Gli errori di valutazione abbondano in Iran

29/06/2009

I disordini in Iran denotano uno scontro tra due segmenti della società. L’uno persegue una radicale liberalizzazione sociale, l’altro invoca la stretta adesione ai principi religiosi. Tuttavia la posizione intransigente assunta da entrambe le parti può soltanto condurre verso ulteriori conflitti – scrive l’analista iraniano-canadese Shahir Shahidsaless

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Ventotto anni fa, il 20 giugno 1981, dopo quasi due anni di attriti tra l’Organizzazione dei Mujahideen-e Khalq (MKO) – un gruppo militante rivoluzionario – e l’Ayatollah Ruhollah Khomeini – il leader iraniano della Rivoluzione del 1979 – il contrasto sfociò in un conflitto armato. Gli ayatollah attaccarono i leader dell’MKO ed i loro seguaci come non credenti e “monafeq” (ipocriti nascosti nella società islamica). Khomeini incoraggiò la gente ad opporsi al movimento. L’MKO fu costretto a entrare in clandestinità, ma l’aspra campagna contro di esso, che costò la vita a centinaia di seguaci del movimento, schiacciò e sradicò l’organizzazione dal paese.

Ora la storia si sta ripetendo in maniera terribile. Tuttavia, se i due eventi appaiono ingannevolmente simili in superficie, in realtà esistono fondamentali differenze fra essi.

Minacciata dai sostenitori dello sconfitto candidato presidenziale Mir Hossein Mousavi, la Guida Suprema Ayatollah Ali Khamenei, in quanto parte dell’elite dominante, ha lanciato un messaggio inequivocabile durante il suo recente sermone del venerdì. “Le sfide in piazza dopo le elezioni non sono la giusta cosa da fare…io voglio che ognuno ponga fine a questo tipo di azioni. Se essi non porranno fine a queste azioni, le conseguenze ricadranno su di loro…io non cederò. Notate che è un’impressione sbagliata quella di alcuni che pensano di poter esercitare, attraverso i raduni di piazza illegali, una forma di pressione contro il sistema”, ha detto Khamenei all’enorme folla riunita all’Università di Teheran.

L’impaziente Khamenei non ha atteso che il Consiglio dei Guardiani – organismo composto da 12 membri – prendesse in esame le denunce di brogli. Nello stesso discorso, egli ha completamente escluso una frode elettorale, affermando: “A volte la differenza [fra i candidati] è di 100.000, 500.000 o anche 1 milione di voti. In quel caso si può dire che potrebbero esservi stati dei brogli, ma come è possibile falsificare 11 milioni di voti?”

Come ci si aspettava, due giorni dopo il suo discorso, il Consiglio dei Guardiani ha annunciato che “il numero di voti che potrebbe essere stato interessato da fenomeni come, ad esempio, un numero di schede consegnate superiore agli aventi diritto, potrebbe essere di poco superiore ai 3 milioni, e in ogni caso non influenza l’esito delle elezioni”.

Ma Mousavi non ha fatto marcia indietro. In una dichiarazione senza precedenti, egli ha lanciato un attacco direttamente contro l’ayatollah, sfidando la sua autorità. “Protestare contro le menzogne e i brogli è un vostro diritto”, ha affermato. Sebbene egli fosse stato messo in guardia dal Consiglio per la Sicurezza Nazionale e dalla polizia a non organizzare cortei, Mousavi, rivolgendosi ai suoi sostenitori, ha scritto: “Continuo a credere fermamente che la richiesta di annullare il voto e di ripetere le elezioni sia un preciso diritto che deve essere preso in considerazione da una delegazione imparziale e affidabile a livello nazionale, invece di scartare i risultati di una simile indagine a priori, o di impedire alla gente di manifestare minacciando un bagno di sangue. Il Consiglio per la Sicurezza Nazionale, invece di rispondere ai legittimi interrogativi della gente sul ruolo delle forze in borghese nel disperdere la folla attraverso le intimidazioni, attribuisce ad altri la colpa degli spargimenti di sangue”.

Il ministro degli esteri iraniano Manuchehr Mottaki ha detto mercoledì scorso che l’Iran potrebbe “declassare” i legami con la Gran Bretagna, accusando Londra di ingerirsi nei disordini post-elettorali protrattisi sulle strade dell’Iran per oltre due settimane.

L’annuncio è giunto due giorni dopo che il primo ministro britannico Gordon Brown aveva dichiarato che due diplomatici iraniani erano stati espulsi per “rappresaglia” dopo che Teheran aveva ordinato a due diplomatici britannici di lasciare il paese. Il ministro iraniano dell’intelligence, Gholamhossein Mohseni-Ejei, aveva affermato mercoledì scorso che alcune persone con passaporto britannico “avevano un ruolo nei disordini”.

Decine di migliaia di persone hanno protestato quotidianamente per le strade di Teheran e di altre città, dopo che il presidente Ahmadinejad è stato rieletto il 12 giugno per un altro mandato di quattro anni. Secondo quanto riferito, almeno 17 persone sono state uccise negli scontri con la polizia, con i militanti basiji in borghese e con le forze di sicurezza.

Nel tentativo di confermare la propria autorità, Khamenei ha commesso un fatidico errore. Egli si è visto nella posizione di Khomeini, ed ha visto i manifestanti e Mousavi nella posizione dei Mujahideen-e Khalq (MKO), in uno scenario simile alle rivolte del 1981. Khamenei non si è reso conto che non aveva a che fare soltanto con un gruppo politico radicale.

Anche i controversi risultati delle elezioni mostrano che Mousavi aveva l’appoggio di 14 milioni di persone. Si tratta di un movimento popolare per il cambiamento in Iran. Fra questi 14 milioni di persone figurano intellettuali di primo piano, scrittori, artisti, studenti universitari, professori, e giovani ed istruiti abitanti delle città. Schiacciare la protesta equivale a soffocare un’ampia fascia della società, lasciando la gente in preda alla collera ed al risentimento nei confronti del sistema.

Sorprendentemente, lo stesso errore di valutazione si applica al fronte di Mousavi. La sua valutazione degli eventi in termini di una contrapposizione fra il popolo ed il “dittatore” ha delle pecche, così come ne ha la percezione di Khamenei e dell’elite al potere di una umma (nazione) islamica contro “la polvere e il fango”, come ha voluto suggerire Ahmadinejad.

Secondo un documento che a quanto pare sarebbe stato fatto trapelare dal personale del ministero dell’interno responsabile della sicurezza della rete informatica, il reale numero di voti a favore di Mousavi e di Ahmadinejad sarebbe stato di 19 e di 11 milioni rispettivamente. Il documento è stato ampiamente diffuso su internet dal fronte di Mousavi, il quale lo ha indicato come una prova del reale esito delle elezioni presidenziali.

Assumendo come valore nominale il conteggio appena citato – 11 milioni di voti per Ahmadinejad – non si può etichettare gli eventi in corso in Iran come una contrapposizione del popolo contro il governo, come viene fatto da molti media occidentali, poiché anche il governo gode di un forte appoggio popolare.

La realtà che è passata inosservata ai media occidentali è che la crisi attuale non riguarda una contrapposizione fra il popolo ed un regime totalitario. Piuttosto si tratta di una battaglia fra due diversi segmenti della società. L’uno persegue una radicale liberalizzazione della società, mentre l’altro invoca una stretta adesione ai principi religiosi. Si tratta di una situazione straordinariamente unica. Si tratta di “tradizione” contro “modernità”.

La battaglia fra questi due fronti fu aspra e spietata all’epoca dello Shah, prima della sua cacciata nel 1979. Fu la ragione alla base della Rivoluzione, ha continuato a rimanere presente fino ad oggi, e si estenderà nel prossimo futuro (si veda “Iran to US: “It’s a culture thing”, Asia Times Online, May 15, 2009).

Chiamare la crisi attuale “rivoluzione di velluto”, “rivoluzione colorata”, o di qualsiasi altro tipo è un’idea assolutamente sbagliata. Molti nei mezzi di informazione occidentali hanno mal compreso la situazione, facendo propria l’idea che le elezioni erano una frode e che, perciò, la gente si era rivoltata contro il governo con slogan come “morte al dittatore” e “dov’è il mio voto”. Essi non sono riusciti a vedere che la base che appoggia Ahmadinejad è anch’essa diffusa, fra i segmenti più devoti della società iraniana.

Nel suo discorso senza compromessi, in cui ha pronunciato 15 volte la parola “nemici” (o “nemico”), ed ha attribuito all’Occidente la responsabilità degli eventi post-elettorali, Khamenei si è dimostrato incapace di distinguere fra le dinamiche dell’attuale movimento e la rivolta dell’MKO nel 1981. Allo stesso modo, il fronte di Mousavi, convinto che questa sia un’elezione falsata, non riconosce il massiccio appoggio di cui gode Ahmadinejad fra i poveri delle aree urbane e suburbane. Questo fronte tende a dipingere la crisi come una contrapposizione fra il popolo e la dittatura.

Behzad Natavi, un importante teorico riformista che è stato arrestato la scorsa settimana, dopo le elezioni del 2005 aveva scritto: “Guardate il voto a Teheran. E’ così accurato. Al primo turno, la gente da Piazza della Rivoluzione (Meidane Enghelab) alla parte nord della città [dove vivono i cittadini di livello socio-economico più elevato] ha votato per Mostafa Moein [un candidato riformista], ed al secondo turno Rafsanjani ha ottenuto un’ampia maggioranza di voti in questa stessa zona. Più andiamo a sud [verso i quartieri più poveri] e più troviamo gente che vota per Ahmadinejad”. Ahmadinejad sconfisse Rafsanjani al secondo turno nel 2005.

Shahir Shahidsaless è un analista politico iraniano-canadese che scrive principalmente su riviste e pubblicazioni in lingua persiana; si occupa di Medio Oriente e di affari internazionali

Titolo originale:

Miscalculations abound in Iran

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