04/07/2009

I curdi, una volta tallone d’Achille della Turchia, potrebbero diventare la sua maggiore risorsa, una sorta di cuscinetto contro un instabile Iraq ed un emergente Iran – scrive l’analista Ranj Alaaldin

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Le recenti aperture della Turchia nei confronti dei curdi, entro e al di là dei suoi confini, rappresentano una grande svolta politica da parte di Ankara. Sul piano interno, il presidente turco Abdullah Gul ha dichiarato che la questione curda è il ” problema più urgente del paese “, mentre oltre confine, nella città curda irachena di Erbil, una conferenza nel mese di febbraio ha riunito più di 100 funzionari di stato e accademici provenienti sia dalla Turchia che dalla regione del Kurdistan iracheno. Ancora più notevole è il fatto che Gul ha di recente visitato l’Iraq e ha incontrato Nechirvan Barzani, primo ministro del governo regionale del Kurdistan. Si tratta della prima volta che un leader turco incontra formalmente un rappresentante del governo curdo.

Con più di 25 milioni di curdi a cavallo tra la Turchia, l’Iraq, l’Iran e la Siria, senza uno stato che possano reclamare come proprio, c’è ancora molto da fare per una completa risoluzione del problema curdo. L’impegno della Turchia con il governo regionale curdo (KRG) e i tentativi di affrontare apertamente e correttamente il problema curdo per la prima volta, tuttavia, rappresentano un progresso sostanziale.

Se poi il generale Ilker Basbug, comandante dell’esercito turco (un’istituzione tradizionalmente anti-curda), parla della necessità di affrontare il problema curdo dal punto di vista delle sue radici sociali ed economiche, o afferma che “anche un terrorista è un essere umano”, la situazione appare ancora più promettente. Si tratta, dopo tutto, della stessa Turchia che storicamente ha negato l’esistenza dell’identità curda, ha soppresso i diritti umani e civili dei curdi, e che ha combattuto una battaglia interna contro l’organizzazione turca (ma di etnia curda) dei guerriglieri del PKK, con conseguenti 30.000 morti o più.

Allo stesso modo, le relazioni con i vicini curdi iracheni storicamente sono state caratterizzate da un clima di sfiducia e d’odio come conseguenza dei problemi connessi con l’autonomia del KRG, con le ambizioni di quest’ultimo di annettere Kirkuk, città ricca di petrolio (i turchi ritengono che essa possa rappresentare il motore economico di un eventuale futuro stato curdo), e come conseguenza delle innumerevoli incursioni militari turche nel territorio del KRG per colpire obiettivi sospetti appartenenti al PKK. La Turchia, ancora nel 2007, aveva rifiutato di riconoscere e di trattare con il KRG.

Ora, però, la realtà geopolitica esige che vengano coltivate nuove relazioni per affrontare le nuove sfide. Intraprendendo passi sinceri per porre rimedio al problema curdo interno – per esempio, attraverso la creazione di un canale televisivo statale, operativo 24 ore su 24 –, la Turchia avanza verso la stabilità, la prosperità e un’eventuale adesione all’Unione Europea. Ma essa pone anche le fondamenta – altrimenti difficili da stabilirsi – su cui costruire un rapporto sostenibile di reciproco interesse con il KRG, una relazione basata sulla cooperazione strategica e di sicurezza, che contrasti il crescente raggio d’azione dell’Iran.

Il KRG offre ad Ankara la possibilità di contrastare l’espansionismo iraniano, senza correre il rischio di alienarsi Teheran: la Turchia è fortemente legata all’Iran a causa del suo fabbisogno di energia (l’Iran fornisce un quinto del fabbisogno di gas naturale della Turchia) e si avvale di una crescente partnership economica con l’Iran che nei prossimi due anni – secondo le previsioni – porterà il volume d’affari a 20 miliardi di dollari.

Basandosi sulle opportunità economiche già sfruttate da circa 500 società turche che attualmente operano nella regione curda, relativamente stabile e ricca di risorse, la Turchia costituisce con il KRG un asse di “laicità” che agisce da cuscinetto contro l’instabilità del resto dell’Iraq.

Grazie a quest’asse, la Turchia, in primo luogo, controbilancia l’espansionismo iraniano e, in secondo luogo, impedisce la nascita di uno stato curdo indipendente (aprendo la strada, di conseguenza, a compromessi su questioni come Kirkuk). Inoltre, in qualità di protettrice del Kurdistan iracheno, di per sé privo di sbocchi, la Turchia contemporaneamente si assicura l’accesso alle enormi riserve di petrolio e di gas della regione e accresce il suo peso diplomatico.

Il KRG, come risultato di questa garanzia di inviolabilità a lungo termine, di una crescente cooperazione diplomatica ed economica, e dell’incrollabile sostegno turco alle esportazioni petrolifere curde, trae vantaggio dall’aumento degli investimenti stranieri, dal know-how tecnologico e dall’accesso ai mercati europei che la Turchia in quanto paese di transito potrebbe offrire, cosa che l’Iran non potrebbe invece concedere, e che Baghdad altrimenti riuscirebbe ad ostacolare.

La Turchia, naturalmente, per proteggere i suoi interessi di politica estera ha ancora la possibilità di scegliere Baghdad al posto dei curdi, o potrebbe stringere un’alleanza con entrambi. Infatti, il suo establishment nazionalista potrebbe ancora preferire la linea dura nei confronti del KRG, nella convinzione che ciò costringerebbe il KRG ad espellere il PKK (si veda l’accordo tra Iraq e Turchia ). Ma la Turchia e il suo establishment militare, che temono più l’Iran islamico che non l’isolato PKK, non hanno più possibilità di scelta. La Turchia si è già fatta sottrarre la pedina di Baghdad da Teheran, che ha addestrato, armato e finanziato i partiti sciiti al potere in Iraq.

La storia turco-curda e la complessità del Medio Oriente potrebbero suggerire, a prima vista, che non vi sia una via d’uscita dall’impasse tra turchi e curdi. Ma il tempo stringe per la Turchia. Incertezza e preoccupazione, le due caratteristiche della relazione turco-curda, potrebbero trasformare i curdi, lo storico tallone d’Achille della Turchia, nel suo bene più grande. Questa instabile regione dell’epoca post-Saddam assiste infatti ad una sempre minore influenza da parte dell’Occidente e ad un emergente e intransigente Iran, che può essere controllato, ma certamente non fermato.

Ranj Alaaldin è un ricercatore ed analista politico specializzato in questioni mediorientali; recentemente è stato in Iraq nel corso del suo lavoro di ricerca

Titolo originale:

Turkey rethinks the Kurdish question

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