Iraq: escono di scena le truppe americane, arriva l’anarchia?

30/06/2009

Mentre le truppe americane si ritirano dalle città irachene, l’incertezza regna sovrana nel paese. I recenti attentati su vasta scala nell’area di Baghdad, di Kirkuk, ed in altre regioni, fanno temere che l’Iraq si stia incamminando verso un altro periodo di instabilità – scrive il corrispondente Salah Hemeid

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Mentre si avvicina la scadenza per il ritiro delle truppe americane dai centri urbani dell’Iraq, persistono i dubbi sulla reale prontezza delle forze di sicurezza irachene a prendere il controllo delle città. Le preoccupazioni riguardo a possibili insuccessi sono cresciute questa settimana dopo una serie di letali attacchi che hanno ucciso e ferito centinaia di iracheni. Il ridispiegamento delle truppe è parte dell’Accordo di Sicurezza firmato da Baghdad e Washington a novembre, che prescrive che gli americani ritirino le truppe da combattimento dalle città entro la fine del mese come primo passo verso un ritiro completo entro il 2012.

Ma, mentre gli americani si preparano a consegnare agli iracheni i loro avamposti militari nelle città e nei villaggi, la violenza è cresciuta considerevolmente, sollevando interrogativi sulle possibilità di successo di questo provvedimento in assenza di una soluzione politica delle varie controversie irachene. Il governo iracheno ha solennemente dichiarato che gli ultimi attacchi, incluso quello che ha ucciso circa 80 persone a Taza, una cittadina abitata principalmente da turcomanni sciiti nella provincia di Kirkuk, non lo avrebbero spinto a riconsiderare la scadenza per il ritiro americano, ed ha ribadito che le forze di sicurezza irachene sono pronte a colmare il vuoto di sicurezza che si creerà con il ritiro americano. Il primo ministro Nuri al-Maliki ha anche dichiarato il 30 giugno un “giorno di vittoria” ed ha invitato a svolgere delle celebrazioni nazionali.

Il governo sostiene che la violenza sia diminuita negli ultimi mesi al livello più basso dal 2006, quando si assistette alle violenze settarie seguite all’attentato al santuario sciita di Samarra, a nord di Baghdad. Sostiene anche di aver completato i piani volti a preparare il suo neonato esercito e le forze di sicurezza a questa difficile sfida. Il portavoce del ministero dell’interno Abdul-Karim Khalaf ha detto alcuni giorni fa che il ritiro americano darà agli iracheni più potere per affrontare la violenza “poiché le truppe irachene non saranno più intralciate dalla necessità di coordinarsi con gli americani. Ciò permetterà agli iracheni una maggiore flessibilità per raggiungere rapidamente i loro obiettivi”.

Tuttavia, diverse voci critiche sostengono che le forze irachene non sono pienamente preparate ad assumersi una simile responsabilità, e che il paese potrebbe andare incontro ad un’altra esplosione di violenza settaria se il governo non prenderà misure concrete per porre fine alla discordia nazionale. Il camion bomba saltato in aria a Taza è stato l’attentato più devastante degli ultimi due mesi. Esso è stato seguito da una serie di attacchi mortali in diverse città, fra cui la stessa Baghdad.

L’escalation di violenza ha suscitato il timore che, quando gli americani se ne andranno, alcune città irachene potrebbero tornare ai giorni della guerra settaria di due o tre anni fa, soprattutto in zone instabili come la sciita Sadr City a Baghdad, e la città di Mosul, prevalentemente sunnita. Molti iracheni riconoscono che è necessario ulteriore impegno per mantenere la stabilità. Perfino importanti esponenti del governo, come il ministro degli esteri Hoshyar Zebari, hanno ammonito che gli attacchi potrebbero intensificarsi in vista delle elezioni parlamentari di gennaio, ponendo una seria minaccia al governo Maliki.

