09/07/2009
Nell’articolo seguente, l’iraniano Alireza Doostdar fornisce un’analisi della spaccatura che minaccia di far piombare la società iraniana in una fase di conflitto e frammentazione
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La copertura mediatica delle agitazioni politiche in Iran, da parte dei mezzi di informazione occidentali successivamente alle elezioni presidenziali del 12 giugno, ha per lo più presentato un’immagine uniforme del conflitto in corso nel paese: migliaia di sostenitori – essenzialmente giovani e liberali – del candidato presidenziale Mir-Hussein Mousavi hanno protestato contro ciò che essi considerano un’enorme frode, un “golpe” per rieleggere Mahmoud Ahmadinejad. Il governo, per paura di una sommossa popolare, ha risposto con l’uso massiccio della forza, uccidendo e ferendo manifestanti, arrestando attivisti e uomini politici, e imponendo un blocco all’informazione.
Gli analisti ripetutamente chiedono a se stessi e agli altri: “Si tratta di una rivoluzione?” E, ancora più ansiosamente: “Stiamo assistendo alla fine della Repubblica Islamica?”. A prescindere da come vogliamo considerare la questione della frode elettorale (apparentemente vi sono state alcune irregolarità, ma non vi sono prove schiaccianti di brogli diffusi), Ahmadinejad conserva un enorme sostegno popolare, che non è disposto a cedere le proprie posizioni. Invece di considerare gli eventi delle ultime settimane come segni di una rivoluzione in via di formazione, dovremmo analizzarli, assieme ai mesi di campagna elettorale che hanno condotto alle elezioni, come indicatori di una crescente frattura sociale e culturale che sta dividendo la società iraniana, e che lascerà un effetto durevole, indipendentemente dal modo in cui verrà risolta l’attuale crisi.
Mai una campagna elettorale aveva tanto polarizzato la società iraniana. Passioni e odio reciproco sono aumentati nel periodo precedente al voto, quando gli attivisti si importunavano e si insultavano a vicenda per le strade, i sostenitori – impegnati in manifestazioni di forza – si riunivano in grandi eventi all’aperto, i candidati duellavano in drammatici dibattiti in diretta televisiva, e barzellette, poesie, insulti venivano diffusi tramite i telefoni cellulari. Queste crescenti tensioni sono state alimentate da un reale disaccordo in merito alle priorità della nazione iraniana, dalle differenti analisi relative ai problemi a cui il paese deve far fronte, e dalla sfiducia – o addirittura dalla repulsione – nei confronti del candidato rivale. Queste differenze compongono una sfaccettata “cultura della guerra”, latente nei centri urbani dell’Iran da almeno 12 anni, le cui radici affondano nei primi giorni della Rivoluzione Islamica. Per capire le tensioni sociali di oggi dobbiamo comprendere ciò che ha animato una parte importante dell’elettorato di ciascun candidato.
Il cittadino ideale promosso dalla Repubblica Islamica sin dalla sua nascita nel 1979, è un devoto sciita, leale agli ideali rivoluzionari e alle istituzioni, fedele alla sua Guida Suprema, in sintonia con le sue politiche generali, e instancabile nel contribuire al progresso culturale, scientifico e politico del paese. E’ questo il cittadino formato dal sistema educativo, rappresentato dalla televisione di Stato, e valorizzato nella mitologia nazionalista islamica. Egli è il “khodi” dello Stato rivoluzionario, ovvero “colui che sta dentro” (allo stato).
Tuttavia, come tutti i progetti che mirano a forgiare un determinato tipo di cittadino, quello iraniano si è rivelato incompleto e ricco di contraddizioni. La nazione comprende un gran numero di estranei al sistema, non praticanti, scettici, scontenti, infedeli, o ribelli – i “gheyr-e khodi”, “quelli che stanno fuori”. Come risultato dell’alfabetizzazione di massa, dell’accesso ai vari mezzi di comunicazione, e dei contatti con l’estero, molti di questi “gheyr-e khodi” hanno sviluppato idee e gusti che non corrispondono a quelle dei “khodi”. Per ovviare a questo problema, lo stato, sin dai primi anni della Rivoluzione, ha goffamente fatto ricorso alle sanzioni educative, alla censura dei media, alla disciplina giuridica e all’esclusione politica. Queste misure hanno raramente raggiunto gli obiettivi prefissati ma, al contrario, hanno incoraggiato la dissimulazione, o hanno portato alla discriminazione. In entrambi i casi, hanno generato frustrazione e sfiducia.
Il governo di Mohamed Khatami, eletto con una schiacciante vittoria nel 1997, ha tentato di abbattere le barriere tra “khodi” e “gheyr-e khodi”, adottando politiche culturali più liberali e incoraggiando la partecipazione politica dal basso. Timorosi di perdere la loro presa sul potere, i segmenti conservatori dell’establishment hanno frenato questo progetto, e gli anni in cui Khatami è stato in carica sono stati tristemente segnati da vergognosi omicidi di intellettuali dissidenti, da chiusure di giornali su vasta scala, e da attacchi contro i dormitori degli studenti. Semmai, alla fine del mandato di Khatami, l’ostacolo era diventato più che mai insormontabile.
