat-e-Faqih.
Mohammad Baheli è un analista geopolitico indipendente di origine iraniana, madrelingua italiano e persiano; ha elaborato diversi articoli di analisi geopolitica ed economica sull’Iran e sull’Asia Centrale e partecipato alla stesura di “Guide Paese” inerenti vari paesi del Medio Oriente; Ha redatto in passato una Rassegna Stampa Settimanale Tematica sull’Iran – tratta dalle testate internazionali in lingua inglese e dalle nazionali iraniane in persiano; è stato senior researcher presso il Globe Research & Publishing



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