Per questa ragione, alcuni osservatori ritengono che, in alcune zone calde come Mosul, ai soldati americani potrebbe essere concesso di rimanere più a lungo. Il governo iracheno ha dichiarato che ad alcune forze americane sarà permesso di rimanere nelle città con compiti di consulenza anche dopo il 30 giugno. In base agli articoli dell’Accordo di Sicurezza, il governo iracheno può fare una simile richiesta, ed in tal caso le truppe americane continueranno a fornire supporto alle forze di sicurezza irachene.

Alcuni timori sono dovuti alle lacune nelle competenze delle forze di sicurezza irachene, nella loro preparazione logistica e professionale, e nell’imparzialità della loro condotta. Ad esempio, l’esercito iracheno non dispone di armi pesanti, di elicotteri da combattimento e di aerei da guerra per combattere una ribellione. Vi sono notizie che parlano di morale basso, inefficienza, indisciplina e corruzione tra le forze del governo. E’ opinione ampiamente diffusa che l’esercito e le forze di sicurezza siano sotto il controllo di comandanti sciiti fedeli al governo, che è a sua volta dominato dagli sciiti.

Altri timori sono legati all’incapacità del governo di giungere ad una riconciliazione nazionale con i suoi oppositori che chiedono la fine del sistema di condivisione del potere su base settaria ed etnica, un sistema disegnato dagli Stati Uniti. Con le indecisioni di al-Maliki, appaiono molto scarse le prospettive di una soluzione politica a breve termine per porre fine alla spaccatura nazionale e riconciliare rivendicazioni contrapposte e obiettivi in competizione. Al-Maliki perderà l’appoggio popolare di cui godeva dopo aver schiacciato le milizie ribelli, se le forze di sicurezza non saranno in grado di svolgere efficacemente il loro dovere.

Un altro grosso problema è che il governo iracheno è stato danneggiato dall’abbassamento dei prezzi petroliferi e dalla riduzione delle entrate, che ha reso più difficile il reperimento dei fondi per ampliare le forze di sicurezza e migliorare le loro capacità. Il portavoce del ministero dell’interno ha recentemente rivelato che il ministero ha richiesto altri 62.000 poliziotti per migliorare la sicurezza, ma ha riconosciuto che è difficile trovare i finanziamenti necessari a causa del calo degli introiti petroliferi e dei tagli di bilancio.

Un altro problema è il futuro dei Consigli del Risveglio, i gruppi della milizia araba sunnita noti anche come milizie Sahwa, che finora non sono state pienamente integrate nelle forze armate come era stato previsto dagli americani, i quali avevano contribuito a creare questa forza di 120.000 uomini nel tentativo di combattere i ribelli e di cooptare gli arabi sunniti nel processo politico. La riduzione dei livelli di violenza durante lo scorso anno è stata in gran parte attribuita alla disponibilità degli ex ribelli all’interno dei Consigli a prendere parte alla battaglia contro gruppi sunniti più intransigenti come “al-Qaeda in Iraq”. Lo scorso aprile, il governo iracheno si è assunto la piena responsabilità di stipendiare queste milizie, ma ha ritrattato le proprie promesse di incorporarle nelle forze armate, mettendo in pericolo l’accordo e rischiando il ritorno ad una fase di guerra settaria.

In sostanza, tuttavia, il problema è politico. Per risolverlo, l’Iraq ha bisogno di una riconciliazione nazionale credibile che coinvolga tutti i gruppi iracheni – una riconciliazione che ponga fine al monopolio che alcuni gruppi esercitano sul potere a nome della loro setta o della loro etnia di appartenenza. Gli ottimisti come Staffan de Mistura, che sta lasciando il suo incarico di alto inviato dell’ONU in Iraq, affermano che i recenti picchi di violenza sono “tentativi di elementi o gruppi isolati che tentano di generare un senso di insicurezza”, ma simili frettolosi giudizi dovrebbero essere considerati con scetticismo. Una valutazione più sobria ci dice che l’Iraq sta andando verso un altro periodo di incertezza, se non di instabilità.

Salah Hemeid è corrispondente dall’Iraq per il settimanale egiziano ‘al-Ahram Weekly’, sulle cui pagine  questo articolo è apparso il 25/06/2009

Titolo originale:

Troops out, anarchy in?

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