Quando Ahmadinejad è stato eletto alla presidenza, egli ha ulteriormente aggravato questo divario riducendo la libertà di stampa, incrementando la censura di libri e film, aumentando la pressione sugli accademici laici e dissidenti, e chiudendo un occhio sulle misure repressive impiegate dalla polizia per punire l’uso di abiti “non-islamici” per strada. Come se non fosse abbastanza, gli oppositori di Ahmadinejad sono stati respinti dal suo messianismo, dalla sua vanagloriosa retorica, e perfino dal suo aspetto. Non ci si dovrebbe meravigliare del fatto che Mousavi abbia intravisto la sua fortuna politica nei sentimenti di diffidenza e di esclusione sviluppatisi tra molti iraniani per più di un decennio, sentimenti che hanno raggiunto un apice durante la presidenza di Ahmadinejad. Sono queste le persone che hanno costituito l’”Onda verde” che avrebbe dovuto portare Mousavi al potere.
Sul fronte elettorale opposto, un insieme molto differente di preoccupazioni e rivendicazioni ha consacrato Ahmadinejad come suo campione. La “ricostruzione” del dopoguerra, ad opera del Presidente Ali Akbar Hashemi Rafsanjani (1989-97), ha visto lo sviluppo economico, la crescita del settore privato, ed una crescente prosperità per la borghesia e le classi più elevate. Ma essa ha anche “ingrassato” una classe di oligarchi ed i loro figli – gli aqazadeh – a scapito delle persone svantaggiate, che hanno continuato ad essere ignorate e abbandonate alla loro povertà. Khatami ha continuato la politica economica liberale di Rafsanjani, con essenzialmente lo stesso team di manager finanziari e tecnocrati, e ha fatto poco per affrontare il regime degli aqazadeh che ha utilizzato i propri contatti a livello governativo per ottenere contratti commerciali lucrativi ed assicurarsi il monopolio dell’import/export.
E’ stato durante questi 16 anni che il nome della famiglia Rafsanjani è diventato sempre più sinonimo di corruzione, oligarchia, nepotismo, mentre i suoi figli nella fantasia popolare diventavano gli aqazadeh per eccellenza. Alle elezioni del 2005, Ahmadinejad si è impegnato ad affrontare proprio questo regime di corruzione e nepotismo, per tornare ai valori rivoluzionari di giustizia e di equità, e nominare dei dirigenti che, invece di utilizzare la propria posizione per arricchirsi, vivessero una vita austera ed onesta. Egli era candidato alle elezioni contro lo stesso Rafsanjani, ed ha vinto.
Entrambi gli elettorati – l’elettorato di Mousavi e quello di Ahmadinejad – comprendono sia persone svantaggiate che privilegiate. I sostenitori di Mousavi politicamente esclusi sono per lo più istruiti e provengono dalle città, molti di loro provengono da classi medie o alte, sebbene fra essi vi siano anche disoccupati e esponenti della classe operaia. Egli può godere del sostegno di manager che hanno contatti importanti con l’establishment, e di facoltosi tecnocrati formati da Rafsanjani. I sostenitori di Ahmadinejad, vittime dell’esclusione economica, sono gli eredi simbolici della Rivoluzione. Egli gode inoltre del sostegno ideologico e materiale della Guardia Rivoluzionaria e delle truppe paramilitari Basij, per non parlare del sostegno di ampie fasce delle masse religioso-conservatrici, appartenenti a tutte le classi sociali, così come del sostegno del leader della Repubblica Islamica, l’Ayatollah Khamenei. Se la “fanteria” di Mousavi è costituita da giovani e idealisti studenti universitari, i devoti di Ahmadinejad sono giovani idealisti delle forze Basij, che hanno l’ulteriore vantaggio di essere armati e di godere del sostegno dei più alti funzionari dello stato.
Le proteste e le manifestazioni di entrambi i fronti, a cui abbiamo assistito nelle ultime settimane, sono tutte volte a dimostrare che il proprio gruppo costituisce la maggioranza: una manifestazione a favore di Mousavi il 15 giugno ha attirato centinaia di migliaia – alcuni sostengono milioni – di persone in via Enqelab e in via Azadi. Il 19 giugno la preghiera del Venerdì, guidata dall’Ayatollah Khamenei, ha attirato una folla altrettanto enorme. La frattura all’interno del paese sta mettendo l’uno contro l’altro vicini di casa, amici e perfino familiari.
Ciò che il dramma delle elezioni ha realizzato è stato far emergere i conflitti culturali dell’ultimo decennio nella loro forma più acuta. Non c’è alcuna rivoluzione qui, solo una grande spaccatura. E se la società iraniana vuole uscire tutta intera da questa crisi, entrambe le parti devono fare i conti con l’esistenza dell’altra, e riconoscere il loro reciproco diritto di esistere e di essere ascoltate.
Alireza Doostdar, iraniano, è un dottorando in Antropologia e Studi Mediorientali presso l’Università di Harvard; attualmente sta conducendo una ricerca sul campo a Teheran